Happy Birthday to: Nicolas Winding Refn

Oggi ha spento la quarantacinquesima candelina Nicolas Winding Refn, uno dei miei registi preferiti degli ultimi anni. Danese, erroneamente definito il Quentin Tarantino europeo (quanto ve sbagliate), incompreso e felice (l’ha detto lui in più di un’intervista), per molti un cialtrone pieno di sé, per me fondamentalmente un genio del marketing oltre che visionario. E sebbene la sua filmografia sia composta da pochi titoli è comunque di altissimo livello.
Regista che tende a lavorare con “pochi affezionati”, su tutti Mads Mikkelsen (Pusher I, Pusher II,Bleeder e Valhalla Rising) e Ryan Gosling (Drive e Only God Forgives), ma che ha anche messo nelle mani di Tom Hardy un ruolo importantissimo per la sua carriera, quale Bronson.
In attesa di una data di uscita italiana per The Neon Demon attualmente in post produzione gli dedico una manciata di kilobytes del blog.

qui un video con una carrellata dei suoi lavori

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Southpaw – L’ultima Sfida (Antoine Fuqua – 2015)

A volte mi capita di sentire più parlare del lavoro di un attore sul personaggio che del film vero e proprio (non che questo sia necessariamente un male) e quello che mi è successo per Southpaw si rifà esattamente a questa circostanza specifica. Sinceramente, da fan di Jake Gyllenhaal, ero terrorizzata alla vista delle primissime foto promozionali sfornate a suo tempo anche perché lividi finti a parte era irriconoscibile (scusate, ma pochi mesi prima gli avevo visto fare quel quasi anoressico di Lou Bloom in Nightcrawler, non ero pronta a trovarmi davanti uno con un numero non ben definito di chili di massa muscolare nuova di zecca).
Dovete sapere che, di base, non mi sono mai strappata i capelli per i film di Boxe, ma nemmeno per lo sport in sé a dire il vero, quindi il mood generale prima di vedere il trailer era “oddio no, un film sulla boxe, non so se ce la posso fare”, però una volta visto il trailer la situazione è nettamente migliorata perché mi sono resa conto che c’era anche tanto profumo di “drama” nell’aria, quindi mi sono sentita a casa ed è iniziata anche la fase di attesa trepidante.
Diretto da Antoine Fuqua (già regista di Training Days) ed inoltre scritto e prodotto da Kurt Sutter (Sons of Anarchy, The Bastard Executioner), Southpaw, con simili premesse ha già tutte le carte in regola per essere un ottimo prodotto, ma in realtà è proprio qui che in parte “mi cade”.

Ora c’è il rischio di affliggervi con il commento meno professionale di sempre, ovvero “a me è piaciuto molto”, ma in realtà è vero a metà. In sé, Southpaw, è un film magnificamente diretto e coinvolgente, e anzi, vorrei spezzare una lancia in favore delle scene di combattimento per le riprese in soggettiva perché rendono molto bene stati d’animo del protagonista soprattutto durante i combattimenti. La regia è focalizzata il più possibile sui due combattenti in gara rendendo impossibile allo spettatore distogliere lo sguardo altrove, cosa che invece non accadrebbe durante la messa in onda televisiva di una gara.
Però allo stesso tempo mi spiace ammettere che, ahimè non si può certo dire che la trama generale sia qualcosa di mai visto prima. Insomma, io adoro farmi abbindolare dai film al 100%, ma qui dopo i primi venti minuti temevo già di sapere dove sarebbe andato a parare. Purtroppo ci avevo preso e detesto quanto succede in modo così plateale.
Tutto sommato la storia di Billy Hope, personaggio interpretato magnificamente da Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Zodiac, Nightcrawler – Lo Sciacallo) è comunque un interessante e commovente esempio di riscatto personale e redenzione. Abbiamo a che fare con un pugile allo sbando, circondato da gente sbagliata, agente in primis, ma con la famiglia come solo appiglio morale. Un ragazzo con un passato difficile, che proprio all’apice della carriera, a causa di un incidente perde tutto ciò che aveva passando dalle stelle alle stalle per poi di nuovo tornare lentamente alla ribalta, carico di rabbia e determinatissimo a risollevarsi vendicando la sua famiglia e riguadagnarsi affetto, fiducia e custodia della figlia. Un processo lento e graduale di crescita a livello professionale e personale egregiamente trasposto sullo schermo da Gyllenhaal (che da alcuni anni a questa parte dopo la parentesi discutibile di Prince of Persia ha ripreso a misurarsi con un personaggio complesso dietro l’altro) reso possibile grazie all’intervento e guida del personaggio di Tick Wills, un ex pugile ora dedito a salvare ragazzi dalla strada che gli insegnerà a difendersi dentro e fuori dal ring, interpretato da Forrest Whitaker (In Linea con l’Assassino, The Last King of Scotland, The Butler) che per la sottoscritta è sempre una grande conferma a livello recitativo.

In generale, Southpaw, è confezionato ad hoc grazie anche ad una colonna sonora potente, curata per l’occasione da Eminem, una fotografia ricercatissima: cupa e visivamente molto incisiva e prove attoriali molto convincenti, ma personalmente il film non soddisfa in pieno facendo le cosiddette “faville” tanto promesse, e la cosa mi lascia un po’ con l’amaro in bocca perché ci contavo veramente. Resta però un buonissimo prodotto di intrattenimento.

Ex Machina (Alex Garland – 2015)

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Questo post è spoileroso, leggete a vostro rischio e pericolo.

Introdotto già a partire dagli albori della settima arte, il tema dell’intelligenza artificiale è stato esplorato in vari modi tracciando man mano un confine sempre più sottile con la realtà.
La maggior parte dei robot, nel cinema, prende vita per diversi motivi, tra tutti di base c’è il desiderio degli scienziati di creare la vita, oppure trovare un rimedio per la solitudine o ancora per assecondare egoistici desideri umani.
Il tema è ripreso da un gioiellino del cinema indipendente di recente produzione chiamato Ex Machina. Prima fatica da regista di Alex Garland (già sceneggiatore di 28 Giorni Dopo, Non Lasciarmi e Sunshine), che uscito nel nostro paese con un ritardo disarmante di svariati mesi e nel periodo meno congeniale di sempre (fine luglio), è l’equivalente di un esperimento a tutto tondo.

Strutturato sulla base di un Test di Turing (la procedura atta a verificare se un’intelligenza artificiale è in grado di sviluppare una coscienza propria al di là di un cumulo di dati inseriti dal suo creatore) il film è un autentico thriller grazie anche ad una sceneggiatura molto solida con una serie di intrighi molto ben legati tra loro e un cast molto funzionale che non si risparmia nelle singolari interpretazioni. Abbiamo, per l’appunto, Domhnall Gleeson (Anna Karenina, Questione di Tempo, Frank) nella parte di Caleb, un giovane programmatore dal passato tormentato e sfortunato, con l’aria del classico ragazzo della porta accanto, il quale sorteggiato tramite un concorso nell’azienda per cui lavora, vince un soggiorno di una settimana presso la tenuta del suo capo, Nathan, interpretato da un fantastico Oscar Isaac (Drive, Inside Llewyn Davis, A Most Violent Year). Nathan, genio dell’informatica, a tratti paranoico, con “la sindrome del giovane miliardario falso amico di tutti”, proprietario di un motore di ricerca chiamato Bluebooks e inventore di un’intelligenza artificiale con le caratteristiche di una donna, chiamata Ava, interpretata da Alicia Vikander (A Royal Affair, Anna Karenina, Operazione U.N.C.L.E.).

Il film è strutturato sulla settimana di soggiorno di Caleb e lo spettatore è proiettato da subito nella vicenda. Identificati principalmente con il punto di vista interno, di Caleb, ci facciamo strada lungo i corridoi della casa futuristica di Nathan e ci domandiamo quanto lui, con il passare dei minuti, cosa ci sia di tanto losco e destabilizzante in quell’ambiente così tutto uguale, un autentico labirinto di pannelli bianchi, arredamento minimal e luci al neon. La scenografia e la colonna sonora giocano un grande ruolo nell’economia del film e sulla percezione dello spettatore, dando un senso di smarrimento stile topo in un labirinto.

Il motivo per cui Ex Machina è un film fantascientifico diverso dagli altri risiede in primis, sotto un punto di vista tecnico, negli effetti speciali di natura “old school”. Il digitale, per l’occasione, è stato utilizzato solo in minima parte e l’aspetto fisico dei robot è in gran parte merito di truccatori e “artigiani” del settore. Per secondo, perché nonostante il genere ormai esplorato in tutti i modi, Ex Machina riesce ad avere una sua identità giocando con la psicologia dello spettatore, il quale sa benissimo di trovarsi davanti a un androide, ma cade vittima suo malgrado, come Caleb, di Ava e dei suoi intrighi tra fascinazione e (addirittura) senso di colpa.

E’ molto interessante osservare quanto in là si sia osato spingere il personaggio di Nathan, dapprima creando un’intelligenza artificiale come mero diversivo per la sua solitudine, poi andando oltre il suo intento primario e diventando un autentico Dottor Frankenstein capace di dare vita ad una creatura meccanica, ma identificabile come tale solo nell’aspetto poiché quasi paragonabile ad un vero e proprio essere pensante dotato del carattere e malizie di una donna in cane ed ossa. Ava pur sembrando ingenua si rivela piena di risorse (e qui bisognerebbe spezzare una lancia in favore della bravura di Alicia Vikander perché è molto convincente, anzi vi consiglio candidamente di guardare il film in lingua originale perché il modo in cui recita è fantastico) tanto che il personaggio di Caleb, sebbene carico delle migliori intenzioni, finisce per diventare suo malgrado carnefice di sè stesso, ma con il quale in un certo senso è impossibile non empatizzare, tanto che nonostante tutto obbliga inevitabilmente a fare il tifo per lui mentre tenta di destreggiarsi tra flirt robotici e gli atteggiamenti sopra le righe di Nathan, facendoci domandare cose come “ma io al suo posto che avrei fatto?”.

L’interesse misto ad attrazione di Caleb per Ava è un’arma a doppio taglio che svela un lato insidioso dell’androide il quale a sua volta sviluppa una curiosità più umana del previsto con l’aggiunta di uno spiccato istinto di sopravvivenza. Il tema della rivolta delle macchine che si fa strada nella narrazione è il risultato dell’oppressione psicologica e della manipolazione ad opera dell’elemento umano che unito all’inesistenza di un lieto fine da una chiave di lettura fresca al genere e fa interrogare lo spettatore su quale sia davvero lo sviluppo che avrebbe voluto per i personaggi coinvolti.

Operazione U.N.C.L.E. (Guy Ritchie – 2015)

Metti una sera il KGB e la CIA a inizio anni 60 in una Berlino blindata e spaccata in due dal muro più celebre della storia con inseguimenti in Trabant al limite del rocambolesco, una consistente dose di humor nero, proiettili e avrai una scoppiettante scena introduttiva dell’ultima fatica di Guy Ritchie (The Snatch, Rocknrolla, Sherlock Holmes). Se poi metti il fatto che KGB e CIA dovranno ad un certo punto inevitabilmente collaborare per il bene comune allora preparati a due ore di divertimento assicurato.
Dopo la parentesi Vittoriana di grande successo, e ben quattro anni di latitanza dalle sale cinematografiche mondiali, il nostro sembra sempre più preso dai film in costume e con un salto temporale di circa un secolo si dedica ad un periodo storico totalmente diverso e lontano dalle atmosfere di Sherlock Holmes, ma non tanto per i toni generali a cui del resto ci ha abituati da sempre.
Ispirato alla serie tv americana “The Man From U.N.C.L.E.” andata in onda nel periodo tra il 1964 e il 1968, l’omonimo film di Guy Ritchie, in Italia ribattezzato Operazione U.N.C.L.E., ha tutto al posto giusto per diventare un più che ottimo diversivo salva-serata.

Non mancano gli elementi caratteristici del cinema del regista britannico, il quale ha da sempre fatto uso di un’altissima dose di ironia, montaggio dai toni serratissimi, dialoghi taglienti, una buona percentuale di azione condita da sporadiche, ma sempre efficacissime, scene in slow motion ad effetto e dei personaggi brillanti che sanno ciò che fanno benché spesso vittime della loro stessa goffaggine, elemento che ci fa empatizzare e quasi tifare per loro anche se si tratta del villain di turno. Insomma, una tavolozza di elementi che tutto sommato cerco sempre e generalmente mi aspetto di vedere quando guardo un suo film. Questa volta, in particolare, si nota una varietà di stratagemmi stilistici che penso intenzionale e volta esplicitamente a rimandare ai film sullo spionaggio, ma con l’aggiunta di scelte estetiche e fotografiche che propendono addirittura a un taglio fumettistico, di respiro vintage, il tutto sposato perfettamente con lo stile del regista e che contribuisce a dare un ritmo alquanto incalzante alla narrazione. Inoltre la presenza di svariate scene recitate rispettivamente in tedesco e russo, forse non facilissime da seguire al 100% a una prima visione dati i toni e il ritmo generale del film, ma senz’altro funzionali a immergere ulteriormente lo spettatore.

Tra le tante cose devo dire che mi è piaciuto tantissimo il cast, soprattutto considerato il fatto che uno degli attori protagonisti, in particolare, non ho mai avuto modo di “conoscerlo” granché, anche perché credo di averlo visto solo in Stardust in passato e non si può certo dire avesse un ruolo molto grande. Sto parlando di Henry Cavill (Man Of Steel, The Tudors, prossimamente anche in Batman v Superman Dawn of Justice) interprete dell’agente della CIA, Napoleon Solo che oltre ad aver il cosiddetto “physique du role” necessario per la parte devo dire che funziona benissimo in un contesto di commedia e spero faccia altri ruoli così in futuro.

Poi Armie Hammer (già visto in The Social Network dove addirittura si sdoppiava, The Lone Ranger e Biancaneve), sebbene americanissimo si presta perfettamente per rivestire i panni di un mastino del KGB di nome Iliya volutamente un po’ caricaturale, ma tutto sommato “in parte” e divertentissimo.

Spicca poi una meravigliosa (che le vuoi dire) Alicia Vikander (A Royal Affair, Ex Machina e nel prossimo e attesissimo The Danish Girl) nei panni di Gaby, che non si risparmia in freddure e atteggiamenti volutamente sopra le righe capace di creare insieme ai colleghi, a turno uno alla volta o insieme, esilaranti siparietti comici.

C’è da dire che in un periodo come questo, dove il cinema si nutre di serialità più che mai, Operazione U.N.C.L.E. è un prodotto che in particolare per il modo in cui si conclude lascia davvero pochissimo spazio all’interpretazione e anzi suggerisce a gran voce la possibilità di un sequel. A me non dispiacerebbe se devo essere sincera, perché insomma, squadra che funziona… perché no? Però allo stesso tempo vorrei non accadesse. Propendo per il “nì” in merito. Guy Ritchie ci ha già provato con un franchise e la cosa ha funzionato, ma non so se ne vorrei un altro, questo film a mio parere si regge molto bene sulle sue gambe e un sequel mi sembrerebbe superfluo, ma in ogni caso a tempo debito vedremo cosa succederà.