Woman In Gold (Simon Curtis – 2015)

A volte mi capita di uscire dal cinema e avere già in mente come “vendere” ad amici e parenti il film che ho appena visto, con questo invece non sapevo bene da dove iniziare, più che altro perché ne sono uscita emotivamente distrutta. Partiamo col dire che Woman in Gold è a tutti gli effetti un film sull’olocausto anche se a suo modo diverso dal solito, ma lascia il segno. Se dipendesse da me lo farei vedere nelle scuole in occasione del giorno della memoria insieme ad altri film ingiustamente sottovalutati. C’è da dire che i crimini per mano dei nazisti sono stati innumerevoli e sono sempre più convinta ci sia, paradossalmente, l’imbarazzo della scelta riguardo ad aspetti specifici di cui scrivere e tentare la messa in scena. 
Ma tornando a noi, la storia in questione è vera e nonostante affronti un aspetto della seconda guerra mondiale già precedentemente sollevato, in un certo senso, dal film Monuments Men (ovvero i furti d’arte), a suo modo non sfocia nel già visto.
Tutti noi conosciamo il celebre pittore austriaco Gustav Klimt, o almeno spero. E no non sto parlando del “Bacio”, né di “Giuditta”, ma bensì del ritratto di Adele Bloch-Bauer realizzato nel 1907, definito nel film “la mona lisa dell’Austria” o più genericamente dai nazisti “Woman in Gold” per celarne le origini ebree.

Il film di Simon Curtis è stato ingiustamente definito da molte persone come una brutta copia della Philomena di Stephen Frears (che tra l’altro ho adorato) e questa cosa mi ha dato un po’ fastidio. Ok è vero, anche Woman in Gold si concentra sui rimpianti e i rimorsi di una persona in fuga dal proprio passato, ed è vero che nel ruolo della protagonista abbiamo un’attrice inglese come Helen Mirren (The Queen, RED, Inkheart) che al pari di Judi Dench è nota anch’essa per personaggi dalla personalità brillante, ma sinceramente non mi sembra carino sminuire quest’ultimo solo perché arrivato “dopo”. Ritengo entrambe due store tristissime e toccanti e con il proprio peso, ma qui si parla di crimini di guerra e dell’importanza del ridare voce alla memoria storica di una comunità, come quella ebraica, in passato derubata – solo in apparenza – della propria identità e che ancora oggi, purtroppo subisce ingiustizie e affronti morali.

Helen Mirren interpreta Maria Altmann, nipote di Adele Bloch-Bauer, che fuggita molto giovane negli Stati Uniti durante l’occupazione nazista in Austria insieme al marito, si vede costretta ad abbandonare famiglia e affetti e iniziare una nuova vita in un nuovo continente. A metà anni novanta decide di fare causa al governo austriaco per vedersi restituire il quadro una volta appartenuto alla sua famiglia raffigurante la zia Adele Bloch-Bauer, caduto in possesso dell’esercito nazista e allora esposto al Belvedere di Vienna. La donna è aiutata da un giovane avvocato americano, anch’esso di origini austriache, interpretato da un bravo Ryan Reynolds (Buried, X-Men Origins: Wolverine, Selfless) e da un giornalista d’inchiesta interpretato per l’occasione da Daniel Brühl (Goodbye Lenin!, Salvador, Rush) che fatto l’austriaco una volta, perché non di nuovo? Non importa, sarà un ruolo marginale, ma con il suo perché.

La narrazione si concentra sull’aspetto legale della vicenda trattata, ma sceglie di esporre i fatti su due piani temporali accostando flashback a eventi ambientati negli anni novanta e questo stratagemma aiuta a rendere il racconto più fluido. Inoltre vorrei spezzare una lancia in favore del reparto make-up e dell’attrice che interpreta Adele Bloch-Bauer, ovvero la tedesca Antje Traue (Seventh Son, Man of Steel, Pandorum), perché oltre ad essere oggettivamente bellissima, è U G U A L E alla donna del dipinto.

Sempre parlando del cast, vorrei spendere una parola su Tom Schilling (Oh Boy – un caffè a Berlino, Suite Francese,  La Banda Baader Meinhof) perché, figliolo io ti voglio tanto bene, ma ti prego basta fare l’ufficiale nazista, sono stufa di desiderarti morto nei film!
Ultima cosa poi finisco, ho solo una piccola osservazione (o lamentela?): la sequenza stupenda con la tecnica della foglia d’oro ad opera del pittore per realizzare il quadro mi sarebbe piaciuto vederla un po’ anche durante il film e invece è stata relegata agli opening credits. Va bene, è condivisibilissima come scelta visto l’argomento trattato, però io al cinema ci sono andata in gran parte anche per quello… va bene, si, sono un’illusa, sto zitta e adesso mi cerco su YouTube un documentario sulla secessione viennese.

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Halloween’s approaching and so is spooky stuff – ovvero qualche film a tema

Poche storie, sarò anche nata nel bel mezzo dell’estate, ma questo non mi obbliga certo ad amare quella stagione dove la mia occupazione principale consiste nel pensare a come perdere meno liquidi corporei possibili. La mia stagione preferita è questa, l’autunno, e in particolare il mese di ottobre.
Se per ipotesi qualcuno mi chiedesse in quale universo parallelo o cinematografico mi piacerebbe vivere io risponderei, a mani basse, a Sleepy Hollow
Quest’anno il mio animo cinefilo ha avuto un sussulto di gioia in più anche se con un po’ di cautela.
Ho un problema di fondo con gli horror, ma non perché non mi piacciano, anzi, ho pochi punti deboli riguardo al genere, ma tutto il resto è noia (e non lo dico per snobismo). Sarà forse perché è un genere che è stato ampiamente saccheggiato dell’enfasi in fase promozionale da troppi anni ormai, e poi penso sia una cosa davvero soggettiva. Per secondo, ho trust issues riguardo i film d vampiri, fantasmi e bestie strane che brillano, ma non voglio divagare.

Sotto il periodo di Halloween tutto ciò che è gore diventa magicamente più bello, ma se c’è anche del gotico in ballo è anche meglio, ed è esattamente quello che mi aspetto di trovare al cinema nel prossimo film di Guillermo Del Toro, Crimson Peak, il cui spot televisivo sta passando prepotentemente più volte al giorno negli spazi pubblicitari delle maggiori emittenti, rendendomi tanto felice, ma anche iperattiva.
Guillermo, in prima persona, ha specificato più volte che Crimson Peak non è un horror, ma un gothic romance e sono molto curiosa perché date le premesse mi sto fomentando pericolosamente a scatola chiusa anche perché sta giocando sporco sotto diversi punti di vista a sto giro. Sinceramente ho anche un po’ paura di rimanere delusa.

Comunque sia questa update rompe un po’ la routine delle recensioni, è un esperimento. Diciamo che mi aiuta ad ammazzare l’attesa perché vorrebbe essere a suo modo una specie di “consiglio per gli acquisti” o “per un rewatch” di genere per prepararsi o per sopravvivere alla crisi d’astinenza post Crimson Peak, o meglio io ci provo.
In realtà questo post ha una sorta di fratello, sotto forma di video, non realizzato da me (perché sono incapace e socially awkward e non so quanta voglia abbiate di sentire una serie infinita di “UHM”, “EHM”, “PRATICAMENTE”, “CIOE’ INSOMMA”, come si suol dire… thank me later), ma da una mia amica divoratrice di libri e se cliccate QUI trovate il link diretto al suo video dove è molto più brava di me a spiegare da dove deriva il genere gotico e le sue diramazioni nel corso del tempo. Io provo lo stesso a spendere due o tre parole in merito perché comunque non siamo qui a far ballare la scimmia.

Il genere gotico nella letteratura è a suo modo definibile come una sorta di genere di “rottura”, è qualcosa di totalmente diverso da quello che esisteva già. Nasce nella seconda metà del settecento in Inghilterra e ha uno strettissimo legame con l’architettura medievale. Il termine “Gotico” deriva da “Goti” ovvero la tribù germanica, quindi assumendo una connotazione dispregiativa, vicinissima al senso di selvaggio o barbarico, anche per via della natura spesso brutale delle azioni che contraddistinguono le vicende narrate.
Le ambientazioni dei romanzi si allontanano quindi dalla società borghese di fine settecento per dare spazio a posti lugubri, castelli medievali o ambienti religiosi.
Ambienti religiosi perché? Perché in generale il gotico nasce nell’ambiente anglosassone dove è in vigore il protestantesimo, e questi romanzi trovano ambientazione prevalentemente in paesi cattolici come ad esempio Francia o Italia, come provocazione al cattolicesimo.
Un elemento che si fa prepotentemente strada in questo genere è senz’altro il sovrannaturale e uno dei personaggi che appare molto spesso nel romanzo gotico è la figura della vergine perseguitata, la cosiddetta “damsel in distress” bellissima e giovane. Inoltre tra i suoi “personaggi tipo” possiamo trovare anche anime tormentate che sono spesso vittime di pene d’amore, afflitte da drammi insormontabili, persone molto misteriose e ambigue e scenari dell’orrore con cadaveri, cimiteri, rumori molesti, scene di violenza feroce o possessione demoniaca.
Nell’ottocento, il romanticismo ha influenzato il genere e questo ha così assunto nuovi aspetti. Il Romanzo gotico subisce poi l’influenza delle scoperte scientifiche e filosofiche della fine del secolo ed è più incentrato sull’aspetto psicologico, le nevrosi dell’uomo moderno e di come esso viene influenzato dalla società stessa dando così luogo a scenari inattesi e pericolosi.
Lo so, non è il massimo come spiegazione, ma era per fare un quadro generale senza dilungarmi troppo o inerpicarmi in discorsi contorti fino al rischio di sparare autentiche boiate.
Il cinema ha prodotto una lista infinita di opere dell’orrore sin dai primi decenni del novecento e ancora oggi l’argomento è fonte di guadagno nel bene e nel male. Visto che ora parliamo del gotico, in particolare, si può dire che spesso non vengono rispettati proprio tutti gli aspetti canonici presentati dal genere letterario, ma viene invece fatto perno su alcuni elementi precisi come da rimando.

Se siete arrivati fino in fondo senza spararvi una flebo di prozac lo ritengo già un successo e vi ringrazio.

Qui trovate una serie di film per creare un po’ di atmosfera (in nessun ordine di preferenza, non mi odio così tanto) e fondamentalmente farsi ammazzare dall’angst ed esserne felici. Alcuni di loro non saranno proprio attinenti sotto tutti i punti di vista, ma meritano una chance:

From Hell (2001)
Siamo nel 1888 a Whitechapel, ovvero nella Londra di Jack lo Squartatore e insieme all’ispettore Frederick Abberline, qui interpretato da Johnny Depp, che indaga sulla morte sospetta di una serie di prostitute destreggiandosi tra massoneria e viaggi onirici a base di oppiacei, tentando di arrivare alla verità dietro ad uno dei più grandi misteri criminali degli ultimi 150 anni. Il film che è tratto dalla graphic novel omonima di Alan Moore ci mostra una Londra cupa e prevalentemente notturna dalle tinte calde. Forse non risolverà enigmi, ma resta un buon prodotto di intrattenimento.

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The Raven (2012)
Ci spostiamo dall’Inghilterra verso le colonie occidentali, più precisamente a Baltimora nel 1849 dove la polizia (il nome del poliziotto non lo ricordo ma in caso vi interessasse era interpretato da Luke Evans) scopre un crimine eseguito in maniera sospetta e molto simile alla descrizione in una serie di racconti ad opera dello scrittore Edgar Allan Poe (qui interpretato da John Cusack) pubblicati su un giornale. Una volta iniziate le indagini sullo scrittore si verifica un altro delitto ispirato ai suoi racconti e l’enigma si infittisce.
Personalmente desideravo da anni un film su Poe e avevo anche un fantacast in mente, anche perché è colpa del soggetto in questione che mi mette le cose sul piatto d’argento, e insomma dopo ditemi se una non dovrebbe fare due più due… Michael Sheen non ce lo vedreste? eddai, s’era anche fatto una foto… rende… cioè bravo è bravo, sento sarebbe anche felice di farlo. In ogni caso The Raven trae ispirazione da “Il Corvo e altre poesie” e ha anche elementi presi da racconti brevi.

Bram Stoker’s Dracula (1992)
Potrei anche evitare di pronunciarmi su questo film perché mi chiedo chi di voi non l’abbia visto, ma c’è sempre un ottimo motivo per riguardarlo. La storia del principe delle tenebre trasposta sul grande schermo da Francis Ford Coppola resta uno dei miei film preferiti di sempre, con una sceneggiatura che ricalca in parte la struttura epistolare del romanzo dell’irlandese Stoker. Qui abbiamo a che fare con una delle più belle storie d’amore della storia del cinema che sfida le frontiere del tempo e del sovrannaturale.

Mary Shelley’s Frankenstein (1994)
Il celebre romanzo di Mary Shelley trova forma nella pellicola di Kenneth Branagh con un Robert De Niro immenso nella parte della creatura assemblata dallo studente di medicina Victor Frankenstein. L’inquietudine legata al progresso e al susseguirsi di scoperte in campo scientifico ottocentesche trovano voce in quest’opera e il film, con una scenografia caratterizzata prima da atmosfere barocche e poi da toni cupi con un che di tragico è un buonissimo prodotto per passare due ore.

The Woman in Black (2012)
Chi ad Halloween vorrebbe dire di no a una storia di fantasmi? Anni fa ho fatto un errore di valutazione, e mi spiace, ma almeno me ne sono accorta. E’ terribile pensare alla mole di robaccia horror o pseudo tale prodotta negli ultimi anni e venduta come FILM SHOCK DELL’ANNO. No gente, non ci siamo. Per fortuna c’è ancora qualcuno che produce cose carine a questo mondo. Nonostante mi sembri tutt’ora paradossale immaginare Daniel Radcliffe con prole (si il suo personaggio ha un bambino) abbiamo un buon prodotto cinematografico dai toni cupissimi e con i colpi di scena ad effetto messi nel posto giusto e senza strafare.

The Wolfman (2010)
Con questo remake (l’originale risale al 1941) la leggenda del licantropo viene ripresa e inscenata ad opera di Joe Johnston con Benicio del Toro nella parte del protagonista. Se siete fan delle ambientazioni spettrali Wolfman è ciò che fa per voi. In realtà la figura del licantropo è stata affrontata più volte al cinema che altrove, ma allo stesso tempo abbiamo poche informazioni sulle sue origini. Nonostante tutto, questo film trova un suo spazio nel genere più che altro per il periodo socioculturale in cui è collocato e per l’ambientazione. Merita senz’altro una menzione particolare la cura nei dettagli per il grandissimo lavoro di make up artigianale di altissimo livello ad opera di Rick Baker che a suo tempo gli è valsa una meritatissima statuetta agli oscar.

Sweeney Todd (2007)
Se si parla di uomini dall’animo tormentato non si può fare a meno di citare Sweeney Todd di Tim Burton, con un Johnny Depp dallo sguardo vitreo determinatissimo a vendicare la sua famiglia e riabbracciare sua figlia. Il film, che trae più ispirazione dall’omonimo musical di Stephen Sondheim che dal manoscritto per mano di un autore anonimo, è uno dei punti più alti del cinema di Tim Burton e un mix perfetto di humor nero e grand guignol. Impossibile rinunciare a una visione in questo periodo dell’anno.

Il Mistero di Sleepy Hollow (1999)
L’ho citato prima, non potevo non inserirlo in questa lista. La storia del cavaliere senza testa è un classico, se poi la messa in scena ha la firma d’autore tanto meglio. La “damsel in distress” di turno qui la fa Johnny Depp nei panni di un adorabile Ichabod Crane un po’ impacciato e pervaso dagli ideali dell’illuminismo, determinato ad applicare il metodo scientifico alle sue indagini. Il contrasto cromatico tra grigiore, paesaggio autunnale e sangue color rosso scarlatto à la Dario Argento danno un ulteriore tocco di classe alla pellicola.


Il Fantasma dell’Opera (2005)
Già celebre musical firmato Andrew Lloyd Webber, tra le mani di Joel Schumacher, mantenuta la struttura generale, trova una sua forma cinematografica. La storia di Christine Daaé, giovanissima cantante dell’Opera di Parigi, e del triangolo amoroso che la vede al centro della contesa tra due uomini: uno, Raul, il quale rappresenta la stabilità famigliare, una vita normale e la ragione e l’altro, Erik, costretto a vivere nei sotterranei, che rappresenta le passioni, la musica e l’arte stessa. Un film dove se non si piange si canta, o si canta piangendo. In ogni caso si soffre, tanto, ma è anche questo il bello.

Dracula (1931)
Si lo so ci ho già messo il Dracula di Coppola, ma vi giuro che il Dracula di Tod Browning con Bela Lugosi protagonista resta un documento importante e degno di menzione nonostante ormai tutti quanti siamo abituati a ben altri effetti speciali. La Hammer ha prodotto cose fantastiche in bianco e nero e tra questo film e Frankenstein con Boris Karloff abbiamo a che fare con due singolari esempi di recitazione capaci di destabilizzare ancora oggi. Quindi il film di Browning sarà anche della durata di un’oretta scannata, ma efficace.

 

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Wuthering Heights (1992)
Tratto dall’omonimo romanzo delle sorelle Brönte, ha avuto svariate trasposizioni, tra cui anche versioni televisive, ma in questo film troviamo Ralph Fiennes nei panni di Heathcliff e Juliette Binoche nelle vesti di Catherine. Un film che devo ammettere, non vedo da due secoli e mezzo (a riprova che questa lista fa anche al caso mio) e che merita un po’ di attenzione, quindi non mi dilungherò troppo per evitare di dire fesserie.

Jane Eyre (2011)
Sì avete letto bene, 2011. Non parlerò del film di Zeffirelli del 96 con Charlotte Gainsbourg per un motivo particolare, non sono mai riuscita a vederlo intero, ma recupererò! Mi sembra una cosa lasciata a metà, soprattutto perché conosco un macello di persone che dicono che meriti di più di questo del 2011 diretto da Cary Fukunaga, quindi se fate parte di questa schiera di persone non odiatemi, ho messo le mani avanti. Ciò nonostante il titolo merita di stare in questa lista quindi vi consiglio di guardare questa versione più recente con Mia Wasikowska nella parte di Jane e Michael Fassbender come Mr. Rochester. In ogni caso questo consiglio prendetelo come un banale “guardate Jane Eyre, quello che più vi ispira” così facciamo felici tutti.

Intervista col Vampiro (1994)
Last but not least, non potevo dimenticarmi di lui. Il primo capitolo delle cronache dei vampiri di Anne Rice si colloca a suo modo nel genere. Il racconto di una vita lunga circa 200 anni intriso dolore e rimorsi con una serie di disavventure tra il nuovo e il vecchio continente intrapresi da un trio vampiresco singolare e tra l’altro, secondo me, una tra prove attoriali più convincenti di Tom Cruise.

Inside Out (Pete Docter, Ronnie del Carmen – 2015)

Se fosse stato un live action movie si sarebbe avvicinato senz’altro per i temi trattati ad entrambi The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (mi rifiuto categoricamente di riferirmici con il titolo italiano da quando è uscito) e L’Arte del Sogno di Michel Gondry o Essere John Malkovich di Spike Jonze, ma questa volta il target è diverso e il soggetto in questione è un film d’animazione ad opera della Disney Pixar. Sì, la Pixar l’ha fatto di nuovo, ha premurosamente accantonato per un momento principesse e bestiole magiche di vario genere per concentrarsi sull’essere umano ed è riuscita a tirar fuori un’altra volta un piccolo capolavoro d’animazione anche basandosi su quanto di più astratto ci sia al mondo, ovvero le emozioni.
Già solo per questo meriterebbe un applauso in merito perché quando ho visto il trailer per caso in sala la prima volta ero solo parecchio incuriosita, ma un po’ scettica, però la realtà dei fatti è che si tratta di una messa in scena anche migliore di quanto potessi pensare.
C’è da dire che l’idea di partenza è alquanto ambiziosa, perché una cosa del genere obiettivamente come la metti sul grande schermo senza sembrare banale o senza rischiare di impegolarti in cose dell’altro mondo e troppo complesse per un cartone animato? Loro ci sono riusciti, raccontando una storia “semplice”, partendo dagli albori, ovvero prendendo una vita umana dal momento della nascita fino alla pubertà con tutti i pro e contro del caso compresi nel prezzo.

Realizzato ad opera di due registi, rispettivamente: Pete Docter (UP, Toy Story e Wall-E) e Ronnie del Carmen, le emozioni umane, in Inside Out, sono schierate e suddivise in Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia, raccolte in un improbabile quartier generale governano la mente di una ragazzina di dodici anni di nome Riley alle prese con la vita di tutti i giorni.
Se in un film come l’Arte del Sogno, il personaggio di Gael Garcia Bernal, Stephan, diceva che “Il cervello è la cosa più complicata dell’universo ed è proprio dietro al naso” la Pixar con Inside Out ha tentato di mettere ordine e forma in scena, a suo modo, creando un mondo immaginario con le sembianze di un mega archivio di pensieri e ricordi, dove tra i tanti spuntano quelli a lungo termine, una zona dedicata al pensiero astratto, ha dato forma agli amici immaginari, ha creato le isole della personalità e una discarica, ed altri elementi fondamentali che costituiscono gli ingranaggi necessari ad un buon funzionamento armonioso.

La cosa che rende affascinante Inside Out e che a sua volta lo rende fruibilissimo sia da parte di un pubblico di bambini che di adulti è la straordinaria rappresentazione di come sono affrontati gli eventi importanti (o meno) che ogni persona si ritrova ad affrontare nel mondo esterno. Di come essi plasmino singolarmente l’identità umana dando così vita, dall’interno, ad una serie concatenata di colossali stravolgimenti e di come, a suo modo ad un certo punto ci faccia inevitabilmente riflettere sul complesso processo di crescita che caratterizza tutti quanti.

Enemy (Denis Villeneuve – 2013)

Ridendo e scherzando ci ho impiegato un anno a vederlo e, oltre ad essere fomentatissima per poterne parlare, ero anche determinatissima, ma a volte succede che ci capita di vedere film che ci spiazzano e non sappiamo da dove partire a parlarne perché si teme di rovinarlo a terzi, però ormai ho voluto fare la strafiga abbellendo il blog con una tag chiamata “film maltrattati” quindi prendiamoci i rischi e proviamo a riempirla decentemente.

Premesso che Enemy non è mai uscito in Italia, ripeto: mai, neanche per sbaglio in dvd (non dico che me l’aspettavo, ma la piccola parte ingenua e speranzosa un pochino ci crede sempre) e mi è sempre stato dipinto come un cubo di Rubik impossibile da capire io mi sono sempre preparata al peggio, ma tutta questa serie di cartelli di “WARNING “ piazzati davanti nel tempo non mi ha mai fatto calare la curiosità nei suoi confronti, anzi l’ha peggiorata. E’ anche vero che la sua messa in scena non sia una passeggiatina di salute, ma nemmeno una cosa fuori da ogni comprensione umana come raccontato online, però non sarò io a rovinarvi la visione, quindi cercherò di inventarmi qualcosa.

Il canadese Denis Villeneuve (già regista di Prisoners e di Sicario, da noi attualmente al cinema), che ormai penso si sia in qualche modo affezionato a Jake Gyllenhaal visto che è il secondo film in due anni in cui compare con un ruolo di una certa portata, ha realizzato un’analisi sul dramma umano, usando come espedienti, prima di tutto la recitazione per sottrazione che lascia ampio spazio al linguaggio non verbale, centellinando così le battute e lasciando fare il lavoro sporco a colonna sonora, riprese labirintiche, i ragni come simbolo in tutte le loro varie accezioni e una fotografia curatissima ad opera di Nicolas Bolduc, quasi totalmente votata ai toni cupi dando così al film un’aspetto molto tetro e ansiogeno con dei chiaroscuro strategici. Elementi che completano il quadro d’insieme uniti ad una piccola percentuale di fantascienza. In realtà, però, sta solo ed esclusivamente allo spettatore decifrare il materiale e percepire quali siano le informazioni necessarie per decidere a cosa sia giusto credere o no.

Tratto da un libro del portoghese Josè Saramago, di cui non vi dirò il titolo perché sarebbe spoiler, Enemy è come una caccia al tesoro. E’ un film che con le sue tempistiche narrative semina piccoli indizi a partire dai primissimi fotogrammi e continuando senza sosta fino alla fine, mettendo sul piatto d’argento tutto ciò che serve allo spettatore, anche se volutamente in maniera frammentata e astratta, per rielaborare i fatti e che, in un certo senso, proprio per questo motivo invita a tentare ulteriori visioni. Il cast è di altissimo livello, abbiamo in ordine: Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Prisoners, ora al cinema con Everest) che qui interpreta doppia parte e si supera in bravura, Melanie Laurent (Inglourious Basterds, Le Concert, e prossimamente al cinema in By The Sea) in un piccolo ruolo marginale, Isabella Rossellini (Blue Velvet, Immortal Beloved) in un cameo e Sarah Gadon (A Dangerous Method, Maps To The Stars) straordinaria nel ruolo della moglie.

L’aspetto interessante di Enemy risiede nel fatto che si tratta uno di quei film che bisogna essere disposti a guardare donandogli il 100% dell’attenzione e una mente aperta a ogni libera interpretazione, se non siete nel mood lasciate perdere. Anche se si tratta di un lavoro di non di immediata comprensione, trovo davvero scandaloso che qui in Italia sia passato in sordina in questo modo, quindi non so come andrà in futuro e se otterrà almeno un’edizione dvd e bluray (lo spero), ma se vi piacciono i rompicapo e non sapete come passare due ore, procuratevi questo titolo in qualche modo, non mi interessa come, guardatelo.