What We Do In The Shadows (Jemaine Clement, Taika Waititi – 2014)

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Dopo tutti questi anni credo che l’universo cinematografico mondiale incentrato sull’argomento “vampirismo” sia ben oltre l’essere saturo. Abbiamo visto film di vampiri di ogni tipo e sembianza, dal tipo più classico tendente al Nosferatu di Murnau con le orecchie a punta, fino ad arrivare alle più recenti incarnazioni (più o meno discutibili), ma nonostante tutto, incredibile ma vero, qualcuno è comunque riuscito a trovare vie narrative nuove ed originali (IMPARA HOLLYWOOD!).

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Oggi voglio parlare di un film che ho visto un anno fa e che ho rivisto di recente perché era passato davvero troppo tempo e avevo paura di perdermi per strada in congetture inutili.
Si tratta di un gioiellino cinematografico ingiustamente passato in sordina in Italia, presentato prima a inizio 2014 al Sundance Film Festival ed esattamente un anno fa al Torino Film Festival chiamato What We Do In The Shadows.
Detto ciò, innanzitutto mi sembra più che doveroso ringraziare Daria perché senza di lei, lo scorso novembre a dirmi di procurarmelo, a quest’ora non saprei nemmeno dell’esistenza di questo film.

La Nuova Zelanda non è solo la “terra di mezzo” che negli ultimi 15 anni ci ha fatto virtualmente esplorare Peter Jackson al cinema, o la terra degli All Blacks o la patria natale di Jane Campion e Russell Crowe, ma è anche la casa di una piccola comunità di vampiri, residente a Wellington, che ha dato l’ok a una compagnia di cineasti per documentare la loro vita quotidiana nel periodo che anticipa l’UNHOLY MASQUERADE, un raduno di vampiri a cui loro tutti partecipano.
Abbiamo a che fare con un divertentissimo mockumentary della durata di 90 minuti circa, costruito ad hoc, che si avvicina molto per i toni generali ad un improbabilissimo MTV Crib “from the crypt” offrendoci uno sguardo esclusivo sulle attività secondarie di questi esemplari di creature della notte alle prese con la vita eterna.

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Siamo sempre stati abituati a vedere i vampiri in film che hanno bene o male contrassegnato la storia del cinema principalmente come esseri esclusivamente pericolosi e dominanti a stretto contatto con gli umani, ma non è questo il caso. Cosa succede quando queste creature spariscono dalla circolazione e si rintanano nei loro alloggi?
What We Do in The Shadows, si può dire che sia votato proprio a sfatare questo mito.

I vampiri che incontriamo in questo mockumentary sono apparentemente innocui e conducono un’esistenza tutto sommato piuttosto armoniosa, scandita da piccole liti famigliari nate più che altro perché qualcuno non ha lavato i piatti per anni o non muove un dito in casa infrangendo così le regole della tabella dei turni delle faccende domestiche in una villa decrepita (da fare invidia alla casa di Tyler Durden in Fight Club di David Fincher) con tanto di tappezzeria consumata e sudicia e tavole di legno cigolanti, finché un imprevisto non arriverà a portare scompiglio nelle vite tranquille di questi longevi coinquilini.
What We Do In The Shadows è il film che ogni amante dei vampiri dovrebbe guardare perché, eliminando alcuni degli standard narrativi precedentemente visti nel genere horror, ci catapulta nell’ipotetico ordinario di una piccola famiglia di non morti risalenti a “5 generazioni” diverse portando alla luce le qualità di ogni singolo componente, ma anche le debolezze. “Anziani” di migliaia di anni, andando a scalare, che si ritrovano a doversi adattare e confrontare prima tra di loro e poi con le abitudini di un’umanità in perenne evoluzione e gli eventi della sua storia mondiale, fatti e abitudini che vengono percepiti da loro come mere “stranezze e usanze”, rendendo il tutto agli occhi dello spettatore, a tratti, ancora di più esilarante.

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Il punto di vista narrativo si ribalta totalmente offrendoci una percezione del mondo diversa e bizzarra tramite gli occhi dei vampiri, con gli umani a rappresentare “il diverso” di turno che irrompe nel loro quotidiano.
I rapporti interpersonali tra vampiri e umani sono limitati al puro scopo di sopravvivenza reciproca: c’è chi procura fedelmente vittime per vedersi assicurata un giorno la vita eterna o chi insegna loro a socializzare e vivere con la tecnologia del XXI secolo, il tutto in un clima generale piuttosto irriverente e pervaso da humor nero, ma contrariamente a quanto si pensi c’è anche spazio per un po’ di autentico sentimentalismo, che sinceramente non guasta.

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Questa commedia, scritta e diretto da Jemaine Clement e Taika Waititi (che tra le altre cose è anche il futuro regista di Thor: Ragnarök), è una boccata d’aria fresca per il genere e si può tranquillamente dire che a tratti faccia anche un po’ il verso a Twilight grazie alla comparsa di lupi mannari che danno vita a loro volta a siparietti davvero divertenti.
Come dicevo prima What We Do In The Shadows non è mai stato distribuito nel nostro paese, ma spero un giorno possa riuscire a trovare un suo spazio anche solo nel mercato home video, nel frattempo però, per chi fosse interessato, Amazon aiuta molto a colmare questa mancanza.

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of astronauts and eclipses

Zio David è tornato!
David Bowie, o Duca Bianco o come volete chiamarlo, ha un disco nuovo in cantiere e qui lo si aspetta.

Se c’è una cosa che amo di quest’uomo è la sua voglia inarrestabile di reinventarsi album dopo album, questo suo giocare continuamente con le sonorità.

Per ora abbiamo un singolo nuovo chiamato Blackstar con un video curioso e visivamente d’impatto, in attesa di mettere le mani sul resto del nuovo album.

Crimson Peak (Guillermo del Toro – 2015)

C’è rischio spoiler quindi non dite che non vi avevo avvisati

Anche quest’anno Halloween è venuto e se n’è andato portandosi via il patema di come festeggiarlo e io l’ho fatto in tutta calma e tranquillità a sto giro, andando anche al cinema a vedere Crimson Peak. Come anticipato nel post precedente sul gothic romance avevo una voglia matta di vederlo, ma anche tantissima paura di rimanere delusa, EBBENE NON E’ SUCCESSO!!! E ABUSO PURE DI MAIUSCOLE PER L’OCCASIONE!!

Sento, comunque, nel mio piccolo di meritarmi un premio per essere stata capace di resistere alla tentazione di guardare clip e trailer estesi o altro per paura di spoilerarmi perché è stata durissima e non so davvero come io abbia fatto. Tutto sommato mi ritengo fortunata perché è andata meglio del previsto, cioè alla fine mi sono ritrovata semplicemente a combattere con i pareri della gente che l’ha visto ed è rimasta delusa (anche se non è piacevole).
Sentite, non deve piacervi per forza, non è obbligatorio, capisco anche che andate al cinema perché c’è Tom Hiddleston nel cast, non c’è niente di male, lo faccio anch’io, ma se esordite tutti con “è un film orrendo, dovrebbe far paura visto che è un horror, invece non succede niente” o “si salva solo il culo di Hiddleston” io vi mando le colombe di Biancaneve! <— cliccate così capite.
Che poi non voglio sembrare polemica, è l’ultimo dei miei pensieri e neanche mi piace farlo, ma la gente mi ci costringe. Al di la del fatto che la paura è soggettiva, sorry to break it to you, ma dipende da cosa vi aspettate quando andate al cinema, perché questo film non-è-un-horror.

Crimson Peak non è altro che un autentico romanzo gotico vittoriano in movimento, ovvero un perfetto antenato dell’horror moderno che riporta in un certo senso il genere al suo anno zero. Sinceramente l’ho trovato quanto di più affine a un libro di genere che un banale film horror. Guillermo Del Toro è riuscito a inserire in egual misura l’elemento sovrannaturale, la passionalità e gli amori proibiti, il senso del lugubre, con una buona dose di citazioni “nerd” che strizzano l’occhio all’intero genere letterario e io posso davvero dire di essere una persona felice.
Volendo, questo potrebbe bastare come commento, ma mi sforzerò di dire di più. Credo che se non passasse per stalking potrei intasare quotidianamente le notifiche dell’account twitter di Guillermo del Toro di “GRAZIE” perché ha fatto un film old school ed appartiene alla categoria di quelli FATTI BENE.

Come dicevo prima, in questo film ritroviamo tutti gli elementi caratteristici del Gothic Romance, a partire dal contesto socioculturale in cui è ambientato, completamente in target, passando per la caratterizzazione dei personaggi chi più chi meno ambiguo e tormentato. Parlando del cast, tutti quanti si incastrano magistralmente nei meccanismi del genere: abbiamo Mia Wasikowska (già vista in Jane Eyre, Alice in Wonderland, Maps to the Stars) nella parte della giovane Edith Cushing, scrittrice di ghost stories, orfana di madre, proveniente da una famiglia benestante, che ribalta un po’ la figura della damsel in distress perché in realtà è, in parte, pedina di uno schema strategico ad opera degli antagonisti, ma si rivela l’autentica eroina di se stessa, coraggiosa e piena di risorse. Tale da rendere la figura dell’eroe di turno, in questo caso cucita addosso a Charlie Hunnam (Hooligans, Sons of Anarchy, Pacific Rim), il giovane dottor Alan McMichael timido ed affezionato a Edith, superfluo, ma che a suo modo rimane strategico nelle dinamiche della storia.

Il cosiddetto “tall dark stranger” di cui è praticamente impossibile non innamorarsi (perché per quanto ci piaccia negarlo la sindrome della crocerossina rimane purtroppo un difetto di fabbricazione che noi donne non riusciamo a scrollarci di dosso) tocca a Tom Hiddleston (Thor, The Deep Blue Sea, War Horse). Abbiamo quindi a che fare con Thomas Sharpe, un giovane baronetto inglese bello e tenebroso con gli occhi verdi e l’aria innocente (scusate ma vi piace vincere facile) giunto in America in cerca di fondi per la propria attività famigliare insieme alla sorella Lucille Sharpe interpretata da una spettacolare, e vi giuro che mi sto limitando, Jessica Chastain: glaciale, spietata, ma a sua volta vittima delle proprie passioni, che è diventata la mia preferita in assoluto.

Crimson Peak oltre ad essere la felicità di ogni amante del gotico è anche un’autentica gioia per gli occhi, perché leggendo diverse interviste al cast e regista, in questi mesi ho avuto ulteriore modo di apprezzare il discorso legato agli oggetti di scena e alla costruzione del set, più precisamente gli interni di casa Sharpe. Interni costruiti integralmente per l’occasione e, devo dire, davvero notevoli e suggestivi. Sono convinta, a conti fatti, che se avessero tentato di realizzare questo film con una tecnica diversa da quella utilizzata non sarebbe certo uscito qualcosa di pari bellezza. Un’altra menzione speciale va senz’altro ai costumi di scena, davvero meravigliosi e ricchi di dettagli.

Si può dire che a loro modo diano un’ulteriore pennellata alla personalità dei personaggi, con scelte cromatiche simboliche e funzionali. Su tutti, mi sento di citare il vestito color rosso cremisi indossato da Lucille alla festa, in grado di creare un contrasto fortissimo con l’ambiente caldo e famigliare rappresentato nella sala da ballo.

Se non si fosse capito, a me questo film è davvero piaciuto esageratamente, andando oltre ogni aspettativa. Questo significa che dovrei andare più spesso a vedere film con i piedi di piombo? Non credo, ma se non altro mi ha restituito una piccola porzione di fiducia nell’industria di genere, e per la sottoscritta significa tantissimo. GRAZIE GUILLERMO, QUANDO ESCE IL DVD?