All’s fair in love and cold war: ovvero del perché dovreste guardare The Americans

il secondo nome di questo post è SPOILER, leggetelo a vostro rischio e pericolo
(in realtà ce ne sono solo un paio e piccoli, ma non osate dite che non vi avevo avvisati)

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Un paio di mesi fa, dopo tante suppliche agli dei e petizioni più o meno inutili (non lo sapremo mai, ma mi piace pensare abbiano contribuito) firmate online finalmente è arrivato Netflix anche in Italia e si è portato con sé tante cose che avevo già visto, ma altrettante che ho sempre voluto e che non ho mai potuto vedere fino ad ora, per questioni di tempo e logistiche. Avevo pensato appena data un’occhiata alla libreria digitale disponibile di scrivere una sottospecie di watchlist personale a riguardo, ma in tempo zero il web si era popolato di guide alla visione simili e più dettagliate di quella che avevo in programma io, così ho deciso di lasciare perdere. Ma comunque, nonostante uno dei grandi mantra del buon cinefilo o telefilm addicted sia “we’ll sleep when we’re dead” a questo mondo ci sono, davvero, troppe cose da vedere, da fare e telefilm da seguire.

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Erano ormai un paio di anni che, la serie di FX, The Americans flirtava con me da lontano, ma non avevo mai tempo per dedicarmici adeguatamente e così ho continuato a posticipare e declinare le avances, ma a conti fatti ho fatto MALISSIMO.

Se il bingewatch è il termine ormai sdoganato per parlare di visione compulsiva di serie televisive o film su Netflix allora sappiate che si addice perfettamente anche a The Americans perché ho polverizzato 39 episodi in 10 giorni a dire tanto (per la precisione, su Netflix trovate solo le stagioni 1 e 2).

Diciamo che, se già nell’ormai lontano 2001 J.J. Abrams ci aveva deliziati con quel gioiellino seriale chiamato Alias (sebbene vittima di qualche alto e basso narrativo nel corso delle stagioni, lo ammetto, ma sempre molto godibile), fondato sulle macerie della guerra fredda e incentrato sui figli di spie della CIA e KGB, al contrario, The Americans, creatura di Joe Weisberg datata 2013 e ancora in corso d’opera, anche se più “distante” e priva di elementi più strettamente catalogabili come fantascientifici ci offre in un certo senso il punto di vista genitoriale dello spionaggio.

Questa serie televisiva è basata su fatti veri e ispirata anche a fascicoli venuti alla luce nel 2010 per opera dell’FBI denominati Operation Ghost Stories.

The Americans è ambientata a Washington negli anni ottanta, in piena epoca Reaganiana, e ci porta nella vita quotidiana di una tipica famiglia americana, solo in apparenza, perché i coniugi Philip ed Elizabeth Jennings (interpretati rispettivamente da Matthew Rhys e Keri Russell) sono in realtà due agenti del KGB mandati in missione negli USA molti anni prima.

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Dei signori nessuno scelti dalla “madre Russia” per servire il paese vengono sottoposti all’addestramento da agenti segreti convolano a nozze e, con l’ordine di non svelare a vicenda le proprie vere identità antecedenti l’arruolamento, sono catapultati in un nuovo continente, e un nuovo paese, ovvero gli Stati Uniti d’America, con l’obbligo di mettere su famiglia e condurre una vita ordinaria come copertura.

Come nei migliori drama e film di spionaggio di genere la tensione è alta e gli imprevisti sono ovunque dove meno ce lo si aspetti, perché come se non bastasse i coniugi Jennings hanno anche due figli, Harry e Paige (interpretati da Keidrich Sellati e Holly Taylor), ormai adolescenti, nati e cresciuti negli Stati Uniti, totalmente all’oscuro della reale identità dei genitori e della loro occupazione al di fuori della presunta carriera di operatori turistici in un’agenzia di viaggi e cresciuti assolutamente in linea con abitudini e cultura occidentali.

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Fin dal primo episodio lo spettatore ha a che fare con un mix letale di nostalgia per il passato brillantemente trasposto con un sacco di flashback sul grigiore dell’Unione Sovietica e legami di un tempo per sempre spezzati e patema perché capisce che avrà da penare, e fondamentalmente è tutto ciò che cerco in un telefilm simile.

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Si respira aria di tensione fin da subito, proprio quando vengono introdotti i nuovi vicini di casa dei Jennings, ovvero i Beeman. I Beeman sono famiglia tranquilla, non fosse per l’occupazione del marito, tale agente dell’FBI in servizio, ed è divertentissimo rivestire i panni dello spettatore onnisciente e preoccuparsi per “i nemici” dell’occidente, mai tanto esposti e a rischio di rimpatrio immediato quanto allo stesso tempo a loro agio con le persone più sbagliate con cui instaurare amorevoli rapporti di buon vicinato. Inoltre è divertente vedere quanto spesso le vicende dei Jennings, corredate da una lista infinita di “aliases” con tanto di parrucche e protesi improbabilissime, si avvicinino agli affari di stato curati da Stan Beeman (interpretato da Noah Emmerich) e colleghi.

Oltre a loro ci sono altri personaggi secondari di non minore importanza per lo sviluppo di entrambe le trame orizzontale e verticale, su tutte Martha Hanson (interpretata da Alison Wright), impiegata dell’FBI raggirata da Philip Jennings sotto le mentite spoglie di Clark Westerfeld fino al punto di sposarlo e conviverci, dando vita a una delle mie sottotrame preferite del telefilm.

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In parallelo, mettendo da parte un attimo i fatti più strettamente legati al nucleo famigliare dei Jennings, The Americans offre uno sguardo all’aspetto più politico del periodo della Guerra Fredda con una sottotrama totalmente ambientata negli uffici della Residentura a Washington dove troviamo personaggi come Nina Krilova (interpretata da Annet Mahendru), un’agente del KGB adescata da Stan Beeman, costretta a fare controspionaggio e alla quale viene promessa un’esfiltrazione dal programma ad opera dell’FBI.

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O uno dei miei personaggi preferiti, tale Oleg Burov (interpretato da Costa Ronin), promosso ad agente del KGB, ma malvisto dai piani alti della Residentura perché “figlio di” ovvero figlio del ministro dei trasporti russo e considerato come uno spiantato, ma che in realtà tutto sommato sa il fatto suo e trova il suo spazio.

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Nel corso di tre stagioni capita letteralmente di tutto e ci si chiede letteralmente dove potrebbe andare la serie televisiva, che a marzo negli USA vedrà l’inizio della sua quarta stagione. Aspetto impazientemente il suo arrivo come un bambino può aspettare babbo natale e mi preparo psicologicamente al fatto di dover vedere un episodio a settimana come nella peggiore delle storie di dipendenza telefilmica compulsiva.

The Americans è uno dei classici esempi di telefilm che, anche se comunque anagraficamente è arrivato prima, come Narcos se ne sbatte a un certo punto della lingua inglese e obbliga lo spettatore a un certo livello di attenzione anche perché gran parte dei dialoghi sono in russo e necessitano di sottotitoli, ed inoltre non si risparmia in fatto di politically incorrect perché ogni tanto sbucano scene poco piacevoli alla vista, ma se si ha un’infarinatura di base sul periodo storico in questione si può immaginare siano successe davvero. Oltretutto ogni tanto piazza qualche pezzo musicale di tutto rispetto totalmente anni 80 (ci ho trovato i Cure e gli Yazoo) che mi ha fatto urlare dalla felicità.

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Vorrei spezzare una lancia in favore di tutto il cast che ha partecipato alla realizzazione di questa serie televisiva perché è spettacolare e ad un certo punto vanta anche la partecipazione di attori di un certo spessore come ad esempio Frank Langella nel ruolo di Gabriel, ma gli attori che hanno modo di sperimentare di più tra tutti, a livello recitativo, sono sicuramente Matthew Rhys e Keri Russell perché ad ogni puntata sfornano personaggi collaterali con caratteristiche sempre diverse oltre al puro aspetto esteriore che continua a cambiare.

Inoltre documentandomi, in questo ultimo periodo, ho scoperto che anche The Americans, come del resto le serie migliori prodotte, non ha mai ricevuto particolari premi o riconoscimenti importanti, ma sinceramente a questo punto se è il prezzo da pagare per avere un prodotto di intrattenimento di qualità allora mando giù il boccone amaro e mi attacco.

MARZO 2016 ARRIVA IN FRETTA, TI PREGO

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120 anni portati benissimo

Se non l’avessero inventato, oggi, in un universo parallelo io sarei probabilmente una fashion blogger e forse non avrei altro dio al di fuori di Louis Vuitton (sì, sto ridendo anch’io), ma sono negata in quel campo e fortunatamente la realtà dei fatti è molto diversa perché, oggi, 120 anni fa i fratelli Auguste e Louis Lumière con la prima proiezione pubblica a Parigi hanno salvato il mio presente e posso contribuire a riempire il web scrivendo articoli su questo blog.

E’ con questa clip tratta da Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola che vorrei ricordare la nascita del cinematografo e dirgli che fondamentalmente non mi importa se non è più su pellicola, o se è in digitale, o in 3D, o in 4K, o fatto via smartphone, o in altro modo, l’importante è che esista ancora.

Buon 120esimo compleanno cinema!

“so whatever you say it’s all fine by me, and who the fuck anyways wants a christmas tree. ‘cause the snow keeps on falling, even though we were bad. It will cover the filth, we should all just be glad, and spend this christmas together…” – GIOCHINI NATALIZI CINEMATOGRAFICI NUN VE TEMO

Ed è con questo pezzo degli Hives featuring Cyndi Lauper, nel titolo, che anche io mi approccio ai giochini natalizi di wordpress. Per una mera ragione di impegni vari mi riduco proprio la sera della vigilia, tipo che più sul pezzo di così si muore.
Giochino natalizio bellissimo ma impegnativo, trovato rispettivamente su entrambi i blog della tata Cineclan e di Lapinsù che sinceramente potrei risolvere in un secondo, ma sarebbe come barare perché potrei metterci l’intero cast di I Love Radio Rock, ma voglio impegnarmi veramente quindi sappiate che sto avendo problemi serissimi in fatto di scelta, ma ci provo.

State organizzando una cena e potete invitare sette personaggi tratti dai film.

Chi invitate?
Perchè?
E cosa gli fate mangiare?

Bridget Jones da Il Diario di Bridget Jones 

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Si lo so che c’è Mark Darcy e ciao, ma lei è il tipo di persona che inviterei a pranzo a Natale. Oltre al fatto che nei momenti di sconforto ho sempre pronto sulla punta della lingua “Bridget Jones non mi ha insegnato niente” effettivamente potremmo parlare di come siamo sfuggite entrambe dai parenti quest’anno e cantare canzoni imbarazzanti scegliendo la vodka.

Il Conte da I Love Radio Rock

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Lui avrebbe sempre la battuta sull’unghia e sarebbe perfetto per conversazioni ad altissimo tasso nerd sotto un punto di vista musicale (in realtà mi manca terribilmente Phil, quindi in qualche modo lo vorrei alla mia tavola)

Billy Mack da Love Actually

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non è natale senza Love Actually e quel film non ha senso senza Billy e le sue interviste politically incorrect, quindi lo esigo a una tavolata politically incorrect.

Marla Singer  da Fight Club

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A Natale è buona educazione invitare la “zia” preferita in grado di movimentare le cose sul più bello.

Rosencrantz da Rosencrantz e Guildenstern Sono Morti

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A tavola a un certo punto c’è anche bisogno di tenere attivo il cervello e  il caro Rosencrantz sarebbe perfetto per l’occasione perché conosce infiniti giochi ai confini della retorica oltre ad essere anche un maestro del fai da te. Del tipo che Giovanni Mucciaccia levate…

Billy da 7 Psicopatici

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E’ vero lui non è certo il ritratto della salute mentale, ma sa raccontare storie coi fiocchi e poi ama gli animali.

Llewyn Davis da Inside Llewyn Davis (il titolo italiano era brutto)

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E’ il classico tipo che se ogni donna conoscesse eviterebbe come la peste, ma la vita non è bella se non ti fai del male da sola (è scientificamente provato). E’ anche senza fissa dimora e sa cantare divinamente, cosa fai non lo inviti? appunto.

Ora veniamo al cibo.
Qui da me si fa il pranzo di Natale il 25 e ci piace mangiare.

Antipasto

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Facciamoci male fin da subito e andiamo di tagliere di salumi e formaggi con gnocchi fritti come se non ci fosse un domani. Per fare fondo.

Primo

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Secondo

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abbiamo ancora spazio? facciamo finta di sì. Facciamo finta ci sia ancora spazio per del branzino al sale che tanto è leggero.

Dolce

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E’ il menù di natale meno milanese del mondo ma almeno lo si conclude seguendo la tradizione. Sì a me piacciono i canditi e l’uvetta, guardatemi male quanto volete.

Ovviamente il pranzo verrà abbondantemente annegato da fiumi di rosso dell’Oltrepo’.

per augurarvi buon natale decentemente vi lascio il pezzo da cui ho preso il titolo del post.

FEEL FREE di partecipare.

Star Wars: The Force Awakens (J.J. Abrams – 2015) ovvero JJ ti chiedo scusa …per questa volta.

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Questa non è assolutamente una recensione seria, ma una cronaca degli eventi (sarebbe SPOILERFREE, ma non vi fidate)

Ho un problema con Hollywood, da diversi anni ormai, perché si sente in diritto di rimaneggiare film e saghe che mi hanno segnato l’infanzia.

Partiamo con il dire che se il famigerato progetto del reboot di The Crow sta facendo una fatica orba a decollare ufficialmente da almeno 5 anni è opera mia. Ok, va bene, non è tutta opera mia non prendiamoci tutti i meriti, ma sappiate che sto ampiamente contribuendo a gufare tutta la produzione con discreto successo. Senza contare l’esistenza del remake di Point Break che avevo ignorato per tanti mesi, di cui ho purtroppo visto il trailer al cinema molto recentemente e se devo essere sincera mi ha fatto accapponare la pelle.

Ci sarebbero altri film da citare, su tutti senz’altro il tentativo di remake del Rocky Horror Picture Show. Cioè vi faccio brillare l’auto se vi azzardate, ma non siamo qui a parlare di questo.

Amo Indiana Jones. Quando ero piccola, dopo aver visto il tempio maledetto, avevo deciso che da grande avrei fatto l’archeologa, e Harrison Ford era l’insegnante dei miei sogni (poi è andato tutto in vacca…).
Qualche anno fa, quando la produzione di blockbusters era già in crisi, ma non tanto da fare urlare alla bestialità, come ora, è arrivato il quarto film di Indiana Jones che di norma mi spinge a negare a me stessa la sua esistenza per non soffrire, ma in questo caso, va tirato in ballo.
Alla luce dell’esistenza di una vaccata (ci ho messo anni ad ammetterlo a me stessa, io volevo salvare qualcosa perché “E’ INDIANA JONES”) cosi costosa incisa su pellicola io come potevo avere fiducia nel futuro?

Oggi sono qui a parlare di un film che in fase embrionale mi ha fatto dire tante cose brutte alla Disney, George Lucas, Hollywood e J.J. Abrams, tirare santi e madonne varie perché la realtà è che sono stata ufficialmente costretta dagli eventi a vederlo e io non volevo. Star Wars, o Guerre Stellari, come volete chiamarlo (io sono cresciuta chiamandolo Guerre Stellari, ma l’inglese è una brutta bestia e si è imposto anche in questo anfratto della mia memoria)  per me conclusi i prequels dei primi anni 2000, è sempre stato capitolo chiuso e archiviato.

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Non sono mai stata una die hard fan della saga, ma Star Wars nel bene e nel male fa parte della mia infanzia e mi piace. Ancora adesso voglio una spada da Sith (perché sono sempre state più belle) e a mia volta faccio parte di quella categoria di persone che agli occhi dei fan “seri” della saga apparirà probabilmente un po’ blasfema perché non ho più visto i film per diversi anni e magari non li ricordavo bene bene, ma insomma prima del recuperone pre-episodio VII sapevo cosa succedeva almeno nella trilogia originale, ciò non toglie che io abbia nel mio piccolo il diritto di prendermela. Il fatto è che nonostante le voci nell’aria, sempre più insistenti, facessero presumere la possibilità di un recupero del franchise io sono sempre stata contraria, perché come dicevo prima odio ste operazioni commerciali di Hollywood proprio a scatola chiusa, e lo trovavo irrispettoso.

Ma il peggio non era ancora arrivato, perché il giorno dell’annuncio ufficiale con questa foto del cast è arrivata la definitiva pugnalata nel fianco.

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siete brutte persone, tutti.

CI FOSSE STATO UN ATTORE DETESTABILE IN TUTTO IL CAST, UNOOOO! Una si aggrappa come può alle cose e invece no, tutta gente che stimavo già in precedenza e di cui sarei andata a vedere un film a priori. Tanta gente presa da cinema indipendente o meno, o telefilm, e in più, oltre al danno la beffa, a quanto pare, oltre alla sottoscritta anche ad Abrams dev’essere piaciuto particolarmente Inside Llewyn Davis dei Coen tanto da metterci due attori nel cast, tali Oscar Isaac (che adoro in particolar modo) e Adam Driver.

Metabolizzato lo shock (si fa per dire), la cosa che mi ha semi convinta, ma che allo stesso tempo mi ha spaventata è che perfino uno come Harrison Ford, che difficilmente cederebbe a queste cose aveva accettato, e così la presenza di Mark Hamill, Carrie Fisher e Peter Mayhew.

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Le cose sono andate come sono andate, ma ho seguito nonostante tutto la produzione con news di vario genere e il motivo per cui sono rimasta è stato il primo teaser.

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Sono caduta come foglia morta cade.

Oh, non ce l’ho fatta, ho visto il Millennium Falcon e sono regredita.

E come si può descrivere la visione al cinema a questo punto? lo si fa tenendo presente che di base ci sono andata con puro spirito negazionista, ma carica di ansia fino alle punte dei capelli (i miei capelli sono lunghi fino a metà schiena, quindi fate due calcoli). Detto così non avrebbe senso, ma fidatevi che ce l’ha.

Sfidando scioperi dei mezzi milanesi vari e armata di compilation hardcore punk e metal nelle orecchie per fare più in fretta, il 16 dicembre, io che per inciso sono estranea anche al concetto di correre al parco, sono andata al cinema a uno dei primi spettacoli facendomi i km a piedi a passo spedito.

Insomma alle 11:30 c’era già una coda consistente fuori dal cinema e io ero lì per un film che iniziava alle 13… paranoia? probably. No, non avevo preso il biglietto due mesi prima per evitare che la sfiga si abbattesse su di me.

L’ansia è stata poi spezzata definitivamente in sala dal logo della Lucasfilm che faceva capire che stava finalmente iniziando Star Wars: The Force Awakens e dalla colonna sonora seguita da sospiro generale di massa.

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Va bene, alla fine mi sono dovuta arrendere all’evidenza che mi è piaciuto e pure parecchio, lasciandomi a suo modo in stato di shock, ed è vero, mi sono fasciata la testa dal primo giorno forse eccessivamente, ma potete biasimarmi? il fatto è che è stato meglio di quanto potessi pensare.

Non so quale sia esattamente il punto di forza di questo film perché oltre a gran parte del cast originale ha oggettivamente numerosissimi elementi in comune con episodio IV e mi rendo conto che questo possa essere benissimo la cosa che lo rende allo stesso tempo prevedibile, ma funziona. Funziona perché è palesemente fanservice, ma non buttato a caso, questo film apre una finestra su nuovi potenziali sviluppi. Il pubblico è esigente, ma ha bisogno di essere rassicurato in qualche modo, un po’ come ha fatto la battuta di Han Solo nel trailer, quel “Chewbie we’re home” del trailer e c’è anche una sostanziosa porzione di battute divertenti che ci piacciono tanto.

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A mettere le mani sulla sceneggiatura è tornato Lawrence Kasdan, già autore di Ritorno dello Jedi e quello che è il mio preferito della trilogia originale, ovvero L’impero Colpisce Ancora, e si sente perché Episodio VII è una gigante strizzata d’occhio ai fans.

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Una cosa che mi è piaciuta davvero molto sono i personaggi, perché sì, c’è un inevitabile legame molto consistente con il passato, ma anche un più che valido passaggio di testimone con una caratterizzazione psicologica interessante, vedi il personaggio di Kylo Ren interpretato da un notevole Adam Driver (Inside Llewyn Davis, Girls, Hungry Hearts) oppure la giovane Rey interpretata da una sorprendentemente brava Daisy Ridley che senza troppi giri di parole è seriamente a inizio carriera e si trova tra le mani un personaggio femminile davvero ottimo (che ha ribaltato tutte le teorie che ho sentito fino a prima di entrare in sala e la cosa mi ha fatto molto piacere). Sono comunque molto curiosa di sapere come si evolverà la storia di entrambi.

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Ci sono anche nuovi personaggi più o meno scanzonati che non puoi non amare come Finn interpretato da John Boyega anch’esso esordiente, o Poe Dameron, il pilota della resistenza con l’aria da cialtrone, interpretato da Oscar Isaac (Inside Llewyn Davis, A Most Violent Year, Ex Machina).

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C’è anche spazio per un nuovo droide assolutamente adorabile chiamato BB-8 molto ironico e che fa affezionare il pubblico in tempo zero, pur sempre senza dimenticare gli storici C3PO e R2D2 perché vabbè che gli vuoi dire? Ci sono anche loro nel film, e per fortuna!

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A questo punto potrei entrare nei dettagli con altri personaggi, ma non mi sembra giusto visto che c’è già mezzo mondo che sta già rovinando il film a chiunque.

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Dato che alla fine mi è sfuggita la mano e ho scritto più del dovuto e del previsto vi lascio con un paio di momenti WTF sempre legati all’altro giorno che mi pare il caso di ricordare perché mi hanno fatto sorridere:

  • Quando a fine film è partito l’applauso di tutta la sala e a luci accese il tizio di due file più avanti di me si è alzato e girandosi verso il resto del pubblico ha detto gesticolando “QUESTO FILM FA CA-GA-RE” fingendo di andarsene via (fingendo, perché a fine end credits era di fianco a me vicino alla porta) in mezzo al menefreghismo generale… mi sa che non ti cagava nessuno gioia, ritenta.
  • Quando fuori dal cinema ho visto un tizio in accappatoio, con la spada homemade e il cartello sulla schiena con scritto “sono un jedi, fidatevi di me”

Ciò non toglie che è stato bello vedere un numero consistente di persone in fuga dall’ufficio riempire la sala apposta per Star Wars, c’era un’atmosfera da convention con gente mascherata o meno ed è stato surreale, soprattutto perché in quel cinema a quell’ora di solito siamo al massimo in 5 persone.

E ora aspettiamo Rogue One e Episodio VIII…

another one left

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Ero combattuta se pubblicarlo o no, ma va fatto.
Un po’ da amante del rock in generale glielo devo anche perché Scott Weiland ha fatto parte (non avete idea di quanto mi faccia impressione usare il passato) del mio harem di voci preferite della musica da tantissimi anni ormai.

Purtroppo ieri all’età di 48 anni ci ha lasciati, a quanto pare stroncato da un infarto, mentre era in tour e averlo scoperto appena sveglia è stato davvero orribile.
Ha avuto una vita molto travagliata e si può dire che la dipendenza non l’abbia mai abbandonato veramente.

Quello che mi mancherà terribilmente oltre al non vederlo più sarà senz’altro la sua voce estremamente particolare, rauca al punto giusto, versatilissima dalle ballads ai pezzi più potenti.
E dopo la morte di un’altra delle mie icone del grunge come Layne Staley degli Alice in Chains sarà brutto convivere anche con questa nostalgia musicale.

Nel mondo della musica ci sono frontmen insostituibili, perché nel bene o nel male sono animali da palcoscenico e principalmente hanno voci che al di là di tutto ti permettono di capire da pochissimi frammenti di canzone quale gruppo si sta ascoltando alla radio e lui è sempre stato uno di questi. E’ anche per questo motivo che la sua morte mi farà doppiamente male.

Sì, perché nel mio piccolo mi sento una fan orribile, ditemi quello che volete, ma da quando gli Alice In Chains hanno ripreso l’attività con il nuovo cantante io non sono più riuscita ad ascoltarli nemmeno al pensiero che ogni tanto i pezzi li fa Jerry Cantrell. Se dovessero riformarsi gli Stone Temple Pilots e dovessero fare una cosa del genere non so come la prenderei, per me però non sarebbero più gli Stone Temple Pilots o i Velvet Revolver.
Questo non significa assolutamente che se dovesse morire un bassista o un altro componente del gruppo allora sarebbe una perdita di minore importanza, ma il cantante volenti o nolenti ha il suo peso almeno a livello affettivo per come si identifica un gruppo.

in ogni caso lassù, da ieri, artisticamente parlando hanno fatto un grande acquisto.

visto che il mio blog parla prevalentemente di cinema pubblicherò questa scena tratta da The Crow del 1994, già cult movie personale fornito di una colonna sonora pazzesca che mi ha segnato l’infanzia e l’adolescenza in vari modi.

RIP Scott Weiland

Sex, Drugs and Classical Music: Mozart In The Jungle che ritorna

E’ iniziato tutto per caso la scorsa primavera, come nel 90% dei casi del resto, per caso.
Iniziava a fare quel caldo anomalo che ci affligge da qualche anno a questa parte ed era una domenica pomeriggio. Ora, si sa che di domenica pomeriggio già di norma il livello di fancazzismo e smarrimento esistenziale sia alle stelle per definizione, ma fortunatamente (o per sfortuna, dipende dai punti di vista) quel giorno la tv stava passando uno di quei film che io avevo prudentemente ignorato a suo tempo perché avevano sventolato in ogni luogo e in ogni lago mediatico in fase promozionale, ma io avevo talmente abbassato la guardia e c’era il vuoto cosmico in tv quindi ho ceduto.
La promozione a suo tempo aveva posto l’accento su quella parte di cast più nazionalpopolare e più commercialmente interessante. In poche parole mi avevano tenuto all’oscuro la presenza di Gael Garcia Bernal in Letters To Juliet e io l’ho scoperto a film inoltrato!
No, state tranquilli, non vi parlerò di Letters To Juliet: per primo perché non me ne po frega de meno e non voglio affliggere chi incapperà in questo post, e per secondo perché onestamente ho passato tutto il tempo a imprecare per le poor cast choices che potrei tediarvi per ore su quanto quel mascellone biondo fosse sbagliatissimo per l’happy ending, ma non lo farò.
Allo stesso tempo, però, questo film è stata un’epifania, totalmente out of anger, perché mi ha fatta domandare “Gael, a’bbellodezia ma tu che fine hai fatto?” ed è andata a finire come tutte le altre volte, cioè con una visita su imdb.com, e si sa cosa succede dopo.
Così ho fatto una scoperta, e cioè che anche lui a un certo punto della sua vita ha sentito il bisogno di cedere al mondo della serialità, ma non solo lui, anche Malcolm McDowell!
Tutto ciò è riassumibile con il titolo Mozart In The Jungle.

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Ora, se non l’avete mai visto vi dico di procurarvelo. Non avete scuse per la durata perché è una sitcom, ogni episodio dura 20 minuti scarsi e ci sono solo 10 episodi che si volatilizzeranno sotto i vostri occhi. Dico così perché quando l’ho iniziato, per caso, ho detto la fantomatica frase “si, beh ne guardo uno, tanto per…” e poi alla fine ricordo che era magicamente diventata l’una del mattino e io ero all’episodio numero 5 piena di sensi di colpa perché l’avrei potuto finire tutto subito e non volevo, ma non riuscivo a smettere, era più forte di me.

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La serie è tratta dal libro di Blair Tindall “Mozart In The Jungle: Sex, Drugs and Classical Music” ed è stata adattata da Roman Coppola, Jason Schwartzmann e Alex Timbers.
Ambientata a NYC, tratta in contemporanea le disavventure della giovane oboista Hailey Rutledge (Lola Kirke) mentre tenta di entrare a far parte dell’orchestra sinfonica della città che proprio in quel momento sta cambiando direttore e di Rodrigo De Souza (Gael Garcia Bernal) alle prese con il suo nuovo incarico. Viene narrato il passaggio di testimone alla direzione dell’orchestra tra “l’anziano” Thomas Pembridge (interpretato da Malcolm McDowell) e il giovane Rodrigo De Souza: un cambio generazionale di toni dal rigoroso e classico all’innovazione, pura sperimentazione musicale ad atteggiamenti sopra le righe divertentissimi in grado di conquistare in brevissimo tempo chiunque, e di scatenare l’ira e la gelosia del suo precursore .

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Il clima che si respira in questo telefilm è di leggerezza, ironia e di creatività e sinceramente ci scommetto quello che volete ma senza Bernal nella parte di Rodrigo sono convinta che non sarebbe mai stata la stessa cosa anche perché si presta talmente tanto nella parte dell’artista fuori dagli schemi che non so chi altro avrebbe potuto ricoprire quel ruolo.

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Non voglio dire niente di dettagliato relativo alla trama perché tutta la stagione dura così poco che c’è il rischio di svelare cose, basta provare a seguire un paio di episodi per farsi un’idea. Ho scritto tutto sto papiro per un semplicissimo motivo, cioè perché oggi è uscito il trailer della seconda stagione, che negli USA, su amazon video inizierà il 30 di dicembre e io sono una tossicodipendente felice perché a breve potrò avere 10 nuovi futuri “vecchi” episodi (in realtà non ho controllato, spero ce ne siano di più) con cui tenermi compagnia lungo tutto il 2016 perché ovviamente la prima stagione l’ho riguardata in loop.

Quindi boh, per concludere non pensavo l’avrei mai detto, ma grazie Letters To Juliet, perché forse senza di te non avrei mai scoperto questa ennesima droga seriale.

qui trovate il trailer della seconda stagione