I’m a survivor

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E ci siamo, puntuale come ogni anno è arrivato anche il day after della notte degli Oscar, quella giornata in cui non sai più chi sei, cosa fai, quanti anni hai, perché hai troppo sonno per vivere e hai anche troppe sostanze contenenti caffeina e teina in corpo.
La cerimonia di quest’anno la definirei più che altro maratona o lotta di sopravvivenza all’ultimo streaming (per fortuna almeno era un link abbastanza stabile, grazie sky italia per aver pensato anche a noi senza abbonamento), piumone e snack, ma alla fine si può dire che l’abbiamo portata a casa.

E’ stato strano, c’era un’aria vintage e anche un pochino nostalgica, più che altro per il conduttore perché quest’anno a presentare c’era Chris Rock. chris-rock
Lui è stato per diversi anni una delle ragioni principali che mi spingevano a guardare gli ormai preistorici MTV Video Music Awards, perché i suoi discorsi introduttivi non hanno mai risparmiato nessuno tra i presenti in sala e non e sono contenta, nonostante il fastidio generale delle polemiche degli OSCARS SO WHITE, che ci sia stato lui incaricato a trascinare il pubblico perché è ironico e irriverente quanto basta per fare quello che ha fatto, anche se ho letto pareri contrastanti. giphy1 Beh in ogni caso a me è piaciuta molto la sua conduzione perché oltre a fare un bel discorso generale ha sparato a zero un po’ su tutti, rincarando la dose con una serie di interventi esterni da parte di personaggi famosi afroamericani (su tutti la mia preferita è stata Angela Bassett), e in particolare non mi ha delusa come, ahimè inaspettatamente, ha fatto l’anno scorso Neil Patrick Harris, sul quale avevo riposto grandi speranze. E a questo punto scusate non potevamo chiamarlo un anno fa Chris? no? ok no.

Alla fine uno dei motivi per cui non mi voglio perdere la cerimonia degli Oscar live, che poi è anche la parte più divertente, è la certezza di trovare sempre persone su twitter con cui commentare e sparare boiate online lungo tutto lo svolgersi della cerimonia (ve vojo bene, voi sapete chi siete) e anche quest’anno non ci siamo risparmiati, perché se è vero che quelli della ABC o di E! Entertainment hanno una schiera di fashion bloggers mancati o quant’altro, noi siamo sempre più disperate tra lo scegliere il momento più adatto per andare in bagno e imprecare perché non intervistano l’attore preferito di turno sul red carpet.

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Diversamente dallo scorso anno qualche sorpresa c’è stata nelle premiazioni e nonostante tutto io ho indovinato 10 premi su 24 sulla schedina. I call it success. Se poi le previsioni corrispondono anche al tifo è anche meglio.
Posso dire di essere stata accontentata su più fronti perché hanno vinto Alicia Vikander, Brie Larson, Ennio Morricone con un discorso di ringraziamento davvero commovente, gli sceneggiatori di La Grande Scommessa, gli addetti agli effetti speciali di Ex Machina e poi la vera sorpresa nonché film pigliatutto dell’anno Mad Max Fury Road.
Fassbender non ha vinto, alla fine ha vinto Leonardo DiCaprio, però spero almeno questo serva a resettare matrix e far sparire tutte le immagini sceme, campagne, videogiochi in flash e parodie perché once again a me piace tantissimo come attore, ma siate oggettivi per dio. E poi continuo a pensare che la sua migliore interpretazione fosse quella di Calvin Candie in Django Unchained, in The Revenant è stato comunque notevole, ma non mi ha lasciato le stesse cose. No hard feelings pls.
Tom Hardy non ha vinto, ma io sono contenta anche solo per il fatto che finalmente lo abbiano nominato. Sono contenta allo stesso modo per la vittoria di Mark Rylance, che fosse telefonata o meno non mi importa, perché ha fatto un gran lavoro in Il Ponte delle Spie. Inarritu (o Alejandro per gli amici) ha vinto un’altra statuetta per la regia a pieni meriti e Spotlight alla fine si è preso il premio come miglior film e tutto sommato la cosa non mi dispiace.

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Ho apprezzato molto anche il momento musicale, quest’anno con la partecipazione di una delle mie persone preferite, tale Dave Grohl (mica lo scemo del paese), a fare da sottofondo live al consueto tributo per chi ci ha lasciati durante lo scorso anno e ogni volta è sempre peggio, David Bowie a parte non mi ero resa effettivamente conto che fosse già passato un anno dalla morte di Christopher Lee. Speriamo che il 2016 sia un po’ meno mietitore di quanto non lo sia già stato in due mesi.

Ora penso passerò quel che resta della giornata a cercare foto e gif animate di Fassbender e la Vikander perché sono troppo belli insieme (e lei è talmente brava che quasi la perdono per avermelo soffiato dalla piazza *risate in background a sfumare*). Fasso caro è inutile che ti porti padre o madre o sorella alle premiazioni come copertura… we know.

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alti momenti di blogging, lo so. ignoratemi.

Last but not least, una special mention per questa foto bellissima di gruppo con Charlotte Riley, Leonardo DiCaprio e Tom Hardy che, come mi è stato fatto notare ha una cover del telefono con la sua foto. Eroe.

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“and the oscar goes to…” – previsioni e tifo spassionato: edizione 2016

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Ci siamo, è il 28 febbraio e perché io mi riduca sempre al pomeriggio della giornata della consegna delle fantomatiche statuette dorate a scrivere post a tema quando oggettivamente potrei prendermela con calma qualche giorno prima e scandendo più decentemente la visione dei film in gara è una cosa che mi è sempre risultata oscura e temo procederà anche nei prossimi anni su questo filone. L’importante è arrivarci in un modo o nell’altro, no? ecco appunto.

Ovviamente non ho visto tutti tutti i film nominati, ma solo quelli strettamente necessari a fare adeguatamente il tifo.

Quest’anno devo ammettere la sto sentendo meno la gara, non so nemmeno bene io perché sinceramente. Credo sia un po’ per via delle polemiche che ci sono state negli scorsi mesi. Sta di fatto che contrariamente a quanto si pensi non ho una concezione così alta di questa premiazione, preferisco i Golden Globes, c’è un clima più rilassato, ma la consegna degli Oscar è quella che attira più risonanza mediatica in assoluto e quindi vabbè, si parla di argomenti mondani e ci si adegua. Più che altro per me è sempre stato un diversivo di fine febbraio.

L’ultima delle mie intenzioni è fare un post serio, quindi dico da subito che io faccio il tifo con l’aggiunta di qualche motivazione, ma è una cosa soggettiva e fatta da una cazzara, per cui non ve la prendete perché c’è gente più qualificata di me con cui parlare seriamente.

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Parlando in generale della categoria BEST PICTURE devo ammettere che sono stata molto in difficoltà perché bene o male mi sono piaciuti tutti a loro modo, certo alcuni più di altri, ma c’è anche da dire che sono molto diversi tra di loro.
Una menzione particolare la meriterebbe a mani basse La Grande Scommessa perché mai, e dico mai, avrei pensato di poter andare al cinema e divertirmi a guardare un film che parla di finanza pur sempre senza capirci una mazza, ma è successo, perché è stato scritto veramente bene, ma quindi questo lo rende allo stesso tempo meno qualificato a vincere in una categoria simile ai miei occhi, però i suoi meriti li ha.
Il Ponte delle Spie è quello che mi ha esaltata di più sulla carta e invece al cinema è stato seppure in minima parte un po’ una delusione. In realtà è un film bellissimo e faccio tanto di cappello a produzione e attori, ma anche un film dannatamente americano fino al midollo. Sono uscita soddisfatta al 90% dal cinema, ma non mi è bastato, forse perché è un film sullo spionaggio della guerra fredda e mi piace molto come periodo storico, non so… però tant’è.
*modalità mostro insensibile on* Brooklyn mi è piaciuto, ma una storia d’amore semplice semplice. non so, finito il suo compito non mi ha lasciato molto *modalità mostro insensibile off*.
Per quanto mi riguarda, Mad Max: Fury Road, memore dei capitoli precedenti con Mel Gibson recuperati insieme alla Jess la scorsa primavera, è stato una piacevole sorpresa nel suo genere, perché con a capo una donna con la D maiuscola Charlize Theron e pure mutilata, scusate se è poco. Inoltre è una sinfonia visiva per la fotografia, ma non so se vincerà qualcosa.
The Martian è il film su cui non avrei scommesso un euro e invece è stato una sorpresa, a suo modo, nonostante similitudini con altri film è riuscito a intrattenermi a dovere e poi c’è Sean Bean e non muore!!.
Non si chiamano academy awards se non c’è un film che ti fa piangere tutte le lacrime che hai in corpo e il film di quest’anno è senz’altro Room di Lenny Abrahamson. Il suo punto di forza è senz’altro la sceneggiatura ma più che altro ha delle prove attoriali con il loro peso, ma non so se basterebbe a fargli portare a casa la statuetta.
Un film che invece avrebbe secondo me più speranze, più che altro per il tema, è Spotlight, perché l’argomento dei preti pedofili negli USA ha fatto molto rumore, ma nonostante mi sia piaciuto non gli darei un oscar.
E poi c’è il tanto discusso amato e odiato The Revenant che io ho trovato più una performance a tutto tondo che un film, e non mi importa se vi ha ricordato Tarkovskij o chi altro, anche Tarantino si ispira ad altri film del passato, perché Inarritu no? Senza nulla togliere alle altre pellicole comunque notevoli alla fine farò il tifo per questo titolo e se dovesse vincere io sarei molto contenta.

Quindi ora lascerò l’elenco delle mie preferenze perché chiamarle previsioni mi sembra azzardato.

BEST PICTURE

La Grande Scommessa

Il Ponte delle Spie

Brooklyn

Mad Max: Fury Road

The Martian

The Revenant

Room

Spotlight

BEST ACTOR IN A LEADING ROLE

Bryan Cranston (Trumbo)

Matt Damon (The Martian)

Leonardo DiCaprio (The Revenant)

Michael Fassbender (Steve Jobs)

Eddie Redmayne (The Danish Girl)

Mi fate levare un sasso dalla scarpa? A costo di suonare di parte, e so di esserlo, ma oggettivamente Fassbender merita di più di DiCaprio a sto giro. Vorrei vincesse DiCaprio solo per non sentire più nessuno portare avanti quel trend cretino di dargli un oscar a tutti i costi anche quando c’è gente che lo meriterebbe più di lui. Io lo reputo un grande attore, però vi prego basta. Ma l’avete visto Fassbender in Steve Jobs? in pratica si addossa due ore di film egregiamente. Se non dovesse vincere neanche quest’anno andrò avanti con la mia crociata in solitaria.

ACTRESS IN A LEADING ROLE

Cate Blanchett (Carol)

Brie Larson (Room)

Jennifer Lawrence (Joy)

Charlotte Rampling (45 Years)

Saoirse Ronan (Brooklyn)

Brie Larson, prima di Room, non la conoscevo, ma è stata una sorpresa e mi ha spazzato via tutte le altre contendenti con la sua interpretazione, quindi se non dovesse vincere lei ci rimarrei davvero male. In caso mi andrebbe bene Saoirse Ronan o Cate Blanchett, ma non sarebbe la stessa cosa.

ACTOR IN A SUPPORTING ROLE

Christian Bale (La Grande Scommessa)

Tom Hardy (The Revenant)

Mark Ruffalo (Spotlight)

Mark Rylance (Il Ponte delle Spie)

Sylvester Stallone (Creed)

Anche se credo vincerà Mark Rylance meritatamente io vorrei tanto si prendesse la statuetta Tom Hardy per The Revenant, perché è stato spettacolare. Lui tira fuori sempre personaggi particolari e sono felice l’abbiano finalmente nominato. E’ già questa una vittoria, ma vorrei tanto vincesse. In alternativa mi andrebbe bene anche Mark Ruffalo.

ACTRESS IN A SUPPORTING ROLE

Jennifer Jason Leigh (The Hateful Eight)

Rooney Mara (Carol)

Rachel McAdams (Spotlight)

Alicia Vikander (The Danish Girl)

Kate Winslet (Steve Jobs)

Sapete tutti quanto io adori Alicia Vikander, quindi il mio voto va a lei senza se e senza ma. Mi è piaciuta davvero tantissimo in The Danish Girl però devo ammettere che è in ottima compagnia.  Tra tutte Jennifer Jason Leigh che mi è piaciuta molto in The Hateful Eight e se non altro meriterebbe un premio per miglior abbrutimento in un film.

CINEMATOGRAPHY

Carol

The Hateful Eight

Mad Max: Fury Road

The Revenant

Sicario

Anche se credo vincerà The Revenant, io faccio il tifo per Mad Max

BEST DIRECTOR

La Grande Scommessa

Mad Max: Fury Road

The Revenant

Room

Spotlight

BEST VISUAL EFFECTS

Ex Machina

Mad Max: Fury Road

The Martian

The Revenant

Star Wars: The Force Awakens

BEST ADAPTED SCREENPLAY

La Grande Scommessa

Brooklyn

Carol

The Martian

Room

BEST ORIGINAL SCREENPLAY

Il Ponte delle Spie

Ex Machina

Inside Out

Spotlight

Straight Outta Compton

E questo è quanto, ma ciò non toglie che ho un appunto da fare riguardo a qualche esclusione:
In primis, non trovo giusta l’esclusione del piccolo, ma già mostruosamente bravo, Jacob Tremblay in Room. Vergogna academy!
Per quanto mi sia piaciuto The Martian io nella categoria miglior film ci avrei visto meglio Ex Machina e Alicia Vikander avrebbe meritato di più una nomination come protagonista nel medesimo film.
Inoltre la mancata nomination a Quentin Tarantino per la sceneggiatura di The Hateful Eight mi sembra uno sgarbo assurdo.
Ci sarebbe stata anche una nomination come miglior film a Tumbo magari… ah già, le polemiche.
Una nomination a Charlize Theron in Mad Max piuttosto che l’ennesima inutile a Jennifer Lawrence non mi sarebbe dispiaciuta.

Intanto vediamo che succede questa sera.

TAG GAME: 25 Bookish Things

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E ci siamo, sono stata taggata dalla mia amica A Fox Among The Books e mi tocca. Non prendiamoci in giro, è un gioco impegnativo e non pensavo sinceramente di riuscire ad arrivare a 25 aneddoti, mi sono stupita di me stessa. Forse se si fosse trattato di un gioco incentrato sul cinema mi sarebbe andata meglio, ma ci ho messo un po’ a comporre la lista.

Dunque dicevamo, 25 cose “librose”:

  1. Lo spazio in casa mia ormai langue da anni, ma questo non mi ha mai fermata dall’aggiungere nuovi arrivati che si sommano poi ad altri libri in lista di lettura. Come si dice? the more the merrier.
  2. Quando vado a fare un giro, se trovo una libreria ci devo entrare.
  3. Quando entro in libreria non importa se non compro nulla, ogni libreria merita attenzione.
  4. Se ho pochi soldi in tasca una visita in libreria è strategica e obbligatoria perché so che non potrò permettermi di comprare nulla.
  5. Amo sottolineare parti di libri che mi piacciono e aggiungere post it.
  6. Qualsiasi cosa per me diventa un potenziale segnalibro, dallo scontrino del panettiere ai biglietti della metropolitana e del treno collezionati sistematicamente perché non si può mai sapere.
  7. Se è vero che le librerie sono la mia kryptonite allora anche le biblioteche meritano un posto speciale in questa lista, perché chi ha il coraggio di dire di no a dei libri gratuiti? il problema vero è che poi se ti affezioni è dura separarsene dopo un mese, cosa che a me succede sempre.
  8. Quando dovevo preparare gli esami di letteratura in università cercavo in tutti i modi di procurarmi, al massimo, le fotocopie di romanzi introvabili piuttosto che farmeli prestare perché, sempre per il fatto che mi spiace separarmene e che adoro appuntarmi cose, una volta è successo che mi hanno prestato uno dei libri che ad oggi ho adorato di più e adesso per colpa di una sorta di stupido ocd il mio cervello mi dice che ormai quel libro l’ho letto la prima volta e archiviato. Quindi se lo dovessi rileggere adesso non sarà mai lo stesso, così sto facendo passare anni per poter dimenticare cose facendo sì che quando l’avrò comprato potrò godermelo quasi come se lo stessi leggendo per la prima volta (lo so, sto male).
  9. Quando viaggio devo avere sempre un libro in borsa, poi magari non lo leggo, ma mi da sicurezza. Cioè magari si scarica l’iPod.
  10. Quando vado ai concerti metto i biglietti all’interno di un libro della stessa grandezza perché so che così non si rovineranno e poi se sono da sola posso sempre leggere per ammazzare il tempo.
  11. Quando in università ci davano i programmi di esame con i titoli facoltativi consigliati per i non frequentanti io me li segnavo, spesso e volentieri, perché a volte si rivelavano più interessanti di quelli strettamente necessari alla buona riuscita dell’esame.
  12. Non ho un genere preferito, la storia deve proprio interessarmi.
  13. Non sono una che legge il libro prima di vedere il film da cui è tratto, anzi spesso succede il contrario.
  14. Amo i mercatini dell’usato e i siti di libri usati perché si risparmia e spesso e volentieri si trovano edizioni degne di nota.
  15. Se punto da tanto tempo un classico vado a cercare accuratamente l’edizione che più mi piace fino a scadere nel morboso.
  16. Adoro le edizioni oscar mondadori e garzanti (sì lo so, pubblicità occulta) di teatro perché hanno introduzioni spesso più esaustive di altre.
  17. Ho dei periodi in cui leggo tantissimo e altri in cui non leggo nulla.
  18. L’estate mi porta insonnia e di conseguenza devo ammazzare il tempo con qualche libro.
  19. Quando vado in libreria vado a cercare i libri che ho già perché sono curiosa di sapere se nel frattempo gli hanno cambiato copertina.
  20. Ho una brutta abitudine e cioè ogni volta che inizio un capitolo guardo da quante pagine è composto. E’ una cosa che tendevo a fare quando leggevo esclusivamente di notte tanti anni fa, ma mi è rimasta.
  21. Se mi piace un autore tendo a centellinare i suoi lavori, in modo da avere sempre materiale a disposizione.
  22. Purtroppo non leggo tanto quanto e tanto spesso quanto vorrei, ma ci sto lavorando su.
  23. Ho il difetto di iniziare più cose insieme e lasciarle a metà per tempo immemore, poi le riprendo.
  24. Da quando mi hanno regalato il Kindle posso darmi alla pazza gioia a scaricare libri in lingua senza svenarmi e mi diverto a controllare le traduzioni di edizioni che ho in casa. Mi rendo conto che questo sia deformazione professionale.
  25. Mi viene l’ansia a prestare libri in giro, anche se so che siete le persone più affidabili del mondo e che me li tratterete “coi guanti”, ma sappiate che non è in cattiva fede.

Ok ora arriva la parte ancora più difficile, chi taggo? *risata in background*
La faccenda è seria, visto che conosco pochi di voi seppure solo online, ma facciamo che su due vado sul sicuro, gli altri improvviserò. Taggo Cineclan, Huffle Puffle Reads, Zeus e Kasabake. Ricordate che siete liberissimi di non farlo e che, in caso, chi non è stato taggato ma avesse per caso voglia di cimentarsi lo stesso è il benvenuto!

…I chose not to choose life

 

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Quando penso a Trainspotting ripenso alla mia adolescenza.

Quando penso a Trainspotting penso alle VHS perché la prima volta che l’ho visto è stato su quel formato.

Quando penso a Trainspotting penso alla volta che sono andata in vacanza in Scozia e ad Edimburgo sono andata a cercare Hanover Street percorrendola perché c’erano stati Mark Renton, Sick Boy e Spud. Poi penso anche al fatto che devo tornarci perché c’era un tour a tema e non ce l’ho fatta ad andarci.

Quando penso a Trainspotting penso al fatto che probabilmente c’è davvero il peggior bagno della Scozia, ma fortunatamente non l’ho beccato io.

Quando penso a Trainspotting penso che forse dovrei comprare un edizione dvd più aggiornata perché magari nel frattempo hanno messo dei contenuti extra veri a parte il trailer, mentre invece la mia non li ha.

Quando penso a Trainspotting penso che oggettivamente non saprei quantificare quante volte ho visto scritto il monologo di Mark Renton su banchi di scuola, muri e smemorande.

Quando penso a Trainspotting penso allo shock totale misto a crisi esistenziale di quando ho realizzato guardando Grey’s Anatomy che quel figo di Owen Hunt fosse, in realtà, niente meno che quell’odioso di Tommy.

Quando penso a Trainspotting penso a quanto io mi sia innamorata della cadenza scozzese.

Quando penso a Trainspotting penso a come tutto il cast mi si sia riproposto per vie traverse in gran parte dei film e delle serie televisive che guardo e guardavo.

Quando penso a Trainspotting penso a quanto la sua colonna sonora sia effettivamente uno spaccato musicale del periodo, anche perché ormai il Regno Unito datato anni novanta per me suona come Iggy Pop, i New Order, Blur, Lou Reed, Elastica, Pulp e molti altri.

Ma il pensiero di fondo di oggi, leggendo online e ripensando a Trainspotting è che oggettivamente non riesco a far pace con l’idea che oggi abbia compiuto davvero vent’anni.

BUON COMPLEANNO TRAINSPOTTING

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Krigen / A War (Tobias Lindholm – 2015)

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Gli Oscar mi suscitano amore e odio in egual misura da una vita, più che altro per premi strameritati mai consegnati, ma devo ammettere che limitandoci strettamente a un semplice discorso di film candidati, se dovessi proprio scegliere tra tutte le categorie che ne fanno parte, da un po’ di anni, le nominations all’oscar per Miglior Film Straniero sono senza dubbio la mia categoria preferita.

C’è da dire che già di norma ho una predilezione per i film europei, ma in particolare la scandinavia (ma anche la Germania e la Francia ad essere sincera) da qualche tempo occupa un posto speciale nelle mie preferenze cinefile perché ogni tanto offre autentiche perle.

Del resto è, pur sempre, merito di questa categoria se qualche anno fa ho scoperto l’esistenza di Alicia Vikander (attrice che adoro e per la quale sto attualmente facendo il tifo alle varie premiazioni di quest’anno per i suoi ruoli in Ex Machina e The Danish Girl) perché parte integrante del cast di A Royal Affair del danese Nikolaj Arcel, che ho amato tantissimo. Ma potrei davvero citare altri film come ad esempio l’altrettanto bellissimo Kon-Tiki, film norvegese ad opera di Joachim Rønning e Espen Sandberg in corsa come film straniero insieme al precedente da me citato.

Anche quest’anno l’Academy mi ha fornito il film scandinavo di turno da vedere e io mi sono quindi buttata su un altro film danese praticamente a occhi chiusi e la solita curiosità perché al di là del fatto che da qualche parte si deve iniziare, nel cast c’è almeno un attore a me noto per vie traverse, sto parlando di Krigen di Tobias Lindholm (già sceneggiatore di Il Sospetto di Thomas Vinterberg).

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Il film è di quelli che, in condizioni normali, non guarderei volentieri, ma questo fortunatamente già dalle brevi trame trovate in giro per la rete successive alla presentazione al festival del cinema di Venezia del 2015 mi sembrava tutto sommato interessante ed alla fine posso assicurare che lo è stato davvero.

Krigen (o A War) è un film che non va per il sottile, colpisce ai fianchi e per di più riguardo un tema attualissimo. Siamo talmente abituati ai reportage quotidiani di cronaca estera al telegiornale in diretta dalle varie zone di guerra che affliggono il mondo e credo anche, in un certo senso, un po’ assuefatti ed è per questo che Krigen a suo modo funziona mettendo lo spettatore davanti a un bivio e sollevando in lui domande.
Sì, perché è questo il bello, non si tratta del classico film di guerra di quelli che detengono una verità assoluta o che esplorano il gia visto della guerra in Afghanistan, ma al contrario Krigen si concentra sull’uomo come individuo e non c’è chi impone una qualsivoglia opinione di fondo perché quello è in realtà un lavoro sporco che spetta al pubblico.

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Siamo messi davanti ad un momento drammatico dove viene esaltata una tutto sommato particolare quotidianità famigliare. Osserviamo la famiglia Pedersen, su due piani incidenti: Da un lato c’è il comandante Claus Michael Pedersen, interpretato da Pilou Asbæk (Borgen, Lucy, e a breve lo vedremo anche in Game of Thrones), che è il protagonista principale di questa storia, uomo a capo di una squadra di soldati operanti in Afghanistan che un giorno si trova, durante una missione di routine, sotto fuoco incrociato durante un assalto talebano e finisce sotto inchiesta dopo essere stato messo in un determinato momento nella condizione critica di dover scegliere tra la vita dei suoi uomini o la missione. Dall’altro c’è Maria, la moglie di Pedersen interpretata da Tuva Novotny (Jalla Jalla), sola a portare avanti una famiglia a Copenhagen con tutte le difficoltà annesse e connesse.

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Il pregio del film di Lindholm risiede nel fatto che offre la sua dose di intrattenimento perché va ben oltre le scene di guerra in modo singolare. La narrazione ad un certo punto si sposta inevitabilmente all’interno di un tribunale danese ed è lì che la faccenda si fa interessante perché è proprio dove viene chiamata in causa l’empatia del pubblico e di conseguenza lo spettatore, a quel punto, cerca inevitabilmente di identificare l’eroe di turno e il rispettivo villain della situazione.
Onestamente non so chi vincerà nella categoria di miglior film straniero quest’anno, anche perché non ho ancora visto gli altri nominati e non posso certo farmi un’idea concreta, ma andrò avanti a fare il tifo per il nord.

A Most Violent Year (J.C. Chandor – 2014)

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L’Italia è un paese affascinante per tanti motivi, ma in particolare il mondo della distribuzione cinematografica si prende sempre una porzione consistente di punti in materia perché devo ammettere che ogni anno in un modo o nell’altro non perde mai l’occasione di stupirmi.
Come ho già detto diversi mesi fa non sono del settore. Non ho nemmeno studiato scienze della comunicazione o produzione o qualcosa di strettamente legato al mondo del cinema e di conseguenza non conosco i meccanismi che stanno dietro a scelte particolari legate all’uscita in sala di alcuni film, sono una semplice spettatrice e acquirente di biglietti del cinema e dvd (ultimamente edizioni UK per cause di forza maggiore), ma proprio per questo motivo in particolare mi ritengo investita del diritto di chiedere una semplice cosa: “PERCHE’?”.
Io posso capire tutto, anche perché oggettivamente A Most Violent Year è un film indipendente fondamentalmente composto da attori e regista che, è vero, non sono famosissimi a livello mainstream nel nostro paese. Non voglio focalizzarmi su David Oyelowo perché ha un ruolo marginale qui, anche se potrei farlo benissimo perché l’anno scorso era il protagonista di un film nominato agli Academy Awards, sto parlando di Selma – La Strada per la Libertà dove ha avuto la sua visibilità, ma almeno Jessica Chastain, santo cielo, non venite a dirmi che non l’avete mai vista prima perché mi prudono le mani.
Mi rendo anche conto si sia magari voluto aspettare l’uscita di quel colosso mediatico di Star Wars The Force Awakens per sfruttare l’effetto del “ma io l’ho già visto quello lì” con Oscar Isaac che, per carità, è un ragionamento più che lecito perché alla fine è pur sempre un’enorme pubblicità, ma allora perché fare tanti sforzi per rendere A Most Violent Year il più irriconoscibile possibile al pubblico?

…ma va bene così, l’importante è che almeno esca in sala.

Ne avevo precedentemente parlato un mese fa, QUI, nel post dove raccontavo cosa mi era piaciuto di più e che ritenevo degno salvare del 2015, ma mi rendo conto che questo film meriti uno spazio a sé stante.

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A Most Violent Year, film scritto e diretto dallo statunitense J.C. Chandor, datato 2014, con ben un anno e qualche mese di ritardo, dopo essere passato per lo scorso Courmayeur Noir Festival, il prossimo 4 febbraio uscirà finalmente anche nelle sale italiane con il titolo 1981: Indagine a New York e una locandina che fa pensare a Miami Vice per la palette con cui si è deciso di modificare lo sfondo, non fosse che il film è ambientato in pieno inverno (che poi non è per fare la menosa o la rompiscatole a tutti i costi perché ho il dvd inglese e già mesi fa ci ero rimasta male quando ho scoperto che la locandina inglese era diversa da quella originale statunitense, ma qui sembra proprio un altro film. Adesso prometto che mi fermo, respiro e la smetto).
Il film, vincitore del premio come miglior pellicola al National Board of Review nel 2014, ha raccolto molteplici consensi di critica e audience lungo tutta la scorsa awards season e tra le tante cose è valso a Jessica Chastain una nomination ai Golden Globes del 2015, a mio parere strameritata, per la sua interpretazione.

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Il 1981 è stato un anno molto particolare per la grande mela. Secondo le statistiche pare sia stato un anno costellato da un numero massiccio di crimini e J.C. Chandor (Margin Call) sfruttando questo espediente ci racconta una storia americana, o meglio il sogno americano, ma più precisamente cosa succede nella vita della famiglia Morales in un preciso momento.
Senza entrare troppo nei dettagli (perché altrimenti vi rovino il film), Abel Morales è un immigrato con grandi ambizioni e determinazione che ha tra le mani la gestione di un’impresa di carburanti con l’aiuto della moglie Anna, figlia di un criminale, e vorrebbe espandere la propria attività, ma viene progressivamente attaccato su tutti i fronti ritrovandosi, suo malgrado, in mezzo a un’inchiesta collaterale ai suoi danni proprio quando ha bisogno dell’aiuto della legge ed è ostacolato fino ad essere messo nelle condizioni di farsi giustizia da solo.

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A Most Violent Year è un gangster movie di quelli old school per i ritmi utilizzati, dove non mancano scene d’azione e inseguimenti che tengono lo spettatore incollato allo schermo.
Le prove attoriali che troviamo sono un elemento importantissimo nella riuscita di questo film e J.C. Chandor può vantare, per l’occasione, la partecipazione di un cast fenomenale che si presta alla perfezione a ricoprire le rispettive parti. Jessica Chastain (Zero Dark Thirty, Interstellar, Crimson Peak) interpreta Anna Morales, una donna dedita alla casa e al lavoro, ma allo stesso tempo pericolosissima che sa il fatto suo, di quelle che marcano il territorio, ma che si ritrova suo malgrado talvolta a fare i conti con il marito, Abel Morales, interpretato da Oscar Isaac (Inside Llewyn Davis, Ex Machina, Star Wars: The Force Awakens). Abel Morales è un immigrato di successo determinato a plasmare il proprio destino tramite un’attività lavorativa nel rispetto della legge, rappresentando a sua volta un modello per il giovane dipendente Julian, interpretato da Elyes Gabel (Game of Thrones, Interstellar). Oscar Isaac si ritrova ad assumere sembianze, mimica e movenze da gangster di altri tempi, inoltre la splendida fotografia vintage utilizzata nel film ad opera di Bradford Young, caratterizzata principalmente da colori caldi, ma anche toni cupi, a volte gioca talmente tanto con la suggestione dello spettatore da far pensare inevitabilmente ad un giovane Al Pacino.
A Most Violent Year è un buonissimo prodotto cinematografico che, nonostante il ritardo spaventoso sulla tabella di marcia, spero verrà distribuito in un numero rispettabile di copie e che non ci si deve assolutamente lasciar sfuggire in sala, quindi se lo trovate vicino a casa vostra ANDATE.