Tag Game – DAY 3

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E siamo giunti al terzo giorno di quote contest, dove per oggi mi dedicherò a un argomento più affine a questo blog, ovvero il cinema.
Anche qui non è una scelta facile e sono sicura che appena cliccherò “pubblica” mi darò della cretina perché mi sarà sistematicamente venuto in mente un altro film più rilevante di quelli citati qui.
Ricordo che la challenge prevede:
3 citazioni
3 giorni
3 nomination

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“Sai come faccio a sapere che è la fine del mondo Lenny? Perché tutto è già stato fatto, capisci? Ogni genere di musica è stata provata, ogni genere di governo è stato provato, capisci? Ogni c. di pettinatura, ogni orrendo gusto di gomma da masticare, i cereali per la colazione, ogni tipo di schifoso… capisci che intendo? Che ci resta da fare? Come faremo a sopravvivere, per altri mille anni?”
da Strange Days di Kathryn Bigelow

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“La bellezza, dicono stia nell’occhio di chi guarda. – E se non c’è nessuno che guarda?”
da Holy Motors di Leos Carax

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“Nostalgia è negazione – negazione di un presente doloroso… il nome di questa negazione è il pensare ad un’epoca d’oro – l’erronea nozione che vi è un periodo migliore di quello in cui si vive – è un volo nell’immaginario romantico di coloro che trovano difficile convivere con il presente.”
da Midnight in Paris di Woody Allen

Per concludere, le tre vittime odierne saranno Wordsonshuffle, Giorgia Penzo e Infinite Voci
ribadisco che non siete obbligati a farlo

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Tag Game – DAY 2

Buongiorno, ci risiamo per il secondo giorno di tag game.
Se ieri mi sono dedicata ai libri oggi cambio ambito e mi dedico alla musica.
Non è assolutamente più facile, anzi! Ed inoltre non c’è un criterio di scelta particolare per questo post, si tratta delle prime tre canzoni che mi sono venute in mente ora.

Ricordo che la challenge prevede:
3 citazioni
3 giorni
3 nomination

[…] Oh, your see-saw smile
Lasts me all night long
Like a siren’s curl
When the night is long
Now, come hold my hand
No bad vibe hearts
Hold my hand, you know 
This journey could be long
Yeah, the seasons come in
All the nights are woven 
All the nights, we’ll see them through
Ah, no hundred men now 
Would dare cut into us 
We’ll go on and see it through […]
Peter Murphy – All Night Long

 

[…] You will find me waiting through spring and summer
You will find me waiting waiting for the fall
You will find me waiting for the apples to riped
You will find me waiting for them to fall
You will find me by the banks of all four rivers
You will find me at the spring of conciousness
You will find me if you want me in the garden
unless it’s pouring down with rain […]
Einstürzende Neubauten – The Garden

 

[…] Rock’n’roll sent us insane
I hope someday that we will meet again […]
Kasabian – Goodbye Kiss

 

Oggi nomino PizzaDog, Lapinsu e Kasabake
come ho detto ieri non siete assolutamente obbligati a farlo, ma in caso buon divertimento

Tag Game – DAY 1

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Va bene gente, è arrivato il momento di fare il tag game in cui mi ha nominata la tata Cineclan.
Da ormai una settimana inoltrata ci sono gli Europei di calcio in tv e il mio cervello è attualmente occupato a capire chi c’è in testa in classifica nella fase a gironi in modo da passare il turno, quindi LET’S GO.
La challenge prevede:
3 citazioni
3 giorni
3 nomination
ovviamente non siete obbligati a partecipare, feel free di fare quello che vi pare.

Oggi mi cimento con i libri

“Che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda?”
Michail Bulgakov – Il Maestro e Margherita

“Non credere mai di essere altro che ciò che potrebbe sembrare ad altri che ciò che eri o avresti potuto essere non fosse altro che ciò che sei stata che sarebbe sembrato loro essere altro.”
Lewis Carroll – Alice Nel Paese delle Meraviglie

“Hanno una voce, i colori, un suono come tutte le cose. Un rumore che li distingue e che posso riconoscere (…)
Il verde con quella erre raschiante che gratta in mezzo e scortica la pelle è il colore di una cosa che brucia, come il sole…Una cosa rotonda e grossa è sicuramente rossa”
Carlo Lucarelli – Almost Blue

 

Nomino: A Fox Among The Books, PennyLaneOnTheTube e Grimorio Della Strega (domani altri tre malcapitati, non piangete, vi sento)

The Neon Demon (Nicolas Winding Refn – 2016)

 

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Anche quest’anno il Festival di Cannes è andato con la stessa velocità con cui è venuto e fortunatamente questa volta mi ha riportato un nuovo lavoro di uno dei miei registi preferiti in concorso. Ok, è vero, non ha vinto niente, ma non importa, il vero divertimento ormai si può dire che sia diventato un altro, cioè seguire le reazioni del pubblico della Croisette e le domande degli addetti di settore alla conferenza stampa.
Così come era accaduto per il discusso Only God Forgives, anche The Neon Demon ha fatto il suo lavoro destando scalpore, facendo abbandonare la sala alla gente che urlava allo scandalo e facendo parlare di sé rendendo “the sex pistol of cinema” una persona realizzata (o almeno, mi piace pensarlo visto che continua a dirlo da anni).

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L’8 giugno è uscito ufficialmente anche nelle sale italiane The Neon Demon e sinceramente, ora che l’ho visto e so di cosa parla mi sento una fan appagata.
Quest’anno posso tranquillamente dire di aver vinto al jackpot perché grazie a una soffiata (di una cara ragazza che anche se vive dall’altra parte del mondo è più al corrente di me su cose che accadono a 35 chilometri da casa mia) sono riuscita a partecipare all’anteprima milanese del film con tanto di master class organizzata da sky cinema che ospitava Nicolas Winding Refn in persona per parlare un po’ della sua vita e dei suoi progetti. Mi sembra superfluo dire sia stata un’esperienza bellissima, ma lo farò comunque.

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è una foto di qualità infima, abbiate pazienza ero molto lontana.

Non so bene da dove partire per parlare di questo film perché, di base, ogni film di questo regista è una cosa a sé, e anche questo nonostante la trama alquanto semplice è talmente ricco di elementi da sembrare una scatola cinese, ma ci proverò lo stesso.
Partiamo innanzitutto col mettere in chiaro che ci troviamo davanti ad un lavoro diverso dal suo solito perché per la prima volta, in una filmografia composta da lavori con un cast quasi esclusivamente maschile (o per lo meno a prevalenza maschile), qui i giochi delle parti sono ribaltati perché abbiamo a che fare con un cast composto almeno per il 90% da attrici, ci sono personaggi maschili, ma fungono quasi da semplice cornice alla vicenda. Inoltre si tratta un horror che, come di consuetudine dato il modus operandi di Refn, è caratterizzato da elementi di enorme impatto visivo, che in questo caso in particolare, per alcune atmosfere riprodotte, rimanda vagamente a Suspiria di Dario Argento.
Nonostante questa volta i dialoghi siano in proporzione maggiore rispetto a quanto riscontrato nei suoi lavori più recenti, a sopperire al comunque sempre ristretto linguaggio verbale ci sono le immagini che, insieme alla musica elettronica ipnotica della colonna sonora anche questa volta composta dall’ormai “socio” Cliff Martinez (della serie squadra che vince, non si cambia), e le luci risultano sempre gli elementi chiave a farla da padrone e diventano i veri personaggi aggiunti nella narrazione.

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Per la questione che nulla è casuale la location a fare da sfondo alla vicenda l’ho trovata oltremodo interessante e, senza dubbio, non banale perché si sposa alla perfezione con le dinamiche della storia.
Dato che parliamo di un mondo farlocco e patinato per antonomasia, di conseguenza, quale luogo migliore di una città come Los Angeles per ambientare un horror al femminile dove tutto è statico, c’è sempre il sole e la cosa più importante è la bellezza ad ogni costo?. Ok a me è venuto in mente anche una sorta di deja vu con Maps To The Stars di David Cronenberg per certi versi, mentre guardavo The Neon Demon, ma qui la storia è diversa.
Lo spettatore si trova davanti un mondo a sé stante, quasi una sorta di mini universo parallelo fatto di glitter e chirurgia plastica.

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L’ossessione di poter fermare il tempo sul proprio corpo per assicurarsi un posto nel mondo patinato della moda e lavorare, anche se ormai a 21 anni si è già praticamente carne da macello, è alle stelle e la routine è destabilizzata dall’arrivo della sedicenne Jesse, interpretata dalla giovanissima (al momento delle riprese davvero sedicenne), ma già bravissima Elle Fanning (Maleficent, Trumbo, Babel) perfetta nel contesto in cui è inserita, con una recitazione sempre misurata al punto giusto. Data l’età e la sua bellezza naturale, il suo personaggio ruba la scena a modelle più navigate e con più esperienza diventando a sua volta sia oggetto di desiderio che motivo di invidia in egual misura.
Jesse si insinua dapprima ingenuamente in questa giungla di cemento senza scrupoli e pronta a divorare chiunque come una Cenerentola dei giorni nostri lasciando il segno in chi incontra, che non è sempre la personificazione del bene, facendo slalom per quanto possibile tra numerose insidie che lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.

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The Neon Demon è quello che chiameremmo una favola dark senza scrupoli confezionata con l’ausilio di una realtà intensificata dove, davvero, tutto è concesso, ma nulla di ciò che accade è fine a sé stesso. Si tratta di un film con un tema di fondo in grado di far emergere tutta la spietatezza umana rivelando una realtà inquietante anche se fondamentalmente romanzata. Nicolas Winding Refn rispetto al lavoro profondamente concettuale svolto per Only God Forgives questa volta lascia meno spazio ai manierismi, ma nonostante tutto mantiene certi artifici registici già visti nella sua produzione, in bilico tra scenari caleidoscopici, giochi di specchi e luci e forme geometriche che guidano le congetture dello spettatore anche verso potenziali interpretazioni esoteriche.

Quindi, per concludere, le aspettative alte e il fomento pre visione sono state totalmente ripagate in pieno e il film merita tantissimo, quindi se avete la fortuna di vivere in una zona con una sala che lo trasmette andate a vederlo.

Captain America: Civil War (Joe Russo, Anthony Russo – 2016)

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sappiate che se non avete ancora visto questo film vi sconsiglio di leggere perché io ci ho provato, ma parlare dei film della Marvel senza spoilerare almeno in minima parte è praticamente impossibile.

Non sono sparita, volevo darvi sta notizia.
Il fatto è che sono stata molto occupata tutto lo scorso mese e, nel frattempo, tra una cosa e l’altra sono anche andata al cinema, perché maggio era gia sulla carta un mese zeppo di uscite.

Il nocciolo della storia è che sono andata a vedere Captain America: Civil War e mi è piaciuto molto, ma non preoccupatevi qualcosa lo dico. Perdonate i tempi biblici.

Prima di tutto puntualizziamo che non sono mai stata una rompiscatole per quanto riguarda le differenze fra la trama dei fumetti e trama dei film e non ho certo intenzione di incominciare a farlo ora. Lo so che per tante ragioni è difficile trovare qualcuno che renda alla perfezione la storyline ecc, ma poi in ogni caso fumetti e cinema sono due canali diversi che richiedono un diverso approccio e la Marvel nonostante abbia intrapreso la via spesso insidiosa del fanservice, con i suoi alti e bassi, ha bene o male sempre cavato fuori cose buone. I fratelli Russo ho imparato ad amarli davvero con Captain America The Winter Soldier e sono stata felice di sapere, a suo tempo, che erano stati riconfermati per questo capitolo. E’ stata una delle poche volte in cui mi sono sentita di fidarmi a scatola chiusa, per fortuna ho avuto ragione.

Quindi dicevamo: Civil War non c’entra molto con i fumetti.
Questo è un limite? lo pensavo anch’io, ma i due registi sono riusciti a dare un senso a tutto quanto lo stesso tenendo in equilibrio tante cose diverse che in mano ad altri registi forse sarebbero state gestite in modo peggiore.
Civil War è migliore di The Winter Soldier? no, ma a mio parere si avvicina di molto all’egual bellezza. Ok, tutto sommato ha delle cose che mi hanno fatto storcere il naso, ma le accetto lo stesso perché cosa devi fare? e poi vabbè because $oldi, ma a questo punto direi che sappiamo tutti come funzionano i franchise (Bimboragno sto parlando con te) quindi penso sia inutile spenderci ulteriori parole a riguardo.

Nonostante la mole di campagne promozionali messe in atto per pubblicizzare questo film il succo è che si potevano risparmiare il disturbo, perché si va bene, l’hype l’avete creato, ma anche tante paranoie. A me piacciono gli Avengers perché ad ogni modo ognuno di loro ha le sue qualità e difetti che funzionano bene e il pensiero di vederli spaccati a lottare uno contro l’altro (oltretutto dopo aver saputo che era stata un’idea dall’alto perché era il trend dell’anno ero anche un po’ infastidita) mi si stringeva il cuore (perchè io non ho più un Avenger preferito, mi piacciono tutti) quindi figuriamoci vedere un film intero con questa prospettiva, ma è andata, perché sì, nonostante questo escamotage sia stato creato sulla falsariga di Batman vs Superman (che non ho visto) la storia ha funzionato egregiamente.

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Captain America: Civil War, cronologicamente parlando, è posizionato dopo i fatti di Age of Ultron e Ant-Man e si apre con uno scenario politico in cui gli Avengers, in seguito ad un’ennesima esplosione sfuggita al controllo e una serie di vittime e feriti accidentali nel corso di un’operazione, sono percepiti per la prima volta come un’entità pericolosa e da tenere sotto controllo, perché se è vero che hanno aiutato l’umanità di conseguenza a loro modo è anche vero che sono stati una minaccia in grado di portare devastazione e scompiglio. Questo ha indotto alla stipulazione degli Accordi di Sokovia per monitorare il raggio d’azione dei supereroi. Ovviamente non tutti sono propensi alla firma degli accordi e qui scatta il famoso schieramento tanto sbandierato in fase promozionale: praticamente se ti schieri con Stark stai agendo secondo la legge, se ti schieri con Rogers sei una persona che disobbedisce (ma quando mai).

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In più non dimentichiamoci che con Captain America The Winter Soldier abbiamo assistito alla comparsa sulle scene in modo ufficiale di Bucky Barnes post brainwash sovietico e relativo momento altamente angst di fallito riavvicinamento tra lui e Steve Rogers, cosa che invece viene portata a termine in Civil War con tutta una serie di complicazioni annesse. Ok, principalmente si potrebbe dire che tutta la trilogia di Captain America è l’equivalente di una trilogia collaterale incentrata su Bucky Barnes, ma sotto forma di fanfiction dei fumetti stessi che fa perno sull’amicizia dei due e che comunque non la rende meno bella. In tale proposito vorrei aprire una parentesi sulla bravura di Sebastian Stan (Captain America: The Winter Soldier, The Martian) che è uno di quegli attori che riesce a dire mille cose anche senza dire una parola, ma recitando con gli occhi. Qui secondo me subentra la bravura degli sceneggiatori perché, voglio dire, se tu sai che non dovresti odiare il soldato d’inverno in quanto vittima loro riportano in auge scenari tragici che ti faranno vivere male per tutta la durata della pellicola incastrando i vari pezzi del puzzle.

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Senza entrare nei dettagli, diciamo che arrivi alla conclusione inevitabile per cui in ogni caso non ha ragione nessuno e pensi anche che forse nemmeno tutti i torti li abbia il villan della pellicola, che scusate, ma contro ogni più oscura previsione dal mio punto di vista (e grazie al cielo anche secondo tante altre persone) è uno dei migliori visti finora. Helmut Zemo, qui interpretato da Daniel Brühl (Inglourious Basterds, Rush, Burnt), non c’entra niente con il Baron Zemo dei fumetti perché stravolto dagli sceneggiatori (e voi che urlavate all’oltraggio solo perché non aveva il volto coperto, carini. E’ vero, anche io avevo paura perché lo fa uno dei miei attori preferiti e mi preparavo impallidendo a non sapere come difenderlo, ma è andata bene), ma alla luce dei fatti anche così ha un suo senso. Soprattutto bisogna dargli atto che al contrario di altri occupati a tentare di assoggettare popoli o minacciare la distruzione del globo lui pensa a distruggere gli Avengers da dentro come un cavallo di troia spezzando legami e alleanze fino al rischio di incrinarle in modo serio.

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Che poi tanto s’è detto, ma a me alla fine piacciono i supereroi con le paturnie, quindi se ci mettete il drama così in questo modo, io vado a nozze anche se questi, poveretti, mi soffrono così. La cosa che mi sconcerta ancora oggi è come siano riusciti a farmi affezionare cosi tanto alla saga dell’MCU alla quale tenevo meno in assoluto. Chapeau.

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Steve Rogers, interpretato da Chris Evans (The Avengers, Snowpiercer, The Losers) è sempre fatto a modo suo ma va meglio rispetto a prima, nel frattempo ha legato con Sam Wilson, o meglio Falcon, interpretato da Anthony Mackie (Captain America: The Winter Soldier, Ant-Man, 8 Mile). Se nel capitolo precedente l’aveva ritrovata dopo settant’anni di congelamento ora deve dire addio a Peggy Carter, interpretata da Hayley Atwell (Agent Carter, Captain America, Cinderella) anche se si è consolato in fretta. Rogers cerca comunque in tutti i modi di mantenere l’ultimo legame che gli è rimasto con il passato tentando di recuperare il rapporto con Bucky Barnes e salvarlo.

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In questo nuovo capitolo, poi, incontriamo un altro membro dell’MCU, cioè Black Panther, interpretato da Chadwick Boseman (Gods of Egypt, Get On Up) che prima tenderesti a odiare, ma ha i suoi motivi e alla fine lo capisci e ti ricredi anche su di lui. Che poi, tra l’altro ha anche un costume fighissimo. Parliamone.

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In un clima generale di incomprensioni e liti interne un punto di forza di questo film è senz’altro l’equilibrio tra momenti drammatici, azione e ironia che danno sempre un certo ritmo alla narrazione e lo rendono godibilissimo dall’inizio alla fine senza problemi. Ho letto diversi pareri contrastanti in queste ultime settimane riguardo il film e sono dell’opinione che nel complesso con il lavoro che è stato fatto con i film precedenti questo non abbia niente di particolare da rimproverarsi. Contrariamente a quanto si possa pensare non sono una persona che cerca di farsi piacere per forza le cose anzi, so essere molto pignola e fastidiosa se mi ci metto, però cerco di essere obiettiva e tendo ad analizzare le cose come mi vengono presentate.
Il punto è che visto l’andazzo sono dell’opinione che, per come vanno le cose nell’universo espanso cinematografico, Captain America: Civil War sia un buonissimo lavoro di scrittura e a tutti gli effetti uno dei migliori prodotti dalla Marvel anche se con qualche piccolo neo (poi siete liberissimi di pensarla diversamente).

Ora farò un piccolo elenco dei “nei”:

  • Steve, hai appena seppellito Peggy Carter e ti metti a provarci con la nipote?
  • Se proprio vogliamo ragionare a fazioni allora Black Widow dalla parte di Stark così a priori non l’ho digerita tanto. Nat il tuo passato nel KGB con Bucky lo lasciamo nella cella frigorifera? però mi si è intenerito il cuore di fangirl con quello straccio di “almeno potresti ricordarti di me” mentre si menavano (no scherzavo, I WANT MORE. Fatelo lo spin off sul soldato d’inverno e la vedova nera, vi prego.. netflix mi senti???).
  • Mi mettete nel cast Martin Freeman e lo usate 5 minuti?
  • L’ho gia detto prima, ma mi ripeto volentieri, vivevamo bene lo stesso anche senza Spider Man.
  • Black Panther pensavo avesse un ruolo più …grande. No, non è il termine adatto. Si capisce?
  • Mi avete perso per strada il “Posso andare avanti tutto il giorno” (“I could do this all day”) di Steve per rimpiazzarmelo con un banalissimo “Io non sono stanco” (DAVERO???) mentre lottava contro Stark. Son, just don’t.

a parte questo, direi tutto bene.

No, aspettate! Poi in realtà c’è stato anche un bel momento vintage e anche un po’ strizzata d’occhio alla mia infanzia che ho adorato particolarmente e, paradossalmente, riguarda proprio la scena di Spider Man. Se siete nati/e negli anni 80 e siete cresciuti/e con le romantic comedies dell’epoca non potete non aver fatto caso alla reunion almeno a livello di casting tra Robert Downey Jr. e Marisa Tomei (“la zia gnocca”).

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Se in Captain America: The Winter Soldier stavo urlando internamente perché sulla lapide di Nick Fury c’erano riportati i versi di Ezekiele di Pulp Fiction qui allora figuriamoci per il riferimento a Only You di Norman Jewison (che tra l’altro adesso arriva l’estate e sicuramente rimanderanno in tv di sabato mattina come d’abitudine)

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Prometto che ho finito.