Cult o Remake: Halloween 

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Diciamo che puntuale come ogni anno è tornata la festa delle zucche e siccome un anno fa ho dato fuoco alle polveri a riguardo, sciorinando una lista di consigli di visione a tema gothic romance, questa volta ho capito che un altro post su questa festa ci voleva lo stesso, ma un po’ per caso e un po’ no, mesi fa ho guardato un film che mezzo mondo aveva già visto quando è uscito nelle sale tempo addietro mentre io invece non sono mai stata convinta al 100% di guardare. Quindi oggi ho pensato che forse, in un certo senso, avrei potuto dare una mano a qualcuno a scegliere cosa guardare per passare la festa di Halloween e magari, che ne so, potremmo anche finire parlare di quale preferite tra i due (nel caso in cui li aveste visti entrambi).
Oltretutto questi due film sono, per assurdo, e in senso molto (mooooolto) generale (per fortuna non è morto nessuno finora, credo) quanto di più attuale ci sia perché a sentire le notizie, quelli che si travestono da clown e si posizionano sul ciglio della strada per terrorizzare la gente oltre a non farmi particolarmente effetto perché vaccinata dal caro Pennywise mi ha fatto pensare alla maschera di Michael Myers. O meglio, più che alla maschera in sé a come compare nel primo film a lui dedicato.

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Momento terminologia horror for dummies (nel senso che io per prima non mi dilungo e non saprei come farlo quindi parliamo terra terra) 

Halloween è uno slasher movie e per chi non lo sapesse i cosiddetti film slasher possono essere raggruppati a loro volta in un sottogenere dell’horror. Gli slashers hanno come particolarità la presenza della figura di uno psicopatico di turno il cui obiettivo principale è fare stalking a più persone e ucciderle senza pietà con l’ausilio di lame o affini (nel nostro caso un coltello da cucina che Rambo è un pivello).
Alla base di tutto c’è sempre un fatto scatenante avvenuto in gioventù nella vita del killer che determinà il susseguirsi degli eventi catastrofici di cui è artefice ed inoltre una delle figure chiave di questo genere di film è la figura di una ragazza, di solito giovane e vergine che riesce a cavarsela e a mettersi in salvo entro la fine del film.

Arriviamo al punto: di norma sono contraria ai remakes, l’ho spiegato tempo fa. Sono convinta che se chi di dovere e coi mezzi si sforzasse davvero a trovare nuove storie da raccontare io sarei a un passo più in là dalla gastrite, ma non è così che va il mondo e allora dobbiamo tenerceli così e scegliere accuratamente come passare il nostro tempo, ma qualche volta la pigrizia ti porta a guardare tutto ma proprio tutto in tv ed è lì che a volte arrivano le illuminazioni (a volte).

Ho visto il remake di Rob Zombie del primo capitolo di Halloween. Sì, l’ho visto quest’anno perché lo passavano in tv, in quel momento, ed erano passati i 5 minuti standard che mi do di norma per decidere se dedicare il mio tempo ad un film o no.

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Vorrei mettere in chiaro una cosa da subito, io adoro Rob Zombie musicista e, consapevole del fatto che lui ha da sempre basato la carriera sulla passione per l’imagery horror dai mostri della Hammer in poi, il passo verso la cinematografia mi è sembrato non dico scontato, ma probabile. Tuttavia, nell’ormai lontano 2007 non ho potuto fare a meno di chiedermi la solita domanda da rompi coglioni che mi contraddistingue: “PERCHE’?”.

Ci sono film che sono ormai, bene o male, delle pietre miliari della cinematografia e parte del retaggio culturale di tutti e il film di John Carpenter del 1978 ne è un palese esempio. Prendere un personaggio iconico e rimaneggiarlo a distanza di anni è sempre un rischio, a maggior ragione prenderne uno come Michael Myers. Non li ho visti tutti i capitoli di Halloween, ma è anche vero che quello che ricordo meglio e ho visto più volte è il primo e quindi un po’ di fastidio sotto pelle giustificatemelo. Prima di tutto, se proprio vogliamo essere fiscali, nel film di Rob Zombie secondo me c’è un problema e mi riferisco alla durata del film: il film originale dura la bellezza di 91 minuti, la versione del 2007 dura 110 minuti. Sì, va bene non è una differenza abissale, ma si sente, eccome, e non è solo un semplice problema di durata, ma come si decide di sviluppare la narrazione.

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Entrambi i film raccontano fondamentalmente la stessa storia, ma da due punti di vista diversi con alcune differenze tra loro.
Il film di John Carpenter è “veloce”, nel senso che scorre via liscio come l’olio e privo di flashback, una volta svelata la genesi appena abbozzata di Michael, con relativa fuga dall’ospedale psichiatrico l’obiettivo si sposta su Laurie (Jamie Lee Curtis) e le sue amiche dando quindi un più ampio spazio al senso di “anticipation” e un senso di “uncomfortableness” che poi porterà con i suoi tempi al climax vero e proprio.

Nel film di Rob Zombie tutto questo accade, ma con tempistiche diverse dato che tutto quanto è focalizzato in senso stretto sulla storia personale di Michael.halloween-rob-zombie1 Personalmente l’ho trovato un film lento e mi spiace davvero da morire affermarlo.
Incontriamo Michael già da piccolo isolato e taciturno, in un certo senso vittima di bullismo a scuola e pervaso dalla follia omicida, per poi vederlo crescere in struttura con evidenti segni di instabilità e problemi comunicativi, sempre con la figura materna intorno (interpretata da Sheri Moon Zombie).
In questo, bisogna dare atto al fatto che il remake ha un pregio perché nonostante Rob Zombie, sfruttando palesemente l’aura di misticismo sviluppatasi intorno alla figura di Michael in tutti questi anni, miri a farci provare empatia per Myers ha trovato due attori dalla presenza scenica davvero buona, tali Daeg Faerch nei panni del giovane Michael e il “gigante” Tyler Mane (ex wrestler e anche il primo Sabertooth degli X-MEN sul grande schermo, e in tale proposito vorrei dire ti voglio bene Liev Schreiber, ma non eri abbastanza bestia) per il Michael adulto.
halloween2007Entrambi bravi a trasmettere una buona dose di angoscia dietro quelle maschere di cartapesta a forma di jack-o lantern, ma non è bastato perché Mane, in particolare, non mi ha convinta fino in fondo nelle movenze come invece aveva fatto a suo tempo Tony Moran nel film originale. A Mane mancava una specie di tempismo nelle reazioni “improvvise” che forse avrebbe potuto giovare alla miglior riuscita del film.

Nel film del 1978 ci sono alcune sequenze che ti fanno dubitare fino all’ultimo che la vittima possa essere al sicuro e sarà che forse per suggestione sapevo già come sarebbe andata a finire, o forse ero semplicemente prevenuta, ma quando ho visto il remake questa cosa non mi è arrivata allo stesso modo. Nel film di Carpenter ci sono dei momenti registici bellissimi dove vengono sfruttate sequenze in penombra al massimo giocando così con l’immaginazione dello spettatore.

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Se il film del 1978 aveva delle tempistiche perfette, nella sua freddezza, ho trovato che invece il film del 2007 dimostri segni di cedimento perché, a mio parere, si perde via in artifici inutili proprio nel tentativo di buttare carne sul fuoco senza riuscirci davvero in pieno, pur creando un legame con lo spettatore, per mantenere viva la tensione. Purtroppo il risultato è che mi sono riuscita ad annoiare e ho trovato il tutto una mossa infelice per il ritmo della pellicola, senza contare il voler puntare così tanto sul rapporto fraterno. Diciamo che le uniche cose che ho apprezzato davvero del film di Rob Zombie sono stati i primi piani su tagli e zampilli di sangue che comunque facevano scena e onore al suo regista oltre all’assenza dell’happy ending, ma non bastano a salvarmi un film. Ipoteticamente parlando, al remake 3 stelle (tipo sufficienza) non gliele darei mai, semmai 2,5 su 5 per il tentativo, mentre invece il film di Carpenter si prende 4 stelle su 5

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In conclusione il remake è un prodotto accettabile, ma non eccelso e se proprio dovessi scegliere, nonostante tutto consiglierei comunque di guardare l’originale.

detto ciò BUON HALLOWEEN o SAMHAIN a tutti

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I Medici: quando l’italiano ha sempre da ridire.

Come sarà ormai noto a tutti quanti, da mesi, la Rai ha rotto il salvadanaio a forma di porcellino rosa e nel 2015 (cioè quando sono iniziate le riprese) ha capito che forse finalmente era arrivato il momento di osare e cercare di raggiungere un target più ampio nel campo della serialità televisiva. BRAVA RAI, ERA ORA.
Ma l’Italia è un paese piccolo e meschino, lo sappiamo tutti, ed ora farò un richiamo che mi disturba fare per una buona causa (ribadisco per i neanderthal “SIETE LIBERI DI PENSARE FACCIA SCHIFO, NON SIAMO QUI A PARLARE DI QUESTO” e un ulteriore spiegone perché ogni volta mi sembra ci sia qualche problema di comunicazione “non vi sto dando dei neanderthal perché vi fa schifo e invece a me no, ma semplicemente perché pensate che con una simile osservazione io vi ci stia definendo come tali”) cioè, la vittoria di La Grande Bellezza agli Oscar.
Cos’era successo? semplicemente finché il film è rimasto nei confini italici e in due sale “sfigate” in croce (ma col senno di poi MAGARI FOSSIMO RIMASTI COSI) tutto andava bene, la vita sorrideva.
Poi però la fatidica statuetta sul suolo californiano ha aperto il vaso di pandora dell’impatto internazionale.

Con I Medici la questione è diversa, ma volendo guardare alla realtà delle cose mica troppo.. anzi, forse è addirittura peggio perché la produzione della serie Rai che vedo ingiustamente criticata è a sua volta un prodotto internazionale come la maggior parte delle storie tanto osannate da critica e pubblico italiano, ma ha il difetto di essere italiano.
Sembra che qualsiasi prodotto di intrattenimento italiano che aspiri vagamente a un pubblico più ampio debba essere tassativamente mortificato perché non degno di una possibilità di innovazione.
Mentre scrivo queste cose mi sento tanto Renè Ferretti (non vi devo spiegare chi è, vero?) però sembra sempre che una televisione diversa sia impossibile da avere e invece mi piace pensare che magari una speranza finalmente la possiamo avere anche noi, per una volta.
Quindi lamentatevi quanto vi pare ma contate fino a dieci prima di scrivere certe vaccate come quelle che ho letto su internet da martedì sera.

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In tale proposito ne approfitto per ribloggare in toto questo post scritto da Liberty Tyler che riassume alla perfezione tutto ciò che penso.

The cage of Liberty

Succede che la RAI, che in quanto a qualità e capacità di rischiare sulle produzioni televisive era ferma agli anni ’80 (nelle migliori delle ipotesi), si lancia con la sopresa, lo stupore e la gioia di tutti i telespettatori 2.0 (cioè qualsiasi persona che sia nata dopo la guerra), in un’avventura che forse, nel 2016, era anche il momento di vivere: produrre una serie dal respiro internazionale, con un cast di tutto riguardo e grande richiamo, affidandosi poi alle mani esperte di un regista e di sceneggiatori stranieri. E’ una cosa che stanno facendo da anni tutti: dalla BBC, a CANAL+ senza poi ovviamente escludere tutte le reti statunitensi che in quanto a serie televisive sono avanti anni luce. E’ la concezione moderna della TV, dove in un mondo che diventa sempre più globale, non si può più pensare di produrre tutto a casa propria guardando solo al pubblico…

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“We slip and slide as we fall in love and I just can’t seem to get enough of…”

Ovvero, com’era quella frase? …potete togliere i Depeche Mode alla Blackgrrrl, ma non potete togliere la Blackgrrrl ai Depeche Mode, ed a maggior ragione se sono vicino a casa sua.
Faccio un’altra piccola deviazione dal tema principale del mio blog parlando di musica però in questo momento sono una fan felice ed allo stesso tempo in preda alla paranoia perché se finisce come con i Coldplay con i biglietti stacco la testa a qualcuno in modo simbolico.

Ma questa mattina sarebbe stata da incorniciare

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Se il nuovo album è come sembra promette benissimo e mi sono sembrati tutti e tre alquanto di buon umore, il che è bene.
Se penso che il concerto è l’estate prossima e che c’è ancora praticamente un anno di mezzo mi viene da piangere, però l’attesa del disco nuovo ci aiuterà a distrarci a dovere.