“Que viva latinamerica!”

Ieri mi sono presa una pausa, necessaria, volevo scrivere l’articolo postumo alla cerimonia degli oscar di domenica notte, ma rischiava di non avere davvero né capo né coda, cosa che temo accadrà anche ora, ma non potrà mai raggiungere i livelli di nonsense che rischiava di toccare ieri. Mi scuso in anticipo.
Ero schiacciata da un mix di felicità-sonno-rabbia-nichilismo-bisogno disperato di svagarsi anche perché l’esito delle elezioni l’abbiamo visto tutti.
MA NON VOGLIO PARLARE DI QUESTO, quindi il mio post avrà volutamente un tono leggero e pervaso dal più becero eye candy perché domenica 4 marzo oltre a seguire la premiazione che non mi perdo mai stavo semplicemente cercando di non pensare a quella pervadente e inevitabile sensazione di morte e distruzione suscitata dagli exit poll e il mio twitter (no, non solo il mio) era inondato di più commenti da osteria del solito.

La serata è stata condotta anche questa volta da Jimmy Kimmel e la cosa non mi è dispiaciuta, si è svolta senza intoppi, ma l’ho trovata un po’ sotto tono anche se ho apprezzato la trovata dell’anno di invogliare i vincitori a fare dei discorsi di ringraziamento brevi: la messa in palio di un jet ski con Helen Mirren valletta stile televendita.
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Ma poi ha vinto qualcuno? non sono aggiornata, ditemi!

Comunque, della cerimonia di quest’anno tranne per un punto (cioè la a parer mio inspiegabile vittoria di Get Out come BEST ORIGINAL SCREENPLAY invece che di quella del mio personal fav irlandese Martin McDonagh per 3 Billboards outside Ebbing, Missouri) posso ritenermi la persona più felice del mondo perché non ricordo tanta fortuna nei miei pronostici da praticamente MAI.
Davvero, non ho nulla da dire, è surreale.
Ci si sente davvero realizzati, è una sensazione che chiunque dovrebbe provare una volta nella vita, probabilmente fa anche bene alla pelle (non lo so, se è vero è la svolta).

L’anno prossimo come minimo mi incazzerò come una vipera, ma potrei ritenerlo una inevitabile conseguenza legata al karma.

ma dicevamo…

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Hanno vinto Gary Oldman, Allison Janney, Sam Rockwell e Frances McDormand e non ho dovuto sacrificare bambini o vacche sacre perché accadesse.
E’ davvero stupendo.
Ognuno di loro portava un ruolo singolare e sono davvero contenta.
Nello specifico Sam Rockwell e Gary Oldman aspettavo di vederli premiati da tempi immemori, quindi adesso posso portare avanti altre campagne propagandistiche personali.
Capito Michael Fassbender, Joaquin Phoenix, Robert Downey jr? c’è speranza anche per voi.

Ha vinto Guillermo del Toro per la regia e pure il film The Shape of Water.
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E giustamente visto quello che è successo lo scorso anno ha pensato di controllare fosse la busta giusta. Cioè, adesso, biasimiamolo… CHI NON LO AVREBBE FATTO?last-year039s-039envelope-gate039-leads-to-design-change-at-oscars-2018

Quest’anno era presente parte del cast di Star Wars: The Last Jedi che è salito sul palco a presentare e c’era Oscar Isaac che a un certo punto ha pensato fosse una buona idea fare i grattini a BB8 in diretta mondiale.
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Ha vinto Coco e Mark Hamill ci ha tenuto a ricordare la gaffe del secolo dandomi modo di urlare cose veramente stupide come “ODDIO OSCAR CHE DICE AND THE OSCAR GOES TO…” (lo so, ammazza che ridere, era una serata difficile)
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In tal proposito vorrei procedere mostrando cosa stava succedendo intorno alle 4 di mattina mentre io combattevo il sonno perché è necessario.

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no, fate con comodo

28428953_2035409563401184_6119293764948197376_nDannati latinoamericani non avete chiaramente rispetto per la povera gente sensibile che soffre dall’altra parte del globo.

Academy, tra l’altro non è stata nemmeno una grande idea far salire Gael Garcia Bernal sul palco a cantare Remember Me, sleep deprived per sempre.
FEDERICO RAMOS, GAEL GARCIA BERNAL
Sempre per la parentesi latino america, si è aggiudicata anche il premio per il Miglior Film Straniero con A Fantastic Woman. Sì facevo piu il tifo per la Svezia ma sono davvero contenta abbia vinto il Cile. Tra i produttori ci sono i fratelli Larraìn e quindi va bene così anche se l’anno scorso avrei preferito vedere Pablo Larraìn candidato a qualche statuetta per Jackie oltre alla sola Natalie Portman o per Neruda perché davvero meritavano di più.
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L’anno scorso hanno portato turisti in sala (veri o no, non lo sapremo mai) e una coppia è stata sposata da Denzel Washington, quest’anno lo show è andato dal pubblico in un cinema vicino al sony theater.
Ora voglio anch’io Margot Robbie, Lupita Nyong’o e Mark Hamill e altri che mi portano cibo spazzatura e le caramelle in sala
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C’è stato pure il momento IN MEMORIAM sempre tristissimo come è giusto che sia, ma questa volta accompagnato dalle note di Eddie Vedder. Non sapevo ci fosse, non ne avevo idea ed è stato solo l’ennesima sorpresa.

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Insomma, alla fine non posso che essere soddisfatta e se qualcosa non è andato non ne ho davvero idea, non avevo tempo di notarlo perché ero fin troppo distratta.

Speriamo la prossima edizione non mi deluda perché questa era di un livello davvero altissimo in quanto a film in gara e attori.
Quindi concluderò il post con la cosa più importante che mi aiuterà a tirare avanti per i successivi 364 giorni

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90th Academy Awards - Oscars Show – Hollywood

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90th Academy Awards - Show, Los Angeles, USA - 04 Mar 2018

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in zona cesarini

Avevo in programma di scrivere questo post ieri ma poi tra una cosa e l’altra mi sono ridotta a questa sera.
Sono comunque in tempo anche se in una versione un po’ più contenuta rispetto alla manfrina dell’anno scorso.

Come tradizione vuole ho cercato di recuperare più film possibili per questa awards season e sono tutto sommato soddisfatta di me stessa. Non voglio sollevare polemiche ma, scandalo Weinstein a parte (che condanno, sia chiaro), sono un po’ infastidita dalle decisioni prese da chi di dovere. Non lo so… mi sembrano scelte un po’ troppo influenzate dall’esterno, ma d’altronde quest’anno funziona così e non mi esprimerò.

Ma procediamo con i miei pronostici misti a tifo spassionato che il tempo stringe

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BEST PICTURE
Vincerà: 3 Billboards outside Ebbing, Missouri
Vorrei vincesse: 3 Billboards outside Ebbing, Missouri o in alternativa The Shape Of Water

In realtà il livello è altissimo quest’anno, è stato davvero difficile scegliere ma c’è anche da dire che sono partita subito col piede “sbagliato” nel senso che il film di Martin McDonagh, per cui tifavo già a scatola chiusa quando è stato presentato al festival di Venezia, è stato uno dei primi che ho visto del mio recuperone annuale e quindi, insieme a I,Tonya (che non è stato nominato e lo ritengo uno scandalo) mi sono dovuta sforzare di trovare qualcosa di bello bello in modo assurdo anche negli altri candidati alla statuetta. Per fortuna ci ha pensato Guillermo del Toro e un po’ anche Paul Thomas Anderson (anche Christopher Nolan, per dio) ma aiuto.. le scelte orribili da fare.


BEST LEADING ACTOR

Vincerà:
Gary Oldman (c’è l’incognita Daniel Day Lewis che mi alita sul collo)
Vorrei vincesse: Gary Oldman

piccolo rant necessario quindi vi beccate il capslock: DEVE VINCERE GARY OLDMAN, E’ UNA COSA CHE ASPETTO SUCCEDA DA SECOLI E MI HANNO GIA’ TOLTO LA GIOIA DI VEDERLO SUL PALCO CON LA STATUETTA AI TEMPI DI TINKER TAILOR SOLDIER SPY CHE PER INCISO E’ STATA L’UNICA VOLTA IN CUI E’ STATO NOMINATO E MI PARE GIA’ SUFFICIENTEMENTE UNO SCANDALO COSI’.

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non è vero, sono di più

Daniel, ho capito che ti ritiri e mi dispiace, veramente, ma stay in your lane che ne hai già tre.
Timothy Chalamet, non ti odio, il mio problema sono le tue fan quindi anche tu fai il favore stay in your lane.

BEST LEADING ACTRESS
Vincerà: Frances McDormand
Vorrei Vincesse: Margot Robbie

In realtà in questa categoria come cadi cadi in piedi. Faccio io per prima il tifo per Frances McDormand perché è stata a dir poco meravigliosa in 3 Billboards e spero vinca davvero, ma non posso esimermi dal fare il tifo spudorato per Margot Robbie perché se è vero che già di suo io la trovi un’attrice con tanto da dire, in I,Tonya è stata davvero spettacolare e sarei davvero felice di vederla vincere.
Anche Saoirse Ronan mi è piaciuta proprio perché è riuscita a farmi detestare il suo personaggio in Lady Bird ma ecco, non sarei contenta allo stesso modo.
Vedremo che cosa accadrà.

BEST SUPPORTING ACTOR
Vincerà:
Sam Rockwell
Vorrei vincesse:
Sam Rockwell

Non accetto altre opzioni.
Il sogno perverso è vederlo salire sul palco zompettante, così, COME E’ GIUSTO CHE SIA
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BEST SUPPORTING ACTRESS

Vincerà: Allison Janney
Vorrei vincesse: Allison Janney

Idem come sopra.
No vabbè, eventualmente mi andrebbe bene anche Lesley Manville, glaciale e lapidaria in Phantom Thread.

BEST DIRECTOR
Vincerà: Greta Gerwig
Vorrei vincesse:
Guillermo del Toro

Deve vincere Guillermo del Toro, tassativo, come alternativa accetto solo Christopher Nolan.

BEST ANIMATED FEATURE
Vincerà: Coco
Vorrei vincesse: Coco

Ne ho visti solo due di questa categoria, uno è Coco e l’altro è The Boss Baby, ma Coco mi ha seccato i condotti lacrimali e quindi deve vincere.

BEST ADAPTED SCREENPLAY
Vincerà: James Ivory per Call Me By Your Name
Vorrei vincesse: Scott Frank, James Mangold and Michael Green per Logan

Darei il premio a Logan solo per il fatto che dopo tanti tentativi fallimentari finalmente sono riusciti a scrivere un film su Wolverine come cristo comanda, ma mi preparo a tirare giu il calendario con i santi. One can dream.

BEST ORIGINAL SCREENPLAY
Vincerà: Martin McDonagh
Vorrei vincesse: Martin McDonagh

Con la fortuna che ho, come minimo vincerà Greta Gerwig. In alternativa accetto solo Guillermo del Toro.

BEST CINEMATOGRAPHY
Vincerà: Blade Runner 2049
Vorrei vincesse: Darkest Hour

Premesso che Blade Runner 2049 non l’ho ancora visto e con gli altri film nominati ho seri problemi a scegliere perché secondo me meriterebbero tutti, vado con Darkest Hour perché alcune scene sembravano uscite da una galleria d’arte.

BEST FOREIGN FILM
Vincerà: non ne ho idea perché non saprei come scegliere
Vorrei vincesse: The Square

Questa è la mia categoria preferita perché nasconde sempre perle nascoste, ma spesso mi capita di trascurarla perché non faccio in tempo a recuperare tutto il resto o semplicemente non ho modo di recuperare i film. Quest’anno ne ho visti due: The Square e A Fantastic Woman e li ho amati entrambi nella loro diversità. A Fantastic Woman mi ha straziata, mentre invece The Square mi ha angosciata ma anche divertita e soprattutto mi ha fatta riflettere molto. Trovo che sia un ottimo film europeo e soprattutto ben piantato nella realtà odierna quindi sì, mi piacerebbe molto vincesse.
Non mi pronuncio sugli altri premi tecnici, ma questo è quanto. Vedremo che succederà e quanto resisterò sveglia, come al solito.

Faye Dunaway e Warren Beatty fatece sognà

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“and the winner is… eh… no, you do this”

2018 puoi solo stupirmi

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Per la legge universale del chi non muore si rivede, sono tornata a scrivere. Chi non muore, nel vero senso della parola, visto e considerato che sto resuscitando lentamente dall’influenza. Quest’anno le cosiddette feste comandate le ho passate imbottita di medicinali e ho fatto in tempo giusto giusto a vedere i parenti il 25 dicembre, tutto il resto è riassumibile con intrugli homemade a base di radice di zenzero, limone e miele, paracetamolo, aerosol, vicks e sciroppo per la tosse (cioè la tosse non mi viene mai, capite? e se mi viene mi resta un’eternità).

Diciamo che sono contenta che il 2017 sia finito, anche perché oltre ai germi influenzali a parte due o tre cose veramente positive non posso certo dire sia stato particolarmente di impatto e da tramandare ai posteri.

Per quanto riguarda il blog, mi faccio abbastanza schifo, ho bozze iniziate e abbandonate da maggio ma cause di forza maggiore mi hanno tenuta lontana dal mio passatempo. Mi è spiaciuto ma non potevo fare molto, spero quest’anno di essere un po’ più produttiva perché mi manca.

Inoltre oggi è già il 7 gennaio e sono in ritardo con la mia top 12 del 2017 (perché a noi le cose semplici non piacciono e non riusciamo a farle) quindi ora procederò.

Il mio 2017 cinematografico è stato apatico e costellato dalla sfiga. Sono andata al cinema e altre pellicole le ho recuperate per vie traverse, ma mi sono persa diverse cose che invece han visto tutti e che mi hanno fatta sentire esclusa dagli scontri sui social (scherzo, sono meno dispiaciuta della cosa di quanto si possa pensare) molte delle quali perse per il semplice fatto che le case di distribuzione hanno pensato di farle uscire quasi tutte nel momento più sbagliato di sempre, dove io non mi sono potuta muovere più di tanto, quindi vi batterò sul tempo togliendovi da questo impaccio, ed evitandovi così una serie di domande esistenziali, dicendovi fin da subito che:

  • non ho visto il nuovo Blade Runner
  • non ho visto Spider Man
  • non ho visto IT
  • non ho visto Mother!
  • non ho visto Wonder Woman
  • non ho visto Justice League

così ci leviamo il pensiero.

Passerò quindi a elencare i film che ho adorato nel 2017 con una breve didascalia.

BEST OF 2017

1. Logan
Credo sia IL FILM del 2017 anche solo per il fatto che sono finalmente riusciti a fare un film con cognizione di causa su Wolverine, ma in realtà è molto di più. E’ la fine di un’epoca a livello personale, quindi mi spiace ma NUMERO UNO.

2. Dunkirk
Christopher Nolan torna a giocare con lo spazio e il tempo e tranne un piccolo neo che mi porto dietro dalla seconda visione questo film è un ulteriore passo avanti nella sua cinematografia. Ansia a pallettoni.

3. Star Wars: The Last Jedi
Un film che personalmente ho adorato per il coraggio di rischiare e che mi ha fatto capire ulteriormente quanto io non abbia mai avuto niente da spartire con una porzione del fandom di Star Wars e va bene così.

4. Paterson
Una delle prime pellicole viste nel 2017 a cui ho pensato diverse volte durante l’anno. Davvero bellissimo

5. Suburbicon
Ho sentito molte critiche mosse a questo film e deduco non sia stato amato da tutti ma un dato di fatto è che sia una pellicola necessaria. Mi sono divertita tantissimo ma mi ha lasciato addosso anche una buona dose di angoscia di fondo. Preferisco George Clooney regista dall’attore.

6. The Killing of a Sacred Deer
Come per The Lobster, The killing of a sacred deer è un film a troppo assurdo per funzionare ma alla fine il suo lavoro lo fa, ero davvero assorbita dalla visione e c’è poco da fare, Yorgos Lanthimos, sa farti prendere a male. Barry Keoghan merita premi.

7. Neruda
Film che mi aveva incuriosita tantissimo da molti mesi prima e che si è rivelato un gioiellino per la sua messa in scena. Avevo già visto alcuni anni fa NO: I giorni dell’Arcobaleno, ma credo che il 2017 sia stato l’anno in cui ho esplorato un po’ di più la filmografia di Larraìn (anche se mi mancano un paio di titoli da vedere).

8. England is Mine
Ne parlerò meglio in un altro post, ma questo film è stato la sorpresa del 2017 per tanti motivi. E’ un film su Morrissey, ma allo stesso tempo non lo è per niente e forse è proprio questa la cosa che me l’ha fatto piacere cosi tanto. Recuperare.

9. Hidden Figures
L’avevo adorato durante la scorsa awards season e che ancora adesso mi ritrovo a consigliare alla gente. Pianti a volontà. Doveva stare nella lista.

10. Ammore e Malavita
Chi mi conosce sa quanto io adori l’Ispettore Coliandro quindi probabilmente non si stupirà granché a vedere questo titolo, ma se non l’avete visto dovete recuperarlo. I Manetti Bros hanno fatto un musical ambientato a Napoli, in ogni caso basti sapere che ero piegata dal ridere.

11. The Beguiled
Sofia Coppola ha fatto un ghost movie senza essere un ghost movie. L’originale nono l’ho mai visto ma recupererò.

12. I, Tonya
I cheated, ma non potevo più aspettare. Lo chiamerò semplicemente il search and destroy del pattinaggio artistico. Politically Incorrect da morire, Margot Robbie è meravigliosa e deve vincere tutto, ma anche il resto del cast è spettacolare. Esigo una copia della colonna sonora.

E’ stato difficilissimo scegliere, ma che dico, è sempre difficilissimo scegliere. Se fosse stato facile la mia sarebbe una top 10 come quella di tanta gente normale. Basti sapere che già così mi sento una persona orribile, senza contare il fatto che sono giorni e giorni che ci rifletto su, ma bisogna darsi un limite.

Questa lista rappresenta quello che consiglio e che rivedrei più che volentieri.

Ho pensato di fare una cosa in più, aggiungere due mini liste collaterali che ho deciso di chiamare:

PENSAVO PEGGIO E INVECE

Song To Song
Contando gli anni di gestazione ero davvero preoccupata, alla fine capito il meccanismo lo si apprezza per quello che è: un film che si svela allo spettatore come un album musicale.

Pirates of the Caribbean: La Vendetta di Salazar
L’avevo visto per la scienza, non volevo vederlo veramente anche perché il precedente non lo ricordo e non mi manca. Questo alla fine è stato carino però la smettiamo, dai su.

T2: Trainspotting
Mi ero già espressa a riguardo nella recensione che potete leggere qui

Hacksaw Ridge
Mi ero già espressa a riguardo nel post riguardante gli scorsi premi oscar. Come dicevo, Mel Gibson regista non mi fa strappare i capelli, ma è riuscito a fare un buon lavoro.

Thor: Ragnarök
Avevo una paura folle, alla fine sono uscita dal cinema soddisfatta.

Ghost in The Shell
L’anime giapponese non l’ho mai visto, quindi non ho “la base” per giudicare a dovere però non l’ho trovato cosi brutto come molti lo giudicavano. Anzi ho adorato gli effetti speciali e la fotografia.

FAREMO FINTA DI NIENTE

Alien: Covenant
Brutto. Scontato da morire fino alla parodia. La parte degna di nota è il confronto tra gli androidi. Perché avere un Michael Fassbender quando puoi averne due? peccato che nemmeno lui sdoppiato sia stato in grado di salvarmi il film.

The Place
Questo film mi ha fatta veramente incazzare perché era bello, mi stava prendendo veramente, poi non so cosa sia successo esattamente e non so nemmeno io cosa mi aspettassi esattamente ma il finale mi ha lasciato veramente l’amaro in bocca. Mi ha delusa. E’ come quando dopo aver fatto una fila di 20 minuti per un cono gelato al caramello salato fai per addentarlo e il primo che passa ti si butta addosso facendotelo cadere per terra. E comunque devo sempre vedere Perfetti Sconosciuti.

First Kill
Questo film l’ho aggiunto solo come monito a me stessa. Perché ogni anno succede che prima o poi mi guardo un film perché c’è un attore che non vedo da tanto tempo e mi manca e a volte va bene e a volte invece becco delle stronzate colossali. Film d’azione di infima scrittura allungato come una minestra annacquata che campa solo ed esclusivamente in funzione delle scelte sbagliate dei protagonisti. Gethin Anthony, cosa mi fai guardare. Mettiti una mano sul cuore.

Penso sia tutto per ora.

Nel frattempo vi auguro un buon 2018, e anche a me stessa, nella speranza che sia meno surreale dell’anno precedente. Spero di essere un po’ più presente qua dentro anche perché questa awards season è carica di film interessanti e che attendo impazientemente. Questa notte ci sono i Golden Globes e ho altissime aspettative, ma ne parlerò in separata sede.

Fatemi sapere nei commenti quali film avete salvato del 2017 che sono curiosa

Ciao Chris, era davvero troppo presto.

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E’ un po’ che non scrivo e penso se ne siano accorti tutti (oltre a me e ai miei sensi di colpa, ma torno), e ieri stavo per farlo ma sono stata avvolta da un insieme di emozioni contrastanti e così ho deciso fosse meglio far passare delle ore. Non ho le idee chiare nemmeno ora, ad essere onesta, ma Chris Cornell mi obbliga a scrivere in un certo senso.

Tanti anni fa, io che per inciso ho sempre avuto seri problemi a fare classifiche (ma che allo stesso tempo per una sorta di bisogno malsano di auto punirmi) e allo stesso tempo trovo naturale fermarmi a riflettere sui miei gusti musicali troppo vari per essere classificati ho provato a fare una cernita di tutti i miei cantanti preferiti solo sotto un punto di vista vocale. Forse un giorno vi renderò partecipi della cosa con un post dettagliato dei miei (ovvero di quelli “sono di parte abbiate pietà e apprezzate lo sforzo”) e ne parlerò più ampiamente, ma Chris Cornell ne faceva parte a tutti gli effetti. Che dico? Ne fa parte, ne farà parte per sempre perché grazie al cielo abbiamo la musica che è eterna.

Sono cresciuta ascoltando musica rock spaziando tra i generi, ma il grunge ha giocato un ruolo importante essendo io nata a metà anni ottanta e vivendo nei novanta.
Seattle per me non è una città, è un simbolo musicale da che ho memoria, anche se adesso la maggior parte della gente magari appena la sente nominare pensa a Meredith Grey e Derek Shepard.
Seattle per me è la cornice di “Singles”, una commedia di Cameron Crowe del 1992 che adoro e di cui speravo di parlare in una circostanza più felice, ma che il karma mi impone di menzionare adesso perché Chris Cornell ne ha fatto parte.

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I Soundgarden, se non avessero avuto Chris Cornell alla voce, non so come avrebbero potuto suonare alle mie orecchie ma lui contribuiva a renderli speciali al punto da farmeli notare.
La sua capacità di spaziare così tanto nelle tonalità era qualcosa di inspiegabile oltre che affascinante ed anche la ragione per cui l’ho sempre adorato.
So che suonerà come la banalità del secolo e non è proprio mia intenzione farlo sembrare tale, ma è vero che con la morte di Chris Cornell (di cui mi sono ripromessa di non esprimere giudizi perché non so come mi sento) il mondo musicale ha subìto una perdita enorme.

Ho diversi ricordi belli legati a Chris Cornell, tra i tanti spiccano senz’altro i miei giovedì sera adolescenziali passati ad ascoltare il programma grunge di una radio locale della mia zona che mi ha fatto apprezzare di più i Soundgarden e scoprire altri gruppi mentre facevo i compiti, un’estate dello stesso periodo della mia vita passata a verniciare la casa di un’amica con il primo album degli Audioslave pompato a mille e Cochise cantata fino allo sfinimento, amicizie varie, serate al pub tra cover band, e anche quel fantastico sabato a Roma insieme a Cineclan aspettando gli Avengers con Live To Rise dei Soundgarden mandata fino alla nausea e noi non eravamo ancora stanche di sentirla, anzi se ci si fossero palesati anche loro sul red carpet sarebbe stato stupendo, invece no. Chris Cornell era uno che quando ascoltavi la radio, se avevi la fortuna di sentire passare un loro pezzo, lo riconoscevi tra la massa ed ora verrò pervasa anche con lui da malinconia profonda.
Attualmente ero molto esaltata all’idea di andare al cinema (quando non si sa, quando esce? qualcuno lo sa?) a vedere The Promise e restare in sala fino alla fine per sentire la sua canzone omonima che fa parte della colonna sonora, ora come ora penso che potrei singhiozzare oltre che per il film (che mi sembra tutto al di fuori di qualcosa di allegro) anche per lui.
L’idea di non sentirlo più produrre nulla di nuovo mi annienta un po’ e non voglio sapere come se la stia passando la sua famiglia in questo momento data la circostanza del decesso.

Per quanto mi è possibile vorrei solo dirgli un simbolico grazie per tutte le volte che mi ha fatto da colonna sonora inconsapevolmente.
Rusty Cage continuerà a suonare a volume indecente ogni volta che sarò incazzata col mondo.

Skipping this birthday was never an option

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Oggi è un giorno importante perché Michael Fassbender compie gli anni e raggiunge la famigerata cifra tonda. Il mio tedesco-irlandese preferito oggi compie la bellezza di 40 anni e ce n’è passata di acqua sotto i ponti anche se non sembra. Premesso che sono un po’ di parte (cosa che credo non abbia ancora notato nessuno), e che ogni tanto ci si può trasformare in spudorate fangirl senza ritegno, ho pensato di regalargli un’update sul blog (anche perché le gioie della vita le ha già Alicia Vikander e c’è poco da fare).

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Tanto tempo fa guardando quella pellicola profondamente tamarra di 300 di Zack Snyder, oltre a Gerard Butler, è stato inevitabile accorgersi di quello scappato di casa di Stelios, capellone chiaramente non totalmente in sé grazie anche a quello che chiamerò uno spiccato senso dello humor nero.
Sembra ieri che mi usciva dalla bocca un innocente “ma cosa cazzo ridi che ti piovono in testa le frecce?”

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Senza contare il gelo che mi scorre giù per la schiena, inevitabilmente, ancora adesso dopo la centordicesima visione di Inglourious Basterds alla scena de La Louisiane quando quella mente superiore di Archie Hicox (avevo ribattezzato il mio ex telefono così e un gatto in tangenziale avrebbe avuto una vita più lunga e felice, sì me la sono tirata) dopo aver messo in scena un siparietto sgangherato insieme ai compagni per giustificare il suo accento discutibile, riesce a mandare in merda un piano geniale per il semplice fatto che non puoi togliere la britishness a un infiltrato manco col piede di porco.

Se si parla di Michael Fassbender non si può non spendere due parole sul sodalizio importantissimo con il regista inglese Steve McQueen (che tanto per la cronaca spero prosegua ancora a lungo).

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Collaborazione riuscitissima e iniziata con il fare la concorrenza a Christian Bale per il premio di “attore con il dimagrimento più violento per un film” nella parte di Bobby Sands in Hunger. Definire quel film un pugno nella pancia è niente.

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La seconda incarnazione ha il nome di Brandon e il film è Shame. Fassbender interpreta un sessodipendente e la sua interpretazione al pari di quella di Carey Mulligan le trovo ogni volta più belle. A livello di pubblico in sala, purtroppo, è un film profondamente incompreso (ricordo ancora adesso scene infelici), ma con un’interpretazione che gli è valsa una coppa volpi al festival di Venezia. Devo ammettere che fare il tifo a scatola chiusa e a distanza è stato brutto, ma vogliamo mettere la felicità dell’epoca nel dire “ha vinto Fassbender!!!” e sentirti rispondere “chi???” e lui all’epoca uscito a ringraziare i fan sul red carpet dopo la premiazione.
Lo stesso ruolo gli è valso poi anche una nomination ai Golden Globes senza però relativo premio ed è stato derubato di una nomination agli Oscar dello stesso anno.

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Il terzo progetto firmato Steve McQueen risponde al titolo di 12 Anni Schiavo e vede Fassbender ricoprire il ruolo di Epps, un ruolo secondario contrariamente ai precedenti lavori. Epps è il perfido proprietario di una piantagione, fanatico religioso, che avrei picchiato in malo modo, con una predilezione per la giovane schiava Patsy, che gli vale la prima nomination agli Oscar, ma anche lì non vince nulla ed è ancora una ferita aperta sinceramente.

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Esiste un film un po’ sottovalutato chiamato FRANK, dell’irlandese Lenny Abrahamson, dove si cimenta in una performance singolare recitando per tutto il tempo con una testa di cartapesta addosso e cantando, perché se c’è una cosa che non dovrebbe fare e invece fa sto disgraziato è cantare e lo fa pure bene.

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Poi non posso non parlare di quanto io abbia festeggiato alla grande, a suo tempo in fase di casting, quando è uscita la notizia che nei prequel di X-Men per il ruolo di Magneto avevano scelto lui. Adoro Ian McKellen nella parte e il lavoro fatto da Fassbender si è sempre incastrato benissimo nel franchise contribuendo a sfaccettare ulteriormente il personaggio, soprattutto nel capitolo di Days of Future Past dove comparivano entrambi in diversi momenti storici. Oltretutto parliamo di un personaggio che fin dall’infanzia insieme a Logan, Tempesta e Nightcrawler era già all’epoca uno dei miei preferiti.

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C’è stata anche una collaborazione con David Cronenberg, anni fa, dove per l’occasione aveva vestito i panni di Carl Gustav Jung in A Dangerous Method insieme a Viggo Mortensen nella parte di Sigmund Freud. Un film, un programma già a partire dal making of.

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Ha preso parte anche al nuovo franchise di Alien di Ridley Scott dove in due film su due, per ora, ha interpretato un androide: in Prometheus si chiama David-8, un robot biondo platino subdolo, con un senso dell’umorismo un po’ caustico. Premesso che non è mai stato granché il mio genere, Prometheus so che non fa impazzire i fan, ma personalmente l’ho trovato nella media, vedremo il prossimo in uscita.
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Tra i vari progetti l’ho visto nei panni di Macbeth, nell’omonimo film di Justin Kurzel, dove insieme a Marion Cotillard ha dato una bellissima prova attoriale che non ha ricevuto i giusti onori e poi anche nei panni di Mr. Rochester nel Jane Eyre di Cary Fukunaga.

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La seconda nomination all’oscar, anche qui non vinto, è arrivata per un film che all’epoca non sapevo di volergli veder fare: sto parlando di Steve Jobs.
Teniamo presente che il film con Ashton Kutcher non l’ho visto e non posso fare un paragone, onestamente, non mi entusiasmava l’idea di un altro film sul CEO della Apple. Il film di Danny Boyle con Fassbender l’avrei visto a priori per la scienza, ma mi ha convinta ulteriormente la scrittura di Aaron Sorkin.
Poi, pazienza, sappiamo com’è andata, ma rimane una più che ottima performance dove si sobbarca due ore di film che più che altro sembra una performance teatrale nel vero senso della parola.

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Ovviamente non ha fatto solo cose meravigliose nella sua carriera, a oggi, anzi, e soprattutto non le ho ancora viste tutte tutte, ma la maggior parte sì e se proprio dovessi salvare qualcosa dei suoi progetti di natura discutibile direi che riguarderei, come guilty pleasure, quella cafonata della BBC chiamata HEX (che per la cronaca, se vi volete un po’ più bene della sottoscritta e se la guardate solo per lui fermatevi alla prima stagione. E’ un consiglio sincero.) dove interpretava il demone Azazeal (e in una puntata aveva anche una battutina divertente su Reservoir Dogs di Tarantino. Sì ok, la smetto) e, non so, se qualcuno volesse mai fare un remake di Il Maestro e Margherita, io lui ce lo metterei nel cast… devo ancora decidere se gli farei fare un demone o Satana, ma l’ho buttata lì, poi fate un po’ voi.

Ha preso parte a diversi altri progetti in questi anni, che non vi sto ad elencare perché famo notte e non volevo scrivere una biografia non autorizzata, ma se c’è una cosa che ho avuto modo di capire di questo attore è che quando pensi che magari potrebbe fare una commedia semi allegra, lui ti smentirà.
Però col senno di poi, non importa, anche perché far soffrire la gente gli riesce molto bene e temo andremo avanti così ancora a lungo.
Sta di fatto che è senz’altro uno dei miei attori preferiti degli ultimi anni perché è davvero versatilissimo nel suo genere e, delle parti che gli propongono, sceglie sempre pellicole interessanti a cui lavorare.

Adesso attendo il fantomatico film di Terrence Malick che ha avuto una gestazione di ben 4 o 5 anni, che ha finalmente un titolo: Song To Song (anche questo ha subìto un processo travagliato) e che a questo punto temo non crederò davvero di vedere finché non me lo troverò davanti e sinceramente farà meglio ad essere bellissimo perché ero quasi riuscita a dimenticare la sua esistenza.

In conclusione, io volevo solo fare un post di buon compleanno, ma mi è sfuggita la mano.

Buon quarantesimo compleanno Michael

RIP Chuck Berry

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D’accordo, aveva 90 anni e ovviamente mi dispiace, ma ahimè ci ha lasciati anche lui.
Non ho mai approfondito seriamente la conoscenza, ma per vie traverse è arrivato anche nella mia vita e mi sembrava davvero ingrato lasciar correre e non dire niente visto che indirettamente si parla anche di cinema.

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Ci ricordiamo tutti quanti la scena di Marty Mc Fly sul palco nel primo capitolo di Ritorno al Futuro durante il ballo a scuola con Marvin Berry che telefona a Chuck Berry per dirgli che aveva trovato il sound tanto cercato grazie a uno strano ragazzino sul palco con in braccio una Gibson.
Chissà come sarebbe potuta essere quella scena se per ipotesi Johnny Be Good non fosse mai esistita…

Ma poi, Ritorno al Futuro a parte (visto che quella trilogia è stata inevitabilmente il primo collegamento sensato che mi è balzato alla mente) il tributo glielo voglio fare anche con un altro film degli anni 90 perché, per quanto si possa essere abituati a dare per scontato tante cose, mai come oggi mi sono chiesta se per ipotesi  You Never Can Tell non fosse mai esistita, cosa avrebbe potuto usare Quentin Tarantino durante la scrittura di questa scena di Pulp Fiction per far ballare in quel modo così awkward, ma a suo modo perfetto, Uma Thurman e John Travolta…

Tutto questo non lo sapremo mai e sinceramente, CHISSENE

Grazie Chuck

T2: Trainspotting (Danny Boyle – 2017)

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Ok, allora, non ce la facevo più, avevo bisogno di andare al cinema a vedere questo film per diversi motivi che i frequentatori assidui di questo blog ormai credo sappiano già anche senza elencarli. Aspettavo la data d’uscita italiana come si aspetta Babbo Natale a 7 anni e alla fine ho tratto la conclusione che è stato come ricevere l’equivalente di un giocattolo bello, ma che non ti convince in pieno e che magari apprezzerai meglio col tempo.

Quello che ho capito fin da subito è che a prescindere dal gradimento per me sarebbe stato davvero difficilissimo riuscire a parlare in modo totalmente lucido e razionale di questo film, anche perché se si tratta di qualcosa a cui tengo particolarmente tendo a diventare iper critica e selettiva. Ho fatto passare più di 24 ore dalla visione per cercare di schiarirmi le idee e ancora non sono convintissima al cento per cento di quello che penso, ma ho il timore che se lasciassi passare altro tempo rischierei di dimenticare anche i pochi pensieri ordinati che ho in testa quindi tanto vale provarci.

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Tutto era cominciato con una corsa per le strade di Edimburgo e anche questa volta da una corsa si comincia, ma solitaria, su un tapis roulant in una palestra di Amsterdam con un Mark Renton capellone ossessionato dal fitness e a un certo punto, la svolta che non ti aspetti e con tanto di flashback.

Il terrore del sequel, dal momento in cui è stata ufficializzata la notizia, è stato collegato come al solito al mio pensiero di veder snaturati film e personaggi, nonostante il regista sia lo stesso del precedente anche perché questo film è solo ispirato al romanzo “Porno” di Irvine Welsh (quindi non fatevi infinocchiare dalla copertina del romanzo che si trova attualmente in libreria vittima del marketing), ma come capita in queste circostanze è anche bene basarsi sul classico ragionamento del “finché ha senso ce lo dovremo fare andar bene”.
Ora che l’ho visto posso dire che non avendo letto il libro, ma sapendo a grandi linee le dinamiche della vicenda vera e propria, sì, questo film è un patchwork, oltre ad essere un bel po’ diverso da Porno, a parte cose qua e là l’unico problema davvero impossibile da ignorare è esclusivamente riconducibile al tono che gli si è voluto dare.
T2: Trainspotting, volendo citare una battuta di un personaggio del film, è una pellicola che vive nel passato inevitabilmente corredato da flashbacks e il “face your past” come tag line è applicabile in tutti i sensi. Ci sono numerosissimi rimandi sia visivi che musicali (perché in Trainspotting anche la musica ha il suo peso) al primo film quasi a voler giustificare tutta una serie di scelte e azioni, vent’anni dopo i fattacci successi. E’ modo per scoprire con i propri occhi la risposta a diversi “chissà cos’è successo a, o se…”. Allo stesso tempo, però, T2: Trainspotting si rivela un film terribilmente ancorato al nostro presente con problemi sociali attuali, che sfrutta i suoi personaggi solo come espediente per raccontare un’altra storia e questa concatenazione inevitabile di cose è, in un certo senso, proprio l’elemento che permette alla pellicola di funzionare tutto sommato.

Mark Renton in prima persona, fa quasi da guida allo spettatore mentre a sua volta rimette il naso in un ambiente conosciuto, ma con il peso dell’età sulle spalle, con l’improvviso bisogno di guardare in faccia i fantasmi del passato e una vita che non gli appartiene più, ma che non riesce a scrollarsi di dosso anche grazie ad una buona percentuale di coda di paglia e faccia tosta che lo contraddistingue.
Quel senso di viaggio di ritorno verso casa che riecheggia per tutta la pellicola vuole essere a sua volta una specie di regalo per i fans, una sorta di revival, di tributo vero e proprio al primo film più che un nuovo tassello nella narrazione in senso stretto, un tributo alla gang che un tempo fu e che forse potrebbe essere ancora, ma non sembra nessuno sicurissimo fino in fondo di ciò.

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Se il primo film trasudava nichilismo, bisogno disperato di evasione, di ricerca di identità e individualismo questa pellicola sembra ormai in parte disillusa, racconta una specie di ritorno “nel vecchio quartiere” che è inevitabilmente cambiato nel tempo, ma dove in realtà non è cambiato niente, tutto e tutti più che altro si sono adattati alle circostanze reinventandosi, chi più chi meno.
Ci sono sempre gli errori del passato che si ripercuotono sul presente e l’inadeguatezza costante, c’è chi è stato fregato e medita vendetta e c’è invece chi vorrebbe solo farla finita.
Alla base di tutto c’è sempre una storia d’amicizia fuori dal comune, forse troppo, ma la disperazione è ancora il collante generale delegato a muovere gli ingranaggi di quella famiglia disfunzionale allargata, quel bisogno di aggrapparsi a qualcosa per svoltare, con la differenza che non si tratta più di dipendenza dall’eroina ma di qualcosa di diverso.

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Ci sono dei momenti davvero bellissimi tra Mark Renton e Sick Boy, per lo più sempre ai ferri corti, ma allo stesso tempo terribilmente dipendenti l’uno dall’altro.

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C’è uno Spud ancora più adorabile di prima, ma che secondo me non è stato sfruttato nel modo che meritava passando in secondo piano e un Francis Begbie più matto di prima, per lo più vittima di sé stesso che fatica ancora a gestirsi, ma anche lui, a grandi linee  un po’ sacrificato.

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Nonostante il tutto sia orchestrato in modo sommariamente accettabile e si regga sulle proprie gambe regalando due ore di intrattenimento condito da una buona dose di malinconia, T2: Trainspotting pecca di una messa in scena un po’ traballante e sgangherata, ma soprattutto di una grave mancanza che, a mio parere, l’avrebbe potuto rendere sicuramente un film migliore: sto parlando di quella sottile cattiveria che pervade tutta la pellicola originale e che ritengo fondamentale per un film con un antenato del genere.
A conti fatti posso dire che T2: Trainspotting, alla fine, è un film divertente (ci sono delle scene davvero esilaranti che mi hanno fatta davvero morire) e politically incorrect, mi è piaciuto abbastanza, ma non a sufficienza da farmi lasciare la sala totalmente soddisfatta, anche se devo fare un applauso ai geni di Jonny Lee Miller perché quell’uomo invecchia egregiamente e Danny Boyle è una brutta persona (non è vero, grazie mille) che ogni tanto ci infilava certi primi piani di Sick Boy da morirci un po’.

Sicuramente me lo rivedrò perché alla fine è un buon film e anche se faccio tante menate alla fine mi ha fatto piacere ritrovare tutti quei disagiati sul grande schermo (anche perché all’epoca ero troppo giovane e il primo film l’ho consumato in dvd) perché ormai mi sono affezionata dopo tutti questi anni, però lo ritengo un prodotto abbastanza lontano dal precedente, o forse devo solo metabolizzarlo a dovere.
L’unica cosa che so con certezza è che avrei dato un arto per essere su quel set un’ora della mia vita.