T2: Trainspotting (Danny Boyle – 2017)

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Ok, allora, non ce la facevo più, avevo bisogno di andare al cinema a vedere questo film per diversi motivi che i frequentatori assidui di questo blog ormai credo sappiano già anche senza elencarli. Aspettavo la data d’uscita italiana come si aspetta Babbo Natale a 7 anni e alla fine ho tratto la conclusione che è stato come ricevere l’equivalente di un giocattolo bello, ma che non ti convince in pieno e che magari apprezzerai meglio col tempo.

Quello che ho capito fin da subito è che a prescindere dal gradimento per me sarebbe stato davvero difficilissimo riuscire a parlare in modo totalmente lucido e razionale di questo film, anche perché se si tratta di qualcosa a cui tengo particolarmente tendo a diventare iper critica e selettiva. Ho fatto passare più di 24 ore dalla visione per cercare di schiarirmi le idee e ancora non sono convintissima al cento per cento di quello che penso, ma ho il timore che se lasciassi passare altro tempo rischierei di dimenticare anche i pochi pensieri ordinati che ho in testa quindi tanto vale provarci.

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Tutto era cominciato con una corsa per le strade di Edimburgo e anche questa volta da una corsa si comincia, ma solitaria, su un tapis roulant in una palestra di Amsterdam con un Mark Renton capellone ossessionato dal fitness e a un certo punto, la svolta che non ti aspetti e con tanto di flashback.

Il terrore del sequel, dal momento in cui è stata ufficializzata la notizia, è stato collegato come al solito al mio pensiero di veder snaturati film e personaggi, nonostante il regista sia lo stesso del precedente anche perché questo film è solo ispirato al romanzo “Porno” di Irvine Welsh (quindi non fatevi infinocchiare dalla copertina del romanzo che si trova attualmente in libreria vittima del marketing), ma come capita in queste circostanze è anche bene basarsi sul classico ragionamento del “finché ha senso ce lo dovremo fare andar bene”.
Ora che l’ho visto posso dire che non avendo letto il libro, ma sapendo a grandi linee le dinamiche della vicenda vera e propria, sì, questo film è un patchwork, oltre ad essere un bel po’ diverso da Porno, a parte cose qua e là l’unico problema davvero impossibile da ignorare è esclusivamente riconducibile al tono che gli si è voluto dare.
T2: Trainspotting, volendo citare una battuta di un personaggio del film, è una pellicola che vive nel passato inevitabilmente corredato da flashbacks e il “face your past” come tag line è applicabile in tutti i sensi. Ci sono numerosissimi rimandi sia visivi che musicali (perché in Trainspotting anche la musica ha il suo peso) al primo film quasi a voler giustificare tutta una serie di scelte e azioni, vent’anni dopo i fattacci successi. E’ modo per scoprire con i propri occhi la risposta a diversi “chissà cos’è successo a, o se…”. Allo stesso tempo, però, T2: Trainspotting si rivela un film terribilmente ancorato al nostro presente con problemi sociali attuali, che sfrutta i suoi personaggi solo come espediente per raccontare un’altra storia e questa concatenazione inevitabile di cose è, in un certo senso, proprio l’elemento che permette alla pellicola di funzionare tutto sommato.

Mark Renton in prima persona, fa quasi da guida allo spettatore mentre a sua volta rimette il naso in un ambiente conosciuto, ma con il peso dell’età sulle spalle, con l’improvviso bisogno di guardare in faccia i fantasmi del passato e una vita che non gli appartiene più, ma che non riesce a scrollarsi di dosso anche grazie ad una buona percentuale di coda di paglia e faccia tosta che lo contraddistingue.
Quel senso di viaggio di ritorno verso casa che riecheggia per tutta la pellicola vuole essere a sua volta una specie di regalo per i fans, una sorta di revival, di tributo vero e proprio al primo film più che un nuovo tassello nella narrazione in senso stretto, un tributo alla gang che un tempo fu e che forse potrebbe essere ancora, ma non sembra nessuno sicurissimo fino in fondo di ciò.

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Se il primo film trasudava nichilismo, bisogno disperato di evasione, di ricerca di identità e individualismo questa pellicola sembra ormai in parte disillusa, racconta una specie di ritorno “nel vecchio quartiere” che è inevitabilmente cambiato nel tempo, ma dove in realtà non è cambiato niente, tutto e tutti più che altro si sono adattati alle circostanze reinventandosi, chi più chi meno.
Ci sono sempre gli errori del passato che si ripercuotono sul presente e l’inadeguatezza costante, c’è chi è stato fregato e medita vendetta e c’è invece chi vorrebbe solo farla finita.
Alla base di tutto c’è sempre una storia d’amicizia fuori dal comune, forse troppo, ma la disperazione è ancora il collante generale delegato a muovere gli ingranaggi di quella famiglia disfunzionale allargata, quel bisogno di aggrapparsi a qualcosa per svoltare, con la differenza che non si tratta più di dipendenza dall’eroina ma di qualcosa di diverso.

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Ci sono dei momenti davvero bellissimi tra Mark Renton e Sick Boy, per lo più sempre ai ferri corti, ma allo stesso tempo terribilmente dipendenti l’uno dall’altro.

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C’è uno Spud ancora più adorabile di prima, ma che secondo me non è stato sfruttato nel modo che meritava passando in secondo piano e un Francis Begbie più matto di prima, per lo più vittima di sé stesso che fatica ancora a gestirsi, ma anche lui, a grandi linee  un po’ sacrificato.

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Nonostante il tutto sia orchestrato in modo sommariamente accettabile e si regga sulle proprie gambe regalando due ore di intrattenimento condito da una buona dose di malinconia, T2: Trainspotting pecca di una messa in scena un po’ traballante e sgangherata, ma soprattutto di una grave mancanza che, a mio parere, l’avrebbe potuto rendere sicuramente un film migliore: sto parlando di quella sottile cattiveria che pervade tutta la pellicola originale e che ritengo fondamentale per un film con un antenato del genere.
A conti fatti posso dire che T2: Trainspotting, alla fine, è un film divertente (ci sono delle scene davvero esilaranti che mi hanno fatta davvero morire) e politically incorrect, mi è piaciuto abbastanza, ma non a sufficienza da farmi lasciare la sala totalmente soddisfatta, anche se devo fare un applauso ai geni di Jonny Lee Miller perché quell’uomo invecchia egregiamente e Danny Boyle è una brutta persona (non è vero, grazie mille) che ogni tanto ci infilava certi primi piani di Sick Boy da morirci un po’.

Sicuramente me lo rivedrò perché alla fine è un buon film e anche se faccio tante menate alla fine mi ha fatto piacere ritrovare tutti quei disagiati sul grande schermo (anche perché all’epoca ero troppo giovane e il primo film l’ho consumato in dvd) perché ormai mi sono affezionata dopo tutti questi anni, però lo ritengo un prodotto abbastanza lontano dal precedente, o forse devo solo metabolizzarlo a dovere.
L’unica cosa che so con certezza è che avrei dato un arto per essere su quel set un’ora della mia vita.

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Il sofferto toto scommesse pre-Oscars 2017

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Torno a scrivere dopo quasi due mesi di latitanza reduce da un’influenza brutale e debilitante e quant’altro, come al solito con l’acqua alla gola perché altrimenti che gusto c’è, ma in tempo per i premi Oscar.
Una si augura sempre che nell’anno appena trascorso abbia scelto bene i film da vedere così da avere meno cose da recuperare una volta lanciate le nominations, ma non è quasi mai così.

Lo scorso anno i film nominati bene o male mi erano piaciuti tutti, ma in modo piuttosto tiepido. Devo dire che a fatica sono riuscita a trovarne uno che spiccasse più di altri fino a farmi urlare al capolavoro.
Più che altro, l’anno scorso, mi sono fatta trasportare dalle interpretazioni, mentre invece quest’anno qualche pellicola nominata credo me la porterò dietro per un po’.
E’ vero che io e l’academy spesso abbiamo gusti incompatibili, ma ci vuole così tanto per trovare qualcosa di davvero meritevole? io non credo. Non sono comunque contenta perché ci sono film e registi che avrei preso in considerazione e invece sono stati snobbati, sto parlando di Tom Ford con Nocturnal Animals che ho adorato e poi Pablo Larraìn che se è vero che Neruda non l’ho ancora visto, con Jackie ha fatto un buon lavoro, ma ormai è troppo tardi.
Arrivo comunque con la mia manfrina, che nonostante io mi sia ripromessa di tagliare corto e dire lo stretto necessario temo non sarà così. Perdonatemi, non faccio apposta.

Questo lasso di tempo tra le nominations e la premiazione vera e propria oltre a sembrare una partita di tetris per farci stare i film scaglionati tra i vari giorni è anche un momento che amo e odio in egual misura dato che, oltre ad essere in piena full immersion cinematografica, scattano inevitabilmente le polemiche e i dibattiti tali per cui se prima partivi con le migliori intenzioni del mondo nei confronti di una pellicola ti ritroverai tuo malgrado ad arrivare quasi a detestarla ancora prima di vederla. Certa gente se ci si mette ti fa scappare la voglia nonostante tu ti sia armata delle migliori intenzioni e quando vai a vedere il suddetto film ti tappi le orecchie con la sola intenzione di cercare di farti un’idea il più oggettiva possibile.
Il film della discordia dell’edizione 2017 c’è stato e si tratta di La La Land di Damien Chazelle.

Ora cercherò di analizzare dal mio punto di vista come è andata la visione di tutti i film nominati nella categoria BEST PICTURE.
Sento che non andremo d’accordo, vi prego siate clementi e non mangiatemi, sono solo gusti personali.

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La La Land

Leviamoci subito il dente che così non ci pensiamo più.
Lo aspettavo da Venezia 2016 con in tasca tanta curiosità e aspettative memore della bellezza e dell’iniezione di ansia gratuita sbattutami in faccia da Chazelle con il suo precedente Whiplash. Non potendo partecipare al festival mi sono dovuta aggrappare alla pazienza e ai commenti letti e domandati via twitter a gente presente sul posto che se la memoria non mi tradisce mi pare fossero positivi più o meno all’unanimità.
Mi è piaciuto? sì, mi è piaciuto e molto. Molta gente si è lamentata di svariati elementi secondo me di contorno, ma appunto forse dimenticando proprio di cosa parlasse il film, e non sono certo qui a dire che io ho ragione e loro no perché a me ad esempio non ha fatto impazzire un film che invece sto notando è piaciuto a tantissima gente, ma il mondo è bello per questo, però ho un paio di domande che mi sono sorte spontanee così magari mi dite se sono pazza io o se quelli a non farcela sono gli altri:

  1. Ma sapete cosa andate a vedere al cinema prima di pagare il biglietto?
  2. (vedi domanda n.1) Se sapete cosa andate a vedere al cinema, sapete che vi fanno cagare i musical, non state accompagnando nessuno quindi ci andate di vostra spontanea volontà, perché dovete stracciare l’anima al prossimo (purtroppo in sala con voi) che magari il film lo vuole vedere davvero e capirci qualcosa con commenti tipo “ma cantano ancora?”

Lo farei vincere? Sì, oltre al fatto che tecnicamente avrebbe buone possibilità per farlo perché è una sorta di tributo al cinema stesso e a Hollywood si sa che piacciono queste trovate, però al di là di ciò perché è molto più di una commedia, è una sorta di manifesto. Ma avete presente quando vi capita di vedere un film o una mostra o qualcosa in generale che a sua volta vi ispira creatività o vi lascia qualcosa? La La Land con me c’è riuscito.

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Moonlight

Premesso che non sapevo nemmeno di cosa parlasse, questo film è stato una sorta di sorpresa più che altro per i temi trattati.
Messa in scena di un testo teatrale, Moonlight porta con sé una storia che spezza il cuore ed è affrontata in modo brillante più che altro per le scelte registiche grazie soprattutto a un ottimo cast.
Il film porta in scena una realtà in un certo senso più volte esplorata, cioè quella degli ambienti difficili di una città come Miami, ma allo stesso tempo aspetti poco esplorati dal cinema per quanto riguarda la comunità afro-americana, come l’omosessualità (o forse sì e io cado bellamente dal pero) con tutte le complicazioni al seguito.
Mi è piaciuto? abbastanza.
Lo farei vincere? sì perché è qualcosa di diverso dai film di malavita ambientati nel ghetto e sarebbe una vittoria morale non solo per la comunità lgbt che soprattutto equivarrebbe a uno schiaffo morale agli omofobi anche perché di personaggi, ma soprattutto storie, così è raro vederne e sarebbe un bel segno di cambiamento.

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Manchester By The Sea

Arriviamo a un tasto dolente di queste nominations: a me non è che Manchester By The Sea non sia piaciuto per niente perché anzi la storia la trovo bella, ma non mi ha lasciato molto. Così come la gente non apprezza La La Land io non apprezzo Manchester By The Sea più dello stretto necessario.
Non vogliatemene, ma non riesco ad andare al di là più del dovuto con la questione del dover riaffrontare i demoni del passato perché non nego l’evidenza che già nella vita reale non sia una passeggiata di salute oltre che alla questione del rapporto quasi paterno instauratosi tra il personaggio di Casey Affleck e quello di Lucas Hedges, ma non posso farci niente.. avrò il cuore di pietra.
Mi è piaciuto? meh, forse mi aspettavo qualcosa di diverso.
Lo farei vincere? forse avrebbe possibilità di vittoria in generale, ma da parte mia no

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Arrival

Denis Villeneuve ci ha provato con un film fantascientifico e c’è anche riuscito, ma con me non è andata così bene come pensavo, la mia reazione è stata piuttosto tiepida e mi sembrava gli mancasse qualcosa. Sinceramente speravo Arrival mi piacesse un po’ di più ed invece non è successo, me lo rivedrò perché non mi arrendo così e perché ero ancora in preda ai germi influenzali quindi probabilmente questo fattore ha influito sulla mia percezione del film, ma è una di quelle pellicole che mi ha emozionata di più per le performances e gli effetti speciali che altro.
Mi è piaciuto? nel complesso sì, ma speravo di urlare al miracolo una volta finito il film nonostante l’idea di fondo sia davvero buona.
Lo farei vincere? no.

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Fences

Denzel Washington passa alla regia e porta sul grande schermo una sceneggiatura teatrale che, a quanto ho letto, è stata impresa già tentata precedentemente e con risultati fallimentari.
In sé è una storia bella anche se parecchio dura da digerire con delle prove attoriali fantastiche sia da parte di Denzel Washington stesso che di Viola Davis, ma di una pesantezza… oltre al ritmo piuttosto lento che non ha aiutato.
Mi è piaciuto? sì, ma non lo rivedrei. O per lo meno farei passare del tempo.
Lo farei vincere? sinceramente un premio come miglior film non me la sentirei di darglielo anche se porta un bellissimo messaggio nel finale.

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Lion

Questo è un film che puntavo da mesi senza sapere veramente di cosa parlasse più che altro perché mi incuriosiva il cast: l’accoppiata Dev Patel – Rooney Mara era interessante e poi la fotografia era particolare. Vi capita mai di voler vedere un film per colpa della fotografia? a me è successo diverse volte e di cantonate ne ho prese, ma almeno è stato un viaggio cromaticamente interessante (no, non mi interessa se pensate che sono pazza).
Il film è uno di quelli belli che ti fanno piangere, ma che diversamente da Room l’anno scorso (che mi è piaciuto, tirate giù i fucili) mi rivedrei perché non ti lascia un lastrone di marmo ad appesantirti il torace una volta finito.
Mi è piaciuto? Tantissimo.
Lo farei vincere? Sarebbe un candidato ideale alla vittoria perché oltre ad essere molto ben fatto lancia un messaggio fantastico di integrazione tra culture e agli USA questa cosa servirebbe.

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Hidden Figures

Totalmente all’oscuro della natura di questo film mi sono lasciata convincere consigliata da Cineclan che ci ha preso.
Hidden Figures (da noi in uscita con il titolo “il diritto di contare”, quindi per la serie del o lo sai che han cambiato il titolo o ti attacchi) è il film che non ti aspetti e che nonostante sembri l’ennesima pellicola ambientata negli anni 60 che parla di razzismo negli USA è soprattutto una storia femminista oltre che qualcosa di fresco.
Poi scusate ma Nasa e donne che reggono la baracca mi sembra già un ottimo motivo per tifare per questo film.
Mi è piaciuto? Sì, tantissimo e me lo rivedrò sicuramente.
Lo farei vincere? Sì, sarebbe un buon candidato.

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Hacksaw Ridge

Noto anche come la mia pecora nera dell’edizione 2017, a riprova che ogni anno io un film che piuttosto che vederlo mi farei asfaltare da un treno lo devo sempre avere.
Quest’anno è toccato a Mel Gibson: omino che non ha mai goduto di particolare simpatia da parte della sottoscritta e da cui mi aspettavo un’altra opera di una pesantezza mortale.
Proprio lui, è riuscito a fare un film che contro ogni aspettativa è bello anche dal mio punto di vista.
Avevo deciso di guardarlo solo per Andrew Garfield (di cui devo ancora trovare il coraggio di vedere Spider Man per la cronaca), ma alla fine mi è piaciuta anche l’interpretazione di Vince Vaughn, vedi la vita come è strana?
Mi è piaciuto? la risposta è sì, potete segnarvi tutti questa dichiarazione che potrà essere usata contro di me.
Lo farei vincere? No anche se sarebbe un candidato interessante.

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Hell Or High Water

Questo film è stato la delusione, oltre ad essere un terribile inizio perché è stato il primo che ho visto di questa lista di nominati e mi sono detta sul serio “iniziamo bene”, cioè mi aspettavo non dico cose turche, ma qualcosa di innovativo.
Sarà che non mi piace il genere e che per questo mi sono annoiata a morte, ma davvero, perché l’hanno nominato come miglior film? non lo dico in segno di disprezzo, sono curiosa. Io salvo solo le performances di Jeff Bridges e Chris Pine.
Ben Foster è stato bravo, niente da dire ma sono secoli che fa sempre la stessa parte.
Mi è piaciuto? no
Lo farei vincere? no

Quindi alla luce di ciò tra tutti i candidati chi dovrebbe vincere? bello eh? non lo so manco io perché ridendo e scherzando mi sono ritrovata con più di un film preferito, ma è anche vero che ognuno di loro ha le sue caratteristiche e meriterebbe riconoscimenti per motivi diversi. Facciamo così, se avessi una pistola piantata alla tempia direi Lion. E’ la mia risposta definitiva. Tuttavia penso sia abbastanza probabile che vinca La La Land.

Ora procederò al resto del toto scommesse in base quello che ho visto, una scelta piuttosto istintiva perché quest’anno ho seriamente problemi a scegliere.


Best director

Damien Chazelle, “La La Land”
Barry Jenkins, “Moonlight”
Denis Villeneuve, “Arrival”
Kenneth Lonergan, “Manchester by the Sea”
Mel Gibson, “Hacksaw Ridge”

Sento vincerà Chazelle e non mi dispiacerebbe perché ha fatto un gran lavoro con La La Land, ma Moonlight è un film interessante.

Best actress in a leading role

Natalie Portman, “Jackie”
Emma Stone, “La La Land”
Isabelle Huppert, “Elle”
Meryl Streep, “Florence Foster Jenkins”
Ruth Negga, “Loving”

Premesso che non ho visto Loving, che quindi mi manca un tassello e che mi sono piaciute moltissimo sia Isabelle Huppert che Natalie Portman io voto per quest’ultima perché la sua interpretazione mi sembra superiore e poi per far vincere qualcosa a quel gioiellino bistrattato di Jackie di Larraìn.
Inoltre ritengo che in questa categoria una nomination la meritasse a tutti gli effetti anche Taraji P. Henson con il suo personaggio in Hidden Figures.

Best supporting actress

Viola Davis, “Fences”
Michelle Williams, “Manchester by the Sea”
Octavia Spencer, “Hidden Figures”
Naomie Harris, “Moonlight”
Nicole Kidman, “Lion”

In questa categoria ho a pari merito di preferenza sia Octavia Spencer che Naomie Harris, ma quest’ultima mi è piaciuta molto di più: in primis perché era irriconoscibile, per secondo motivo perché è riuscita a farsi detestare per tutta la durata del film.

Best actor in a leading role

Ryan Gosling, “La La Land”
Casey Affleck, “Manchester by the Sea”
Denzel Washington, “Fences”
Andrew Garfield, “Hacksaw Ridge”
Viggo Mortensen, “Captain Fantastic”

Di questa categoria mi manca Captain Fantastic per poter giudicare decentemente. Quelli che mi sono piaciuti di più tra tutti sono stati Ryan Gosling e Andrew Garfield, ma voto per Ryan Gosling per un motivo in particolare: perché canta. Finalmente qualcuno ha capito le potenzialità di quest’uomo che non mi è mai piaciuto particolarmente esteticamente parlando, cioè non faccio parte della sua orda di fans che vorrebbero sposarselo, ma se canta riesco quasi a trovarlo affascinante anch’io. Se non lo avete mai sentito vi consiglio di recuperare l’album dei Dead Man’s Bones che ha fatto con il suo socio.

Best supporting actor

Mahershala Ali, “Moonlight”
Jeff Bridges, “Hell or High Water”
Lucas Hedges, “Manchester by the Sea”
Dev Patel, “Lion”
Michael Shannon, “Nocturnal Animals”

Questa categoria mi crea problemi per un motivo, c’è Dev Patel che non fa il supporting actor e non so secondo quale principio sia finito qui ma faccio il tifo per lui insieme a un Michael Shannon che fa realmente il supporting actor e vorrei tanto vincesse. Non posso tifare entrambi, cosa faccio? diciamo che io faccio il tifo per Dev Patel ma credo che il premio lo meriti più Michael Shannon solo per una questione di categoria.

Best adapted screenplay

“Moonlight,” Barry Jenkins
“Arrival,” Eric Heisserer
“Lion,” Luke Davies
“Fences,” August Wilson
“Hidden Figures,” Allison Schroeder and Theodore Melfi

Best original screenplay

“La La Land,” Damien Chazelle
“Hell or High Water,” Taylor Sheridan
“Manchester by the Sea,” Kenneth Lonergan
“The Lobster,”  Yorgos Lanthimos and Efthymis Filippou
“20th Century Women,” Mike Mills

Dubito vincerà, ma se lo fa davvero vado a mangiare greco per festeggiare.

Best foreign language film

“Toni Erdmann”
“The Salesman”
“Land of Mine”
“A Man Called Ove”
“Tanna”

Ho visto solo Toni Erdmann e mi è piaciuto abbastanza, quindi farò il tifo per questo film, ma se tanto mi da tanto un premio a The Salesman dopo tutto il casino che c’è stato va via liscio come l’olio.

Best documentary

“O.J.: Made in America”
“13th”
“I Am Not Your Negro”
“Fire at Sea”
“Life, Animated”

Fuocoammare è l’unico che ho visto e se vincesse sarei contenta per il tema che tratta non per una questione campanilistica.

Best cinematography

“Moonlight,” James Laxton
“La La Land,” Linus Sandgren
“Arrival,” Bradford Young
“Silence,” Rodrigo Prieto
“Lion,” Greig Fraser

Best original song

“How Far I’ll Go,” “Moana”
“City of Stars,” “La La Land”
“Audition (The Fools Who Dream),” “La La Land”
“Can’t Stop the Feeling!” “Trolls”
“The Empty Chair,” “Jim: The James Foley Story”

Best original score

“La La Land,” Justin Hurwitz
“Moonlight,” Nicholas Britell
“Lion,” Dustin O’Halloran and Hauschka
“Jackie,” Mica Levi
“Passengers,” Thomas Newman

Best film editing

“La La Land”
“Moonlight”
“Hacksaw Ridge”
“Arrival”
“Hell or High Water”

Best visual effects

“The Jungle Book”
“Rogue One: A Star Wars Story”
“Doctor Strange”
“Deepwater Horizon”
“Kubo and the Two Strings

Quando sono andata a vedere Doctor Strange sono uscita dal cinema dicendo “se non vince niente per gli effetti speciali si drogano”, poi sono andata a vedere Rogue One ignara di tutto e tutti e per usare il linguaggio gggiovane “they pulled a Tarkin” e allora fate un po’ quello che volete.

Best sound editing

“La La Land”
“Hacksaw Ridge”
“Arrival”
“Sully”
“Deepwater Horizon”

Best sound mixing

“La La Land”
“Hacksaw Ridge”
“Rogue One: A Star Wars Story”
“Arrival”
“13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi”

Best costume design

“La La Land”
“Fantastic Beasts and Where to Find Them”
“Florence Foster Jenkins”
“Jackie”
“Allied”

Best production design

“La La Land”
“Fantastic Beasts and Where to Find Them”
“Arrival”
“Hail, Caesar”
“Passengers”

Tutto bello, ma alla fine ridendo e scherzando se ne riparla lunedì combattendo le occhiaie.

Animali Notturni (Tom Ford -2016)

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Sono davvero in ritardissimo e non so come io mi ci sia ridotta, ma meglio tardi che mai. Circa una quindicina di giorni fa (ma forse anche venti) sono andata a vedere Animali Notturni e sono sollevata per un semplice motivo: al Festival di Venezia quest’anno hanno presentato il nuovo film di Tom Ford che è tornato sotto i riflettori dopo quel gioiellino di “opera prima” chiamato A Single Man e la cosa era già bella così, ma una volta lanciato nell’etere, il trailer di Animali Notturni si è dimostrato “tanta roba” già alla prima visione. Il film ora l’ho visto e posso allegramente dimenticarmi di tutte le paranoie sulle presunte aspettative troppo grandi legate alla teoria de “il secondo disco è sempre il più difficile” perché sarà anche vero in parte, ma direi che la prova è stata superata perché se sai bene cosa vuoi sei già a buon punto.

Tratto dal libro di Austin Wright intitolato “Tony e Susan”, Animali Notturni è un “thriller nel thriller”, un film di quelli che se al primo giro è piaciuto sono sicura che con una seconda visione matematicamente migliorerà perché ricco di piccoli indizi disseminati da tutte le parti che ti fanno lasciare la sala soddisfatta, ma allo stesso tempo pervasa da mille pensieri. Una volta fuori dalla sala ti ritrovi occupata a ricomporre i pezzi di ciò che hai visto e a chiederti quanto in fretta sia volato il tempo e qui vorrei davvero fare un applauso sentitissimo lungo almeno una decina di minuti a Tom Ford perché ormai questo mi succede davvero di rado: vorrei prenderlo in parte e ringraziarlo per le due ore di svago ben riuscito.

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Animali Notturni è uno di quei film che quando ne parli con gli amici e ti chiedono di cosa parla tu sai che se dovessi iniziare a parlarne profusamente e vagamente nel dettaglio ne rovineresti la visione altrui, ma allo stesso tempo si potrebbe dire che è un film che cercando sull’enciclopedia il significato della parola “STACCE” ci si potrebbe benissimo trovare la locandina al posto del significato. Sì, penso che forse se dovessi raccontarlo a qualcuno userei questa non-spiegazione. Animali Notturni è un film brutale nel suo essere, ma profondamente onesto, è un film che obbliga lo spettatore a pensare e a porsi domande, è un film che fondamentalmente parla di rapporti umani, ma con una sua logica perché potrebbe trattarsi di chiunque in qualsiasi contesto e per l’appunto ho adorato quella specie di cinismo di cui è pervaso dall’inizio alla fine.

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La trama di fondo è semplice e lineare: Susan Morrow, una mercante d’arte di successo, un giorno riceve per posta un pacco inaspettato dal suo ex marito Edward che non vede da diversi anni. Il pacco consiste nella bozza di un manoscritto intitolato Animali Notturni con una speciale dedica per lei, in quanto era stata ribattezzata tale, molto tempo fa da sposati perché solita alle ore piccole. Lei inizia a leggere e viene pervasa da un senso di angoscia data la violenza che caratterizza la vicenda descritta e affascinata dal gesto dell’ex marito cerca di rimettersi in contatto con lui.
Col senno di poi “il male” vendicativo presente nella narrazione si può dire si manifesti fin da subito nel film, sul piano fisico sotto forma di un apparentemente semplice taglio su un dito provocato con la carta da pacchi, per poi sfociare in pura vendetta psicologica nei confronti del personaggio di Susan, obbligata a guardarsi dentro e a riflettere sulla propria vita.
Bisogna poi tenere in considerazione la capacità non banale del regista di far provare empatia allo spettatore davanti ai personaggi di Susan e Tony che a loro volta funzionavano uno come metafora vivente dell’altra, merito senza dubbio in primis di un solido lavoro di scrittura da parte di Tom Ford, che all’oscuro dalla verità dei fatti si potrebbe quasi pensare che faccia film a una vita invece che solo da pochi anni.

Da un punto di vista estetico, sono senza dubbio palesi le influenze del cinema di Kubrick e Lynch perché in alcune scene del film era impossibile non notare la simmetria così perfetta e disturbante, o per esempio le atmosfere notturne particolari che mi hanno riportato alla mente Mulholland Drive, senza poi contare una cura per i dettagli non banale, spazi con arredi minimal, i costumi di scena dal capo più ricercato allo sciatto ma con una propria identità, e una fotografia davvero impeccabile ad opera di Seamus McGarvey (The Avengers, Espiazione, Alta Fedeltà) soprattutto in tutte quelle riprese notturne mai troppo scure, con qualche piccolo artificio qua e là.

Il cast è un altro punto di forza di questo film perché formato da una squadra di pezzi da novanta che hanno ricevuto in questi giorni una (più o meno) giusta nomination ai golden globes e ad altre premiazioni, ma non a sufficienza. Amy Adams (Enchanted, American Hustle, Her) mi piace come attrice in generale, e qui ha offerto un’interpretazione molto buona, insieme a Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Enemy, Everest) hanno dato vita a delle interpretazioni praticamente complementari sia a livello di incastri facendo un semplice discorso di montaggio che per trasporto emotivo, nonostante viaggiassero per la maggior parte del film praticamente su due binari paralleli.

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Poi c’è Michael Shannon (Groundhog Day, Revolutionary Road, Elvis & Nixon), che io sinceramente avrei nominato ai golden globes per la sua parte nei panni dello sceriffo Bobby Andes perché è spettacolare dall’inizio alla fine, soprattutto vedendo il film in lingua originale, e lo segue a ruota, ma con la nomination ai golden globes Aaron Taylor-Johnson (Nowhere Boy, Anna Karenina, Avengers Age Of Ultron) che non è da meno, e non si risparmia certo in quanto a performance, tanto che l’avrei menato brutalmente dalla prima all’ultima inquadratura.

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Ci sono inoltre altre comparsate più o meno piccole, ma sempre di alto livello: troviamo Isla Fisher, Carl Glusman, Jena Malone, Alexandra Riseborough, Armie Hammer e Michael Sheen.

Animali Notturni vale davvero la pena di essere visto al cinema (anche se ora probabilmente l’avranno già tolto) perché oltre alla spettacolarità della messa in scena meriterebbe anche solo per la bellissima colonna sonora, drammatica e malinconica, di Abel Korzeniowski (Penny Dreadful, A Single Man, W.E. – Edward e Wallis) che in dolby surround fa la sua figura.

Film senza dubbio oggetto di discussione da parte di molte persone, ma ognuno ha i suoi gusti ed è questo il bello, che però ho trovato davvero ben riuscito e quindi da parte mia promosso a pieni voti e che spero davvero di rivedere presto.

The Neon Demon (Nicolas Winding Refn – 2016)

 

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Anche quest’anno il Festival di Cannes è andato con la stessa velocità con cui è venuto e fortunatamente questa volta mi ha riportato un nuovo lavoro di uno dei miei registi preferiti in concorso. Ok, è vero, non ha vinto niente, ma non importa, il vero divertimento ormai si può dire che sia diventato un altro, cioè seguire le reazioni del pubblico della Croisette e le domande degli addetti di settore alla conferenza stampa.
Così come era accaduto per il discusso Only God Forgives, anche The Neon Demon ha fatto il suo lavoro destando scalpore, facendo abbandonare la sala alla gente che urlava allo scandalo e facendo parlare di sé rendendo “the sex pistol of cinema” una persona realizzata (o almeno, mi piace pensarlo visto che continua a dirlo da anni).

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L’8 giugno è uscito ufficialmente anche nelle sale italiane The Neon Demon e sinceramente, ora che l’ho visto e so di cosa parla mi sento una fan appagata.
Quest’anno posso tranquillamente dire di aver vinto al jackpot perché grazie a una soffiata (di una cara ragazza che anche se vive dall’altra parte del mondo è più al corrente di me su cose che accadono a 35 chilometri da casa mia) sono riuscita a partecipare all’anteprima milanese del film con tanto di master class organizzata da sky cinema che ospitava Nicolas Winding Refn in persona per parlare un po’ della sua vita e dei suoi progetti. Mi sembra superfluo dire sia stata un’esperienza bellissima, ma lo farò comunque.

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è una foto di qualità infima, abbiate pazienza ero molto lontana.

Non so bene da dove partire per parlare di questo film perché, di base, ogni film di questo regista è una cosa a sé, e anche questo nonostante la trama alquanto semplice è talmente ricco di elementi da sembrare una scatola cinese, ma ci proverò lo stesso.
Partiamo innanzitutto col mettere in chiaro che ci troviamo davanti ad un lavoro diverso dal suo solito perché per la prima volta, in una filmografia composta da lavori con un cast quasi esclusivamente maschile (o per lo meno a prevalenza maschile), qui i giochi delle parti sono ribaltati perché abbiamo a che fare con un cast composto almeno per il 90% da attrici, ci sono personaggi maschili, ma fungono quasi da semplice cornice alla vicenda. Inoltre si tratta un horror che, come di consuetudine dato il modus operandi di Refn, è caratterizzato da elementi di enorme impatto visivo, che in questo caso in particolare, per alcune atmosfere riprodotte, rimanda vagamente a Suspiria di Dario Argento.
Nonostante questa volta i dialoghi siano in proporzione maggiore rispetto a quanto riscontrato nei suoi lavori più recenti, a sopperire al comunque sempre ristretto linguaggio verbale ci sono le immagini che, insieme alla musica elettronica ipnotica della colonna sonora anche questa volta composta dall’ormai “socio” Cliff Martinez (della serie squadra che vince, non si cambia), e le luci risultano sempre gli elementi chiave a farla da padrone e diventano i veri personaggi aggiunti nella narrazione.

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Per la questione che nulla è casuale la location a fare da sfondo alla vicenda l’ho trovata oltremodo interessante e, senza dubbio, non banale perché si sposa alla perfezione con le dinamiche della storia.
Dato che parliamo di un mondo farlocco e patinato per antonomasia, di conseguenza, quale luogo migliore di una città come Los Angeles per ambientare un horror al femminile dove tutto è statico, c’è sempre il sole e la cosa più importante è la bellezza ad ogni costo?. Ok a me è venuto in mente anche una sorta di deja vu con Maps To The Stars di David Cronenberg per certi versi, mentre guardavo The Neon Demon, ma qui la storia è diversa.
Lo spettatore si trova davanti un mondo a sé stante, quasi una sorta di mini universo parallelo fatto di glitter e chirurgia plastica.

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L’ossessione di poter fermare il tempo sul proprio corpo per assicurarsi un posto nel mondo patinato della moda e lavorare, anche se ormai a 21 anni si è già praticamente carne da macello, è alle stelle e la routine è destabilizzata dall’arrivo della sedicenne Jesse, interpretata dalla giovanissima (al momento delle riprese davvero sedicenne), ma già bravissima Elle Fanning (Maleficent, Trumbo, Babel) perfetta nel contesto in cui è inserita, con una recitazione sempre misurata al punto giusto. Data l’età e la sua bellezza naturale, il suo personaggio ruba la scena a modelle più navigate e con più esperienza diventando a sua volta sia oggetto di desiderio che motivo di invidia in egual misura.
Jesse si insinua dapprima ingenuamente in questa giungla di cemento senza scrupoli e pronta a divorare chiunque come una Cenerentola dei giorni nostri lasciando il segno in chi incontra, che non è sempre la personificazione del bene, facendo slalom per quanto possibile tra numerose insidie che lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.

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The Neon Demon è quello che chiameremmo una favola dark senza scrupoli confezionata con l’ausilio di una realtà intensificata dove, davvero, tutto è concesso, ma nulla di ciò che accade è fine a sé stesso. Si tratta di un film con un tema di fondo in grado di far emergere tutta la spietatezza umana rivelando una realtà inquietante anche se fondamentalmente romanzata. Nicolas Winding Refn rispetto al lavoro profondamente concettuale svolto per Only God Forgives questa volta lascia meno spazio ai manierismi, ma nonostante tutto mantiene certi artifici registici già visti nella sua produzione, in bilico tra scenari caleidoscopici, giochi di specchi e luci e forme geometriche che guidano le congetture dello spettatore anche verso potenziali interpretazioni esoteriche.

Quindi, per concludere, le aspettative alte e il fomento pre visione sono state totalmente ripagate in pieno e il film merita tantissimo, quindi se avete la fortuna di vivere in una zona con una sala che lo trasmette andate a vederlo.

Captain America: Civil War (Joe Russo, Anthony Russo – 2016)

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sappiate che se non avete ancora visto questo film vi sconsiglio di leggere perché io ci ho provato, ma parlare dei film della Marvel senza spoilerare almeno in minima parte è praticamente impossibile.

Non sono sparita, volevo darvi sta notizia.
Il fatto è che sono stata molto occupata tutto lo scorso mese e, nel frattempo, tra una cosa e l’altra sono anche andata al cinema, perché maggio era gia sulla carta un mese zeppo di uscite.

Il nocciolo della storia è che sono andata a vedere Captain America: Civil War e mi è piaciuto molto, ma non preoccupatevi qualcosa lo dico. Perdonate i tempi biblici.

Prima di tutto puntualizziamo che non sono mai stata una rompiscatole per quanto riguarda le differenze fra la trama dei fumetti e trama dei film e non ho certo intenzione di incominciare a farlo ora. Lo so che per tante ragioni è difficile trovare qualcuno che renda alla perfezione la storyline ecc, ma poi in ogni caso fumetti e cinema sono due canali diversi che richiedono un diverso approccio e la Marvel nonostante abbia intrapreso la via spesso insidiosa del fanservice, con i suoi alti e bassi, ha bene o male sempre cavato fuori cose buone. I fratelli Russo ho imparato ad amarli davvero con Captain America The Winter Soldier e sono stata felice di sapere, a suo tempo, che erano stati riconfermati per questo capitolo. E’ stata una delle poche volte in cui mi sono sentita di fidarmi a scatola chiusa, per fortuna ho avuto ragione.

Quindi dicevamo: Civil War non c’entra molto con i fumetti.
Questo è un limite? lo pensavo anch’io, ma i due registi sono riusciti a dare un senso a tutto quanto lo stesso tenendo in equilibrio tante cose diverse che in mano ad altri registi forse sarebbero state gestite in modo peggiore.
Civil War è migliore di The Winter Soldier? no, ma a mio parere si avvicina di molto all’egual bellezza. Ok, tutto sommato ha delle cose che mi hanno fatto storcere il naso, ma le accetto lo stesso perché cosa devi fare? e poi vabbè because $oldi, ma a questo punto direi che sappiamo tutti come funzionano i franchise (Bimboragno sto parlando con te) quindi penso sia inutile spenderci ulteriori parole a riguardo.

Nonostante la mole di campagne promozionali messe in atto per pubblicizzare questo film il succo è che si potevano risparmiare il disturbo, perché si va bene, l’hype l’avete creato, ma anche tante paranoie. A me piacciono gli Avengers perché ad ogni modo ognuno di loro ha le sue qualità e difetti che funzionano bene e il pensiero di vederli spaccati a lottare uno contro l’altro (oltretutto dopo aver saputo che era stata un’idea dall’alto perché era il trend dell’anno ero anche un po’ infastidita) mi si stringeva il cuore (perchè io non ho più un Avenger preferito, mi piacciono tutti) quindi figuriamoci vedere un film intero con questa prospettiva, ma è andata, perché sì, nonostante questo escamotage sia stato creato sulla falsariga di Batman vs Superman (che non ho visto) la storia ha funzionato egregiamente.

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Captain America: Civil War, cronologicamente parlando, è posizionato dopo i fatti di Age of Ultron e Ant-Man e si apre con uno scenario politico in cui gli Avengers, in seguito ad un’ennesima esplosione sfuggita al controllo e una serie di vittime e feriti accidentali nel corso di un’operazione, sono percepiti per la prima volta come un’entità pericolosa e da tenere sotto controllo, perché se è vero che hanno aiutato l’umanità di conseguenza a loro modo è anche vero che sono stati una minaccia in grado di portare devastazione e scompiglio. Questo ha indotto alla stipulazione degli Accordi di Sokovia per monitorare il raggio d’azione dei supereroi. Ovviamente non tutti sono propensi alla firma degli accordi e qui scatta il famoso schieramento tanto sbandierato in fase promozionale: praticamente se ti schieri con Stark stai agendo secondo la legge, se ti schieri con Rogers sei una persona che disobbedisce (ma quando mai).

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In più non dimentichiamoci che con Captain America The Winter Soldier abbiamo assistito alla comparsa sulle scene in modo ufficiale di Bucky Barnes post brainwash sovietico e relativo momento altamente angst di fallito riavvicinamento tra lui e Steve Rogers, cosa che invece viene portata a termine in Civil War con tutta una serie di complicazioni annesse. Ok, principalmente si potrebbe dire che tutta la trilogia di Captain America è l’equivalente di una trilogia collaterale incentrata su Bucky Barnes, ma sotto forma di fanfiction dei fumetti stessi che fa perno sull’amicizia dei due e che comunque non la rende meno bella. In tale proposito vorrei aprire una parentesi sulla bravura di Sebastian Stan (Captain America: The Winter Soldier, The Martian) che è uno di quegli attori che riesce a dire mille cose anche senza dire una parola, ma recitando con gli occhi. Qui secondo me subentra la bravura degli sceneggiatori perché, voglio dire, se tu sai che non dovresti odiare il soldato d’inverno in quanto vittima loro riportano in auge scenari tragici che ti faranno vivere male per tutta la durata della pellicola incastrando i vari pezzi del puzzle.

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Senza entrare nei dettagli, diciamo che arrivi alla conclusione inevitabile per cui in ogni caso non ha ragione nessuno e pensi anche che forse nemmeno tutti i torti li abbia il villan della pellicola, che scusate, ma contro ogni più oscura previsione dal mio punto di vista (e grazie al cielo anche secondo tante altre persone) è uno dei migliori visti finora. Helmut Zemo, qui interpretato da Daniel Brühl (Inglourious Basterds, Rush, Burnt), non c’entra niente con il Baron Zemo dei fumetti perché stravolto dagli sceneggiatori (e voi che urlavate all’oltraggio solo perché non aveva il volto coperto, carini. E’ vero, anche io avevo paura perché lo fa uno dei miei attori preferiti e mi preparavo impallidendo a non sapere come difenderlo, ma è andata bene), ma alla luce dei fatti anche così ha un suo senso. Soprattutto bisogna dargli atto che al contrario di altri occupati a tentare di assoggettare popoli o minacciare la distruzione del globo lui pensa a distruggere gli Avengers da dentro come un cavallo di troia spezzando legami e alleanze fino al rischio di incrinarle in modo serio.

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Che poi tanto s’è detto, ma a me alla fine piacciono i supereroi con le paturnie, quindi se ci mettete il drama così in questo modo, io vado a nozze anche se questi, poveretti, mi soffrono così. La cosa che mi sconcerta ancora oggi è come siano riusciti a farmi affezionare cosi tanto alla saga dell’MCU alla quale tenevo meno in assoluto. Chapeau.

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Steve Rogers, interpretato da Chris Evans (The Avengers, Snowpiercer, The Losers) è sempre fatto a modo suo ma va meglio rispetto a prima, nel frattempo ha legato con Sam Wilson, o meglio Falcon, interpretato da Anthony Mackie (Captain America: The Winter Soldier, Ant-Man, 8 Mile). Se nel capitolo precedente l’aveva ritrovata dopo settant’anni di congelamento ora deve dire addio a Peggy Carter, interpretata da Hayley Atwell (Agent Carter, Captain America, Cinderella) anche se si è consolato in fretta. Rogers cerca comunque in tutti i modi di mantenere l’ultimo legame che gli è rimasto con il passato tentando di recuperare il rapporto con Bucky Barnes e salvarlo.

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In questo nuovo capitolo, poi, incontriamo un altro membro dell’MCU, cioè Black Panther, interpretato da Chadwick Boseman (Gods of Egypt, Get On Up) che prima tenderesti a odiare, ma ha i suoi motivi e alla fine lo capisci e ti ricredi anche su di lui. Che poi, tra l’altro ha anche un costume fighissimo. Parliamone.

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In un clima generale di incomprensioni e liti interne un punto di forza di questo film è senz’altro l’equilibrio tra momenti drammatici, azione e ironia che danno sempre un certo ritmo alla narrazione e lo rendono godibilissimo dall’inizio alla fine senza problemi. Ho letto diversi pareri contrastanti in queste ultime settimane riguardo il film e sono dell’opinione che nel complesso con il lavoro che è stato fatto con i film precedenti questo non abbia niente di particolare da rimproverarsi. Contrariamente a quanto si possa pensare non sono una persona che cerca di farsi piacere per forza le cose anzi, so essere molto pignola e fastidiosa se mi ci metto, però cerco di essere obiettiva e tendo ad analizzare le cose come mi vengono presentate.
Il punto è che visto l’andazzo sono dell’opinione che, per come vanno le cose nell’universo espanso cinematografico, Captain America: Civil War sia un buonissimo lavoro di scrittura e a tutti gli effetti uno dei migliori prodotti dalla Marvel anche se con qualche piccolo neo (poi siete liberissimi di pensarla diversamente).

Ora farò un piccolo elenco dei “nei”:

  • Steve, hai appena seppellito Peggy Carter e ti metti a provarci con la nipote?
  • Se proprio vogliamo ragionare a fazioni allora Black Widow dalla parte di Stark così a priori non l’ho digerita tanto. Nat il tuo passato nel KGB con Bucky lo lasciamo nella cella frigorifera? però mi si è intenerito il cuore di fangirl con quello straccio di “almeno potresti ricordarti di me” mentre si menavano (no scherzavo, I WANT MORE. Fatelo lo spin off sul soldato d’inverno e la vedova nera, vi prego.. netflix mi senti???).
  • Mi mettete nel cast Martin Freeman e lo usate 5 minuti?
  • L’ho gia detto prima, ma mi ripeto volentieri, vivevamo bene lo stesso anche senza Spider Man.
  • Black Panther pensavo avesse un ruolo più …grande. No, non è il termine adatto. Si capisce?
  • Mi avete perso per strada il “Posso andare avanti tutto il giorno” (“I could do this all day”) di Steve per rimpiazzarmelo con un banalissimo “Io non sono stanco” (DAVERO???) mentre lottava contro Stark. Son, just don’t.

a parte questo, direi tutto bene.

No, aspettate! Poi in realtà c’è stato anche un bel momento vintage e anche un po’ strizzata d’occhio alla mia infanzia che ho adorato particolarmente e, paradossalmente, riguarda proprio la scena di Spider Man. Se siete nati/e negli anni 80 e siete cresciuti/e con le romantic comedies dell’epoca non potete non aver fatto caso alla reunion almeno a livello di casting tra Robert Downey Jr. e Marisa Tomei (“la zia gnocca”).

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Se in Captain America: The Winter Soldier stavo urlando internamente perché sulla lapide di Nick Fury c’erano riportati i versi di Ezekiele di Pulp Fiction qui allora figuriamoci per il riferimento a Only You di Norman Jewison (che tra l’altro adesso arriva l’estate e sicuramente rimanderanno in tv di sabato mattina come d’abitudine)

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Prometto che ho finito.

A Royal Night Out (Julian Jarrold – 2016)

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I reali inglesi, dai film ad ispirazione shakespeariana fino ad oggi, sono stati i protagonisti di svariati sceneggiati nel corso degli anni, ma più nello specifico, negli ultimi anni l’obiettivo si è spostato su un periodo storico preciso, un momento particolare per la monarchia: Re Giorgio VI e tutto ciò che gli ruota intorno.
Nel corso degli ultimi anni, ben tre film si sono occupati di questa porzione di novecento e parlo rispettivamente del bellissimo Il Discorso del Re, vincitore di svariati premi oscar all’edizione 2010, con Tom Hooper alla regia. Film che si è focalizzato sulla balbuzie del monarca, portata in scena egregiamente da Colin Firth.
Successivamente, un paio di anni dopo, miss Veronica Ciccone ci ha messo del suo fresca di divorzio da Guy Ritchie, dirigendo il suo secondo film puntando la telecamera sull’altra porzione della famiglia reale più strettamente imparentata con Re Giorgio VI, ovvero il fratello Edoardo VIII. Edoardo VIII è colui che è stato Re per neanche un anno abdicando per amore di Wallis Simpson ed il risultato è quell’operazione, a mio parere poco riuscita (quasi un guilty pleasure in realtà perché ha un gran cast, la fotografia di una campagna pubblicitaria di Chanel, manierismi registici di troppo, troppa carne al fuoco mal sviluppata) che il pubblico conosce come W.\E. o Edward e Wallis, film presentato a suo tempo al festival di Venezia.

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A Royal Night Out di Julian Jarrold invece, diversamente dalle operazioni precedenti, si concentra sulle figlie di Re Giorgio VI: Elisabetta II e Margareth da giovani.
La vicenda si svolge nientemeno che la notte dell’8 maggio 1945, il cosiddetto V-E Day (o Victory in Europe Day), il giorno della resa delle forze armate naziste in Europa che poneva fine al secondo conflitto mondiale.
La storia è semplice, ispirata a fatti realmente accaduti sebbene romanzata, affronta il tutto con l’utilizzo dello stratagemma narrativo della favola perché abbiamo a che fare in un certo senso con la vicenda di Cenerentola, ma al contrario nonostante sia comunque piena di imprevisti.
Se la prima, proveniente dalla bassa società, aspirava ad andare al ballo qui troviamo membri della famiglia reale che desiderano “vedere il mondo” mischiandosi tra la gente comune in una circostanza particolare dove non c’è differenza di ceto sociale, in seguito a tanti anni di reclusione a palazzo per una questione di etichetta.

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Il tutto si condensa in un giro rocambolesco lungo palazzi e vie del centro di una Londra sovraffollata e caotica, in festa, a tratti labirintica tra bassifondi e quartieri benestanti ed è anche un po’ questo il bello di questo film.
A Royal Night Out è film gradevole che non offre mai particolari guizzi che facciano urlare al miracolo, ma anzi svolge un’opera di distruzione dei canoni per cui i componenti della famiglia reale vengono spogliati della propria aura e rappresentati come persone comuni di una famiglia qualunque con preoccupazioni e pensieri della banale vita di tutti i giorni. Viene quindi portata alla ribalta un’immagine semplice, priva di cerimoniali. Il film per tutta la sua durata rimane tutto sommato sempre piuttosto stabile nei toni generali rischiando addirittura a tratti di essere un po’ prevedibile, ma la sua porzione di intrattenimento non si fa mancare.
Il cast è composto da attori che apprezzo da tempo e sono sempre una certezza (anche se in questa pellicola si sono visti poco), sto parlando di Emily Watson (War Horse, Everest, Red Dragon) e Rupert Everett (Il Matrimonio del mio Migliore Amico, L’Importanza di Chiamarsi Ernest, Hysteria), ma ci sono anche la bravissima Sarah Gadon (Enemy, Maps To The Stars) nei panni di Elisabetta, misurata e prudente e la giovane Bel Powley (Diario di una Teenager) nel ruolo di Margareth, sopra le righe e spericolata.

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Il motivo per cui ho deciso fosse una buona idea vederlo è legato, per certi versi, al solito collegamento banale che mi frega sempre, cioè: commedia inglese + Rupert Everett + Emily Watson + bella fotografia vintage = bel film, ma la realtà lo rispecchia solo per un settanta percento. Cioè per essere chiara, è tutt’altro che una ciofeca per come ne parlo. Il punto è che essendo stata influenzata molto dal trailer pensavo o meglio speravo di divertirmi di più, ma come ho detto, non è un limite. Ciò non toglie che A Royal Night Out sia un ottimo rimedio alla noia pomeridiana domenicale, in grado di farvi passare in modo piacevole due orette.

Prima di lasciarci devo esternare due cose:

  1. Perché anche questo film l’avete venduto al pubblico usando la formula di UNA NOTTE DA LEONI (che adoro, sia chiaro) usando lo stesso font nella locandina oltre al titolo? Il titolo italiano è UNA NOTTE CON LA REGINA. Per carità è oggettivamente vero, quella è la “futura” regina, niente da dire, ma… insomma… dovete per forza venderlo al pubblico come qualcosa che faccia ridere come nelle commedie americane? Smettetela vi prego.
  2. Cos’è successo a Rupert Everett? mi viene da piangere. Posso capire l’invecchiamento, posso capire tutto, ma quanto è gonfio in faccia? qualche anno fa non era così! Vi prego venite in mio soccorso nei commenti e ditemi che è solo ed esclusivamente tutta colpa del trucco perché mi piange il cuore.

Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti – 2016)

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Ne approfitto ora che ho almeno una percentuale accettabile di ossigeno che arriva al mio cervello per scrivere perché altrimenti finisce che non lo faccio più (grazie influenza). Sono andata a vedere Lo Chiamavano Jeeg Robot un paio di settimane fa e sono uscita dalla sala esaltata in modo assurdo come (trattandosi di un film sui supereroi faccio un paragone sui generis) solo dopo essere uscita dalla proiezione di Captain America: The Winter Soldier e chi mi conosce sa che dicendo una cosa del genere sto facendo un complimento al film di Mainetti grosso come una casa. Volevo riordinare le idee, poi tra una cosa e l’altra e in ultimo l’influenza ho dovuto cedere ed aspettare tempi migliori.

Tecnicamente sarei in ritardassimo sulla tabella di marcia, ma invece NO! Alla fine sono sul pezzo lo stesso perché ieri hanno annunciato le nominations ai David di Donatello 2016 il film è in corsa per ben 16 premi e sono meritatissimi.

Gabriele Mainetti, il regista, l’ho conosciuto per caso alcuni anni fa, quando c’era ancora coming soon television. Nonostante in quel periodo ci fosse già la tristezza infinita del ciclo perpetuo di trailer, qualche volta sui pasti mi capitava di beccare uno spazio dedicato ai cortometraggi. Un giorno mi sono ritrovata a vedere il corto di Tiger Boy diretto da lui, e il fatto è che me lo ricordo ancora benissimo perché vuoi la particolarità del personaggio, vuoi la crudezza del soggetto mi era piaciuto molto il lavoro fatto.
Quando ho sentito parlare di Lo Chiamavano Jeeg Robot per la prima volta parliamo di un anno fa, al Lucca Comics prima e poi al Festival del Cinema di Roma, non avevo idea ci fosse lui alla regia, o meglio ci ho messo un secolo a capire che stavamo parlando della stessa persona alla regia. Quindi se prima a vederlo ci sarei andata un po’ per il cast (vi piacciano o no gli attori italiani non mi interessa) perché Santamaria e Marinelli sono oggettivamente bravi, poi perché ormai ero curiosa e un po’ per avere argomenti da sfoderare davanti al solito branco di leoni da tastiera che invadono i commenti delle pagine di cinema (vi giuro che la mia vita non è cosi triste, ma ogni tanto l’occhio ti cade e ti sale il genocidio), una volta collegate le cose la voglia di vedere il film mi è aumentata ancora di più.

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C’è che vi dovete arrendere all’evidenza che anche in Italia si riescono a fare cose originali e con un certo appeal sul pubblico, perché che vi piacciano le produzioni italiane o no questo film è davvero fatto bene oltre che essere autoironico e innovativo soprattutto per il nostro paese, nel senso che nonostante magari l’idea di un supereroe coatto, a naso, vi possa sembrare quanto di più assurdo mai proposto, la realtà dei fatti è molto diversa.

Vedendo Lo chiamavano Jeeg Robot, prima di tutto, mi sono esaltata tantissimo perché non ci sono mezze misure per il politically incorrect. Ci ho trovato cose che di solito capita di vedere più che altro nei fumetti (cioè intesi come carta stampata) e quindi ci allontaniamo anche da quel mondo patinato dei cinecomics americani di più recente produzione, ad eccezione di Watchmen di Snyder perché forse quello per violenza ci si avvicina un pochino.

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Come per le storie classiche di supereroi c’è la genesi ed il setting losco di turno e il film di Mainetti non si fa mancare nulla scavando anche nella malavita romana, con spaccio di droga e la camorra. Lo chiamavano Jeeg Robot è un film dai toni molto cupi, i temi sono tanto attuali quanto crudi e gli scenari non lasciano spazio all’interpretazione, ma si prestano alla perfezione per lo sviluppo della trama con una scrittura brillante in grado comunque di strappare una risata allo spettatore, poi c’è l’immaginario nipponico dell’omonimo cartone animato che tutti abbiamo visto anche solo di sfuggita a fare da collante ed espediente nella narrazione.

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Parlando, in senso stretto, di personaggi ho trovato fantastico il modo in cui sono stati dipinti, ovvero degli insospettabili signori qualunque che travolti dagli eventi si trovano ad avere tra le mani le sorti di tante persone nel bene e nel male. Ed è per questo, ad esempio, che un personaggio come Enzo Ceccotti risulta credibile, grazie anche alla performance di Claudio Santamaria (Romanzo Criminale, Almost Blue, Torneranno i Prati) che come al solito si cimenta con personaggi cupi e in questa circostanza in particolare è bravissimo a svelare a poco a poco la vera personalità del suo personaggio fino a renderlo gradevole agli occhi dello spettatore. La vera rivelazione del film è un’attrice, Ilenia Pastorelli, che non conoscevo per niente, ma ho trovato perfetta nel ruolo di Alessia. E’ stata bravissima nel dare vita ad un personaggio tanto fragile, problematico e complesso ed allo stesso tempo forte e fondamentale nello lo svolgersi degli eventi.

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E poi c’è quello che si è rivelato il mattatore del film, un po’ perché i villain occupano sempre un posto privilegiato in termini di gradimento, ma sono convinta che non sarebbero riusciti a trovare di meglio sulla piazza nemmeno impegnandosi. Luca Marinelli (La Solitudine dei Numeri Primi, La Grande Bellezza, Tutti i Santi Giorni) è meravigliosamente sopra le righe nei panni dello Zingaro. Abbiamo a che fare con quel tipo di villain quasi caricaturale con manie di grandezza (e anche terribilmente attuale con delle critiche alla sovraesposizione mediatica), fisime (ormai rido quando vedo un barattolo di amuchina), gusto nel vestire piuttosto trash con una fissa per Anna Oxa e la Berte che one loves to hate e non può farne a meno.

Riassumendo, il film consiste in due ore di intrattenimento che consiglio a chiunque, soprattutto mi hanno fatto un sacco ridere quei disfattisti che prima ancora che iniziasse la promozione erano già pronti a parlarne male a scatola chiusa e invece ora urlano “CULT ASSOLUTO”. Siete bellissimi.

Concludo con due perle musicali strettamente legate al film, perché abbiamo anche attori che cantano e ci piace sbandierarlo.