T2: Trainspotting (Danny Boyle – 2017)

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Ok, allora, non ce la facevo più, avevo bisogno di andare al cinema a vedere questo film per diversi motivi che i frequentatori assidui di questo blog ormai credo sappiano già anche senza elencarli. Aspettavo la data d’uscita italiana come si aspetta Babbo Natale a 7 anni e alla fine ho tratto la conclusione che è stato come ricevere l’equivalente di un giocattolo bello, ma che non ti convince in pieno e che magari apprezzerai meglio col tempo.

Quello che ho capito fin da subito è che a prescindere dal gradimento per me sarebbe stato davvero difficilissimo riuscire a parlare in modo totalmente lucido e razionale di questo film, anche perché se si tratta di qualcosa a cui tengo particolarmente tendo a diventare iper critica e selettiva. Ho fatto passare più di 24 ore dalla visione per cercare di schiarirmi le idee e ancora non sono convintissima al cento per cento di quello che penso, ma ho il timore che se lasciassi passare altro tempo rischierei di dimenticare anche i pochi pensieri ordinati che ho in testa quindi tanto vale provarci.

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Tutto era cominciato con una corsa per le strade di Edimburgo e anche questa volta da una corsa si comincia, ma solitaria, su un tapis roulant in una palestra di Amsterdam con un Mark Renton capellone ossessionato dal fitness e a un certo punto, la svolta che non ti aspetti e con tanto di flashback.

Il terrore del sequel, dal momento in cui è stata ufficializzata la notizia, è stato collegato come al solito al mio pensiero di veder snaturati film e personaggi, nonostante il regista sia lo stesso del precedente anche perché questo film è solo ispirato al romanzo “Porno” di Irvine Welsh (quindi non fatevi infinocchiare dalla copertina del romanzo che si trova attualmente in libreria vittima del marketing), ma come capita in queste circostanze è anche bene basarsi sul classico ragionamento del “finché ha senso ce lo dovremo fare andar bene”.
Ora che l’ho visto posso dire che non avendo letto il libro, ma sapendo a grandi linee le dinamiche della vicenda vera e propria, sì, questo film è un patchwork, oltre ad essere un bel po’ diverso da Porno, a parte cose qua e là l’unico problema davvero impossibile da ignorare è esclusivamente riconducibile al tono che gli si è voluto dare.
T2: Trainspotting, volendo citare una battuta di un personaggio del film, è una pellicola che vive nel passato inevitabilmente corredato da flashbacks e il “face your past” come tag line è applicabile in tutti i sensi. Ci sono numerosissimi rimandi sia visivi che musicali (perché in Trainspotting anche la musica ha il suo peso) al primo film quasi a voler giustificare tutta una serie di scelte e azioni, vent’anni dopo i fattacci successi. E’ modo per scoprire con i propri occhi la risposta a diversi “chissà cos’è successo a, o se…”. Allo stesso tempo, però, T2: Trainspotting si rivela un film terribilmente ancorato al nostro presente con problemi sociali attuali, che sfrutta i suoi personaggi solo come espediente per raccontare un’altra storia e questa concatenazione inevitabile di cose è, in un certo senso, proprio l’elemento che permette alla pellicola di funzionare tutto sommato.

Mark Renton in prima persona, fa quasi da guida allo spettatore mentre a sua volta rimette il naso in un ambiente conosciuto, ma con il peso dell’età sulle spalle, con l’improvviso bisogno di guardare in faccia i fantasmi del passato e una vita che non gli appartiene più, ma che non riesce a scrollarsi di dosso anche grazie ad una buona percentuale di coda di paglia e faccia tosta che lo contraddistingue.
Quel senso di viaggio di ritorno verso casa che riecheggia per tutta la pellicola vuole essere a sua volta una specie di regalo per i fans, una sorta di revival, di tributo vero e proprio al primo film più che un nuovo tassello nella narrazione in senso stretto, un tributo alla gang che un tempo fu e che forse potrebbe essere ancora, ma non sembra nessuno sicurissimo fino in fondo di ciò.

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Se il primo film trasudava nichilismo, bisogno disperato di evasione, di ricerca di identità e individualismo questa pellicola sembra ormai in parte disillusa, racconta una specie di ritorno “nel vecchio quartiere” che è inevitabilmente cambiato nel tempo, ma dove in realtà non è cambiato niente, tutto e tutti più che altro si sono adattati alle circostanze reinventandosi, chi più chi meno.
Ci sono sempre gli errori del passato che si ripercuotono sul presente e l’inadeguatezza costante, c’è chi è stato fregato e medita vendetta e c’è invece chi vorrebbe solo farla finita.
Alla base di tutto c’è sempre una storia d’amicizia fuori dal comune, forse troppo, ma la disperazione è ancora il collante generale delegato a muovere gli ingranaggi di quella famiglia disfunzionale allargata, quel bisogno di aggrapparsi a qualcosa per svoltare, con la differenza che non si tratta più di dipendenza dall’eroina ma di qualcosa di diverso.

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Ci sono dei momenti davvero bellissimi tra Mark Renton e Sick Boy, per lo più sempre ai ferri corti, ma allo stesso tempo terribilmente dipendenti l’uno dall’altro.

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C’è uno Spud ancora più adorabile di prima, ma che secondo me non è stato sfruttato nel modo che meritava passando in secondo piano e un Francis Begbie più matto di prima, per lo più vittima di sé stesso che fatica ancora a gestirsi, ma anche lui, a grandi linee  un po’ sacrificato.

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Nonostante il tutto sia orchestrato in modo sommariamente accettabile e si regga sulle proprie gambe regalando due ore di intrattenimento condito da una buona dose di malinconia, T2: Trainspotting pecca di una messa in scena un po’ traballante e sgangherata, ma soprattutto di una grave mancanza che, a mio parere, l’avrebbe potuto rendere sicuramente un film migliore: sto parlando di quella sottile cattiveria che pervade tutta la pellicola originale e che ritengo fondamentale per un film con un antenato del genere.
A conti fatti posso dire che T2: Trainspotting, alla fine, è un film divertente (ci sono delle scene davvero esilaranti che mi hanno fatta davvero morire) e politically incorrect, mi è piaciuto abbastanza, ma non a sufficienza da farmi lasciare la sala totalmente soddisfatta, anche se devo fare un applauso ai geni di Jonny Lee Miller perché quell’uomo invecchia egregiamente e Danny Boyle è una brutta persona (non è vero, grazie mille) che ogni tanto ci infilava certi primi piani di Sick Boy da morirci un po’.

Sicuramente me lo rivedrò perché alla fine è un buon film e anche se faccio tante menate alla fine mi ha fatto piacere ritrovare tutti quei disagiati sul grande schermo (anche perché all’epoca ero troppo giovane e il primo film l’ho consumato in dvd) perché ormai mi sono affezionata dopo tutti questi anni, però lo ritengo un prodotto abbastanza lontano dal precedente, o forse devo solo metabolizzarlo a dovere.
L’unica cosa che so con certezza è che avrei dato un arto per essere su quel set un’ora della mia vita.

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Animali Notturni (Tom Ford -2016)

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Sono davvero in ritardissimo e non so come io mi ci sia ridotta, ma meglio tardi che mai. Circa una quindicina di giorni fa (ma forse anche venti) sono andata a vedere Animali Notturni e sono sollevata per un semplice motivo: al Festival di Venezia quest’anno hanno presentato il nuovo film di Tom Ford che è tornato sotto i riflettori dopo quel gioiellino di “opera prima” chiamato A Single Man e la cosa era già bella così, ma una volta lanciato nell’etere, il trailer di Animali Notturni si è dimostrato “tanta roba” già alla prima visione. Il film ora l’ho visto e posso allegramente dimenticarmi di tutte le paranoie sulle presunte aspettative troppo grandi legate alla teoria de “il secondo disco è sempre il più difficile” perché sarà anche vero in parte, ma direi che la prova è stata superata perché se sai bene cosa vuoi sei già a buon punto.

Tratto dal libro di Austin Wright intitolato “Tony e Susan”, Animali Notturni è un “thriller nel thriller”, un film di quelli che se al primo giro è piaciuto sono sicura che con una seconda visione matematicamente migliorerà perché ricco di piccoli indizi disseminati da tutte le parti che ti fanno lasciare la sala soddisfatta, ma allo stesso tempo pervasa da mille pensieri. Una volta fuori dalla sala ti ritrovi occupata a ricomporre i pezzi di ciò che hai visto e a chiederti quanto in fretta sia volato il tempo e qui vorrei davvero fare un applauso sentitissimo lungo almeno una decina di minuti a Tom Ford perché ormai questo mi succede davvero di rado: vorrei prenderlo in parte e ringraziarlo per le due ore di svago ben riuscito.

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Animali Notturni è uno di quei film che quando ne parli con gli amici e ti chiedono di cosa parla tu sai che se dovessi iniziare a parlarne profusamente e vagamente nel dettaglio ne rovineresti la visione altrui, ma allo stesso tempo si potrebbe dire che è un film che cercando sull’enciclopedia il significato della parola “STACCE” ci si potrebbe benissimo trovare la locandina al posto del significato. Sì, penso che forse se dovessi raccontarlo a qualcuno userei questa non-spiegazione. Animali Notturni è un film brutale nel suo essere, ma profondamente onesto, è un film che obbliga lo spettatore a pensare e a porsi domande, è un film che fondamentalmente parla di rapporti umani, ma con una sua logica perché potrebbe trattarsi di chiunque in qualsiasi contesto e per l’appunto ho adorato quella specie di cinismo di cui è pervaso dall’inizio alla fine.

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La trama di fondo è semplice e lineare: Susan Morrow, una mercante d’arte di successo, un giorno riceve per posta un pacco inaspettato dal suo ex marito Edward che non vede da diversi anni. Il pacco consiste nella bozza di un manoscritto intitolato Animali Notturni con una speciale dedica per lei, in quanto era stata ribattezzata tale, molto tempo fa da sposati perché solita alle ore piccole. Lei inizia a leggere e viene pervasa da un senso di angoscia data la violenza che caratterizza la vicenda descritta e affascinata dal gesto dell’ex marito cerca di rimettersi in contatto con lui.
Col senno di poi “il male” vendicativo presente nella narrazione si può dire si manifesti fin da subito nel film, sul piano fisico sotto forma di un apparentemente semplice taglio su un dito provocato con la carta da pacchi, per poi sfociare in pura vendetta psicologica nei confronti del personaggio di Susan, obbligata a guardarsi dentro e a riflettere sulla propria vita.
Bisogna poi tenere in considerazione la capacità non banale del regista di far provare empatia allo spettatore davanti ai personaggi di Susan e Tony che a loro volta funzionavano uno come metafora vivente dell’altra, merito senza dubbio in primis di un solido lavoro di scrittura da parte di Tom Ford, che all’oscuro dalla verità dei fatti si potrebbe quasi pensare che faccia film a una vita invece che solo da pochi anni.

Da un punto di vista estetico, sono senza dubbio palesi le influenze del cinema di Kubrick e Lynch perché in alcune scene del film era impossibile non notare la simmetria così perfetta e disturbante, o per esempio le atmosfere notturne particolari che mi hanno riportato alla mente Mulholland Drive, senza poi contare una cura per i dettagli non banale, spazi con arredi minimal, i costumi di scena dal capo più ricercato allo sciatto ma con una propria identità, e una fotografia davvero impeccabile ad opera di Seamus McGarvey (The Avengers, Espiazione, Alta Fedeltà) soprattutto in tutte quelle riprese notturne mai troppo scure, con qualche piccolo artificio qua e là.

Il cast è un altro punto di forza di questo film perché formato da una squadra di pezzi da novanta che hanno ricevuto in questi giorni una (più o meno) giusta nomination ai golden globes e ad altre premiazioni, ma non a sufficienza. Amy Adams (Enchanted, American Hustle, Her) mi piace come attrice in generale, e qui ha offerto un’interpretazione molto buona, insieme a Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Enemy, Everest) hanno dato vita a delle interpretazioni praticamente complementari sia a livello di incastri facendo un semplice discorso di montaggio che per trasporto emotivo, nonostante viaggiassero per la maggior parte del film praticamente su due binari paralleli.

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Poi c’è Michael Shannon (Groundhog Day, Revolutionary Road, Elvis & Nixon), che io sinceramente avrei nominato ai golden globes per la sua parte nei panni dello sceriffo Bobby Andes perché è spettacolare dall’inizio alla fine, soprattutto vedendo il film in lingua originale, e lo segue a ruota, ma con la nomination ai golden globes Aaron Taylor-Johnson (Nowhere Boy, Anna Karenina, Avengers Age Of Ultron) che non è da meno, e non si risparmia certo in quanto a performance, tanto che l’avrei menato brutalmente dalla prima all’ultima inquadratura.

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Ci sono inoltre altre comparsate più o meno piccole, ma sempre di alto livello: troviamo Isla Fisher, Carl Glusman, Jena Malone, Alexandra Riseborough, Armie Hammer e Michael Sheen.

Animali Notturni vale davvero la pena di essere visto al cinema (anche se ora probabilmente l’avranno già tolto) perché oltre alla spettacolarità della messa in scena meriterebbe anche solo per la bellissima colonna sonora, drammatica e malinconica, di Abel Korzeniowski (Penny Dreadful, A Single Man, W.E. – Edward e Wallis) che in dolby surround fa la sua figura.

Film senza dubbio oggetto di discussione da parte di molte persone, ma ognuno ha i suoi gusti ed è questo il bello, che però ho trovato davvero ben riuscito e quindi da parte mia promosso a pieni voti e che spero davvero di rivedere presto.

The Neon Demon (Nicolas Winding Refn – 2016)

 

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Anche quest’anno il Festival di Cannes è andato con la stessa velocità con cui è venuto e fortunatamente questa volta mi ha riportato un nuovo lavoro di uno dei miei registi preferiti in concorso. Ok, è vero, non ha vinto niente, ma non importa, il vero divertimento ormai si può dire che sia diventato un altro, cioè seguire le reazioni del pubblico della Croisette e le domande degli addetti di settore alla conferenza stampa.
Così come era accaduto per il discusso Only God Forgives, anche The Neon Demon ha fatto il suo lavoro destando scalpore, facendo abbandonare la sala alla gente che urlava allo scandalo e facendo parlare di sé rendendo “the sex pistol of cinema” una persona realizzata (o almeno, mi piace pensarlo visto che continua a dirlo da anni).

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L’8 giugno è uscito ufficialmente anche nelle sale italiane The Neon Demon e sinceramente, ora che l’ho visto e so di cosa parla mi sento una fan appagata.
Quest’anno posso tranquillamente dire di aver vinto al jackpot perché grazie a una soffiata (di una cara ragazza che anche se vive dall’altra parte del mondo è più al corrente di me su cose che accadono a 35 chilometri da casa mia) sono riuscita a partecipare all’anteprima milanese del film con tanto di master class organizzata da sky cinema che ospitava Nicolas Winding Refn in persona per parlare un po’ della sua vita e dei suoi progetti. Mi sembra superfluo dire sia stata un’esperienza bellissima, ma lo farò comunque.

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è una foto di qualità infima, abbiate pazienza ero molto lontana.

Non so bene da dove partire per parlare di questo film perché, di base, ogni film di questo regista è una cosa a sé, e anche questo nonostante la trama alquanto semplice è talmente ricco di elementi da sembrare una scatola cinese, ma ci proverò lo stesso.
Partiamo innanzitutto col mettere in chiaro che ci troviamo davanti ad un lavoro diverso dal suo solito perché per la prima volta, in una filmografia composta da lavori con un cast quasi esclusivamente maschile (o per lo meno a prevalenza maschile), qui i giochi delle parti sono ribaltati perché abbiamo a che fare con un cast composto almeno per il 90% da attrici, ci sono personaggi maschili, ma fungono quasi da semplice cornice alla vicenda. Inoltre si tratta un horror che, come di consuetudine dato il modus operandi di Refn, è caratterizzato da elementi di enorme impatto visivo, che in questo caso in particolare, per alcune atmosfere riprodotte, rimanda vagamente a Suspiria di Dario Argento.
Nonostante questa volta i dialoghi siano in proporzione maggiore rispetto a quanto riscontrato nei suoi lavori più recenti, a sopperire al comunque sempre ristretto linguaggio verbale ci sono le immagini che, insieme alla musica elettronica ipnotica della colonna sonora anche questa volta composta dall’ormai “socio” Cliff Martinez (della serie squadra che vince, non si cambia), e le luci risultano sempre gli elementi chiave a farla da padrone e diventano i veri personaggi aggiunti nella narrazione.

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Per la questione che nulla è casuale la location a fare da sfondo alla vicenda l’ho trovata oltremodo interessante e, senza dubbio, non banale perché si sposa alla perfezione con le dinamiche della storia.
Dato che parliamo di un mondo farlocco e patinato per antonomasia, di conseguenza, quale luogo migliore di una città come Los Angeles per ambientare un horror al femminile dove tutto è statico, c’è sempre il sole e la cosa più importante è la bellezza ad ogni costo?. Ok a me è venuto in mente anche una sorta di deja vu con Maps To The Stars di David Cronenberg per certi versi, mentre guardavo The Neon Demon, ma qui la storia è diversa.
Lo spettatore si trova davanti un mondo a sé stante, quasi una sorta di mini universo parallelo fatto di glitter e chirurgia plastica.

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L’ossessione di poter fermare il tempo sul proprio corpo per assicurarsi un posto nel mondo patinato della moda e lavorare, anche se ormai a 21 anni si è già praticamente carne da macello, è alle stelle e la routine è destabilizzata dall’arrivo della sedicenne Jesse, interpretata dalla giovanissima (al momento delle riprese davvero sedicenne), ma già bravissima Elle Fanning (Maleficent, Trumbo, Babel) perfetta nel contesto in cui è inserita, con una recitazione sempre misurata al punto giusto. Data l’età e la sua bellezza naturale, il suo personaggio ruba la scena a modelle più navigate e con più esperienza diventando a sua volta sia oggetto di desiderio che motivo di invidia in egual misura.
Jesse si insinua dapprima ingenuamente in questa giungla di cemento senza scrupoli e pronta a divorare chiunque come una Cenerentola dei giorni nostri lasciando il segno in chi incontra, che non è sempre la personificazione del bene, facendo slalom per quanto possibile tra numerose insidie che lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.

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The Neon Demon è quello che chiameremmo una favola dark senza scrupoli confezionata con l’ausilio di una realtà intensificata dove, davvero, tutto è concesso, ma nulla di ciò che accade è fine a sé stesso. Si tratta di un film con un tema di fondo in grado di far emergere tutta la spietatezza umana rivelando una realtà inquietante anche se fondamentalmente romanzata. Nicolas Winding Refn rispetto al lavoro profondamente concettuale svolto per Only God Forgives questa volta lascia meno spazio ai manierismi, ma nonostante tutto mantiene certi artifici registici già visti nella sua produzione, in bilico tra scenari caleidoscopici, giochi di specchi e luci e forme geometriche che guidano le congetture dello spettatore anche verso potenziali interpretazioni esoteriche.

Quindi, per concludere, le aspettative alte e il fomento pre visione sono state totalmente ripagate in pieno e il film merita tantissimo, quindi se avete la fortuna di vivere in una zona con una sala che lo trasmette andate a vederlo.

Hype pre-Croisette 2016

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Questa mattina è stata annunciata la lista dei film in concorso al prossimo Festival di Cannes e anche se ormai era praticamente ufficiale me ne sono stata buona buona e ho aspettato la conferma. Quest’anno torna in gara Nicolas Winding Refn con il suo horror in gonnella tanto sbandierato da un paio d’anni a questa parte.
Refn è uno che “se lo frequenti” non ti aspetti più niente, nel senso che dice tutto e il contrario di tutto e va bene così.
Mi piace farmi stupire al cinema e finora lui ci ha preso, quindi  più che altro, devo prepararmi psicologicamente all’idea che finalmente sta per uscire The Neon Demon (cioè la data italiana non esiste ancora), film che sigilla ulteriormente quello che ormai sembra sempre più un sodalizio artistico tra Refn e il compositore Cliff Martinez, e abbiamo anche un trailer (finalmente).
Elle Fanning è un’attrice che più passa il tempo e più apprezzo, nonostante la giovanissima età, ed oltretutto fa scelte interessanti, qui è in compagnia di Jena Malone, Christina Hendricks e Keanu Reeves.

Aspettiamo..