A Most Violent Year (J.C. Chandor – 2014)

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L’Italia è un paese affascinante per tanti motivi, ma in particolare il mondo della distribuzione cinematografica si prende sempre una porzione consistente di punti in materia perché devo ammettere che ogni anno in un modo o nell’altro non perde mai l’occasione di stupirmi.
Come ho già detto diversi mesi fa non sono del settore. Non ho nemmeno studiato scienze della comunicazione o produzione o qualcosa di strettamente legato al mondo del cinema e di conseguenza non conosco i meccanismi che stanno dietro a scelte particolari legate all’uscita in sala di alcuni film, sono una semplice spettatrice e acquirente di biglietti del cinema e dvd (ultimamente edizioni UK per cause di forza maggiore), ma proprio per questo motivo in particolare mi ritengo investita del diritto di chiedere una semplice cosa: “PERCHE’?”.
Io posso capire tutto, anche perché oggettivamente A Most Violent Year è un film indipendente fondamentalmente composto da attori e regista che, è vero, non sono famosissimi a livello mainstream nel nostro paese. Non voglio focalizzarmi su David Oyelowo perché ha un ruolo marginale qui, anche se potrei farlo benissimo perché l’anno scorso era il protagonista di un film nominato agli Academy Awards, sto parlando di Selma – La Strada per la Libertà dove ha avuto la sua visibilità, ma almeno Jessica Chastain, santo cielo, non venite a dirmi che non l’avete mai vista prima perché mi prudono le mani.
Mi rendo anche conto si sia magari voluto aspettare l’uscita di quel colosso mediatico di Star Wars The Force Awakens per sfruttare l’effetto del “ma io l’ho già visto quello lì” con Oscar Isaac che, per carità, è un ragionamento più che lecito perché alla fine è pur sempre un’enorme pubblicità, ma allora perché fare tanti sforzi per rendere A Most Violent Year il più irriconoscibile possibile al pubblico?

…ma va bene così, l’importante è che almeno esca in sala.

Ne avevo precedentemente parlato un mese fa, QUI, nel post dove raccontavo cosa mi era piaciuto di più e che ritenevo degno salvare del 2015, ma mi rendo conto che questo film meriti uno spazio a sé stante.

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A Most Violent Year, film scritto e diretto dallo statunitense J.C. Chandor, datato 2014, con ben un anno e qualche mese di ritardo, dopo essere passato per lo scorso Courmayeur Noir Festival, il prossimo 4 febbraio uscirà finalmente anche nelle sale italiane con il titolo 1981: Indagine a New York e una locandina che fa pensare a Miami Vice per la palette con cui si è deciso di modificare lo sfondo, non fosse che il film è ambientato in pieno inverno (che poi non è per fare la menosa o la rompiscatole a tutti i costi perché ho il dvd inglese e già mesi fa ci ero rimasta male quando ho scoperto che la locandina inglese era diversa da quella originale statunitense, ma qui sembra proprio un altro film. Adesso prometto che mi fermo, respiro e la smetto).
Il film, vincitore del premio come miglior pellicola al National Board of Review nel 2014, ha raccolto molteplici consensi di critica e audience lungo tutta la scorsa awards season e tra le tante cose è valso a Jessica Chastain una nomination ai Golden Globes del 2015, a mio parere strameritata, per la sua interpretazione.

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Il 1981 è stato un anno molto particolare per la grande mela. Secondo le statistiche pare sia stato un anno costellato da un numero massiccio di crimini e J.C. Chandor (Margin Call) sfruttando questo espediente ci racconta una storia americana, o meglio il sogno americano, ma più precisamente cosa succede nella vita della famiglia Morales in un preciso momento.
Senza entrare troppo nei dettagli (perché altrimenti vi rovino il film), Abel Morales è un immigrato con grandi ambizioni e determinazione che ha tra le mani la gestione di un’impresa di carburanti con l’aiuto della moglie Anna, figlia di un criminale, e vorrebbe espandere la propria attività, ma viene progressivamente attaccato su tutti i fronti ritrovandosi, suo malgrado, in mezzo a un’inchiesta collaterale ai suoi danni proprio quando ha bisogno dell’aiuto della legge ed è ostacolato fino ad essere messo nelle condizioni di farsi giustizia da solo.

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A Most Violent Year è un gangster movie di quelli old school per i ritmi utilizzati, dove non mancano scene d’azione e inseguimenti che tengono lo spettatore incollato allo schermo.
Le prove attoriali che troviamo sono un elemento importantissimo nella riuscita di questo film e J.C. Chandor può vantare, per l’occasione, la partecipazione di un cast fenomenale che si presta alla perfezione a ricoprire le rispettive parti. Jessica Chastain (Zero Dark Thirty, Interstellar, Crimson Peak) interpreta Anna Morales, una donna dedita alla casa e al lavoro, ma allo stesso tempo pericolosissima che sa il fatto suo, di quelle che marcano il territorio, ma che si ritrova suo malgrado talvolta a fare i conti con il marito, Abel Morales, interpretato da Oscar Isaac (Inside Llewyn Davis, Ex Machina, Star Wars: The Force Awakens). Abel Morales è un immigrato di successo determinato a plasmare il proprio destino tramite un’attività lavorativa nel rispetto della legge, rappresentando a sua volta un modello per il giovane dipendente Julian, interpretato da Elyes Gabel (Game of Thrones, Interstellar). Oscar Isaac si ritrova ad assumere sembianze, mimica e movenze da gangster di altri tempi, inoltre la splendida fotografia vintage utilizzata nel film ad opera di Bradford Young, caratterizzata principalmente da colori caldi, ma anche toni cupi, a volte gioca talmente tanto con la suggestione dello spettatore da far pensare inevitabilmente ad un giovane Al Pacino.
A Most Violent Year è un buonissimo prodotto cinematografico che, nonostante il ritardo spaventoso sulla tabella di marcia, spero verrà distribuito in un numero rispettabile di copie e che non ci si deve assolutamente lasciar sfuggire in sala, quindi se lo trovate vicino a casa vostra ANDATE.

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What We Do In The Shadows (Jemaine Clement, Taika Waititi – 2014)

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Dopo tutti questi anni credo che l’universo cinematografico mondiale incentrato sull’argomento “vampirismo” sia ben oltre l’essere saturo. Abbiamo visto film di vampiri di ogni tipo e sembianza, dal tipo più classico tendente al Nosferatu di Murnau con le orecchie a punta, fino ad arrivare alle più recenti incarnazioni (più o meno discutibili), ma nonostante tutto, incredibile ma vero, qualcuno è comunque riuscito a trovare vie narrative nuove ed originali (IMPARA HOLLYWOOD!).

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Oggi voglio parlare di un film che ho visto un anno fa e che ho rivisto di recente perché era passato davvero troppo tempo e avevo paura di perdermi per strada in congetture inutili.
Si tratta di un gioiellino cinematografico ingiustamente passato in sordina in Italia, presentato prima a inizio 2014 al Sundance Film Festival ed esattamente un anno fa al Torino Film Festival chiamato What We Do In The Shadows.
Detto ciò, innanzitutto mi sembra più che doveroso ringraziare Daria perché senza di lei, lo scorso novembre a dirmi di procurarmelo, a quest’ora non saprei nemmeno dell’esistenza di questo film.

La Nuova Zelanda non è solo la “terra di mezzo” che negli ultimi 15 anni ci ha fatto virtualmente esplorare Peter Jackson al cinema, o la terra degli All Blacks o la patria natale di Jane Campion e Russell Crowe, ma è anche la casa di una piccola comunità di vampiri, residente a Wellington, che ha dato l’ok a una compagnia di cineasti per documentare la loro vita quotidiana nel periodo che anticipa l’UNHOLY MASQUERADE, un raduno di vampiri a cui loro tutti partecipano.
Abbiamo a che fare con un divertentissimo mockumentary della durata di 90 minuti circa, costruito ad hoc, che si avvicina molto per i toni generali ad un improbabilissimo MTV Crib “from the crypt” offrendoci uno sguardo esclusivo sulle attività secondarie di questi esemplari di creature della notte alle prese con la vita eterna.

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Siamo sempre stati abituati a vedere i vampiri in film che hanno bene o male contrassegnato la storia del cinema principalmente come esseri esclusivamente pericolosi e dominanti a stretto contatto con gli umani, ma non è questo il caso. Cosa succede quando queste creature spariscono dalla circolazione e si rintanano nei loro alloggi?
What We Do in The Shadows, si può dire che sia votato proprio a sfatare questo mito.

I vampiri che incontriamo in questo mockumentary sono apparentemente innocui e conducono un’esistenza tutto sommato piuttosto armoniosa, scandita da piccole liti famigliari nate più che altro perché qualcuno non ha lavato i piatti per anni o non muove un dito in casa infrangendo così le regole della tabella dei turni delle faccende domestiche in una villa decrepita (da fare invidia alla casa di Tyler Durden in Fight Club di David Fincher) con tanto di tappezzeria consumata e sudicia e tavole di legno cigolanti, finché un imprevisto non arriverà a portare scompiglio nelle vite tranquille di questi longevi coinquilini.
What We Do In The Shadows è il film che ogni amante dei vampiri dovrebbe guardare perché, eliminando alcuni degli standard narrativi precedentemente visti nel genere horror, ci catapulta nell’ipotetico ordinario di una piccola famiglia di non morti risalenti a “5 generazioni” diverse portando alla luce le qualità di ogni singolo componente, ma anche le debolezze. “Anziani” di migliaia di anni, andando a scalare, che si ritrovano a doversi adattare e confrontare prima tra di loro e poi con le abitudini di un’umanità in perenne evoluzione e gli eventi della sua storia mondiale, fatti e abitudini che vengono percepiti da loro come mere “stranezze e usanze”, rendendo il tutto agli occhi dello spettatore, a tratti, ancora di più esilarante.

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Il punto di vista narrativo si ribalta totalmente offrendoci una percezione del mondo diversa e bizzarra tramite gli occhi dei vampiri, con gli umani a rappresentare “il diverso” di turno che irrompe nel loro quotidiano.
I rapporti interpersonali tra vampiri e umani sono limitati al puro scopo di sopravvivenza reciproca: c’è chi procura fedelmente vittime per vedersi assicurata un giorno la vita eterna o chi insegna loro a socializzare e vivere con la tecnologia del XXI secolo, il tutto in un clima generale piuttosto irriverente e pervaso da humor nero, ma contrariamente a quanto si pensi c’è anche spazio per un po’ di autentico sentimentalismo, che sinceramente non guasta.

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Questa commedia, scritta e diretto da Jemaine Clement e Taika Waititi (che tra le altre cose è anche il futuro regista di Thor: Ragnarök), è una boccata d’aria fresca per il genere e si può tranquillamente dire che a tratti faccia anche un po’ il verso a Twilight grazie alla comparsa di lupi mannari che danno vita a loro volta a siparietti davvero divertenti.
Come dicevo prima What We Do In The Shadows non è mai stato distribuito nel nostro paese, ma spero un giorno possa riuscire a trovare un suo spazio anche solo nel mercato home video, nel frattempo però, per chi fosse interessato, Amazon aiuta molto a colmare questa mancanza.

Enemy (Denis Villeneuve – 2013)

Ridendo e scherzando ci ho impiegato un anno a vederlo e, oltre ad essere fomentatissima per poterne parlare, ero anche determinatissima, ma a volte succede che ci capita di vedere film che ci spiazzano e non sappiamo da dove partire a parlarne perché si teme di rovinarlo a terzi, però ormai ho voluto fare la strafiga abbellendo il blog con una tag chiamata “film maltrattati” quindi prendiamoci i rischi e proviamo a riempirla decentemente.

Premesso che Enemy non è mai uscito in Italia, ripeto: mai, neanche per sbaglio in dvd (non dico che me l’aspettavo, ma la piccola parte ingenua e speranzosa un pochino ci crede sempre) e mi è sempre stato dipinto come un cubo di Rubik impossibile da capire io mi sono sempre preparata al peggio, ma tutta questa serie di cartelli di “WARNING “ piazzati davanti nel tempo non mi ha mai fatto calare la curiosità nei suoi confronti, anzi l’ha peggiorata. E’ anche vero che la sua messa in scena non sia una passeggiatina di salute, ma nemmeno una cosa fuori da ogni comprensione umana come raccontato online, però non sarò io a rovinarvi la visione, quindi cercherò di inventarmi qualcosa.

Il canadese Denis Villeneuve (già regista di Prisoners e di Sicario, da noi attualmente al cinema), che ormai penso si sia in qualche modo affezionato a Jake Gyllenhaal visto che è il secondo film in due anni in cui compare con un ruolo di una certa portata, ha realizzato un’analisi sul dramma umano, usando come espedienti, prima di tutto la recitazione per sottrazione che lascia ampio spazio al linguaggio non verbale, centellinando così le battute e lasciando fare il lavoro sporco a colonna sonora, riprese labirintiche, i ragni come simbolo in tutte le loro varie accezioni e una fotografia curatissima ad opera di Nicolas Bolduc, quasi totalmente votata ai toni cupi dando così al film un’aspetto molto tetro e ansiogeno con dei chiaroscuro strategici. Elementi che completano il quadro d’insieme uniti ad una piccola percentuale di fantascienza. In realtà, però, sta solo ed esclusivamente allo spettatore decifrare il materiale e percepire quali siano le informazioni necessarie per decidere a cosa sia giusto credere o no.

Tratto da un libro del portoghese Josè Saramago, di cui non vi dirò il titolo perché sarebbe spoiler, Enemy è come una caccia al tesoro. E’ un film che con le sue tempistiche narrative semina piccoli indizi a partire dai primissimi fotogrammi e continuando senza sosta fino alla fine, mettendo sul piatto d’argento tutto ciò che serve allo spettatore, anche se volutamente in maniera frammentata e astratta, per rielaborare i fatti e che, in un certo senso, proprio per questo motivo invita a tentare ulteriori visioni. Il cast è di altissimo livello, abbiamo in ordine: Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Prisoners, ora al cinema con Everest) che qui interpreta doppia parte e si supera in bravura, Melanie Laurent (Inglourious Basterds, Le Concert, e prossimamente al cinema in By The Sea) in un piccolo ruolo marginale, Isabella Rossellini (Blue Velvet, Immortal Beloved) in un cameo e Sarah Gadon (A Dangerous Method, Maps To The Stars) straordinaria nel ruolo della moglie.

L’aspetto interessante di Enemy risiede nel fatto che si tratta uno di quei film che bisogna essere disposti a guardare donandogli il 100% dell’attenzione e una mente aperta a ogni libera interpretazione, se non siete nel mood lasciate perdere. Anche se si tratta di un lavoro di non di immediata comprensione, trovo davvero scandaloso che qui in Italia sia passato in sordina in questo modo, quindi non so come andrà in futuro e se otterrà almeno un’edizione dvd e bluray (lo spero), ma se vi piacciono i rompicapo e non sapete come passare due ore, procuratevi questo titolo in qualche modo, non mi interessa come, guardatelo.

Ex Machina (Alex Garland – 2015)

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Questo post è spoileroso, leggete a vostro rischio e pericolo.

Introdotto già a partire dagli albori della settima arte, il tema dell’intelligenza artificiale è stato esplorato in vari modi tracciando man mano un confine sempre più sottile con la realtà.
La maggior parte dei robot, nel cinema, prende vita per diversi motivi, tra tutti di base c’è il desiderio degli scienziati di creare la vita, oppure trovare un rimedio per la solitudine o ancora per assecondare egoistici desideri umani.
Il tema è ripreso da un gioiellino del cinema indipendente di recente produzione chiamato Ex Machina. Prima fatica da regista di Alex Garland (già sceneggiatore di 28 Giorni Dopo, Non Lasciarmi e Sunshine), che uscito nel nostro paese con un ritardo disarmante di svariati mesi e nel periodo meno congeniale di sempre (fine luglio), è l’equivalente di un esperimento a tutto tondo.

Strutturato sulla base di un Test di Turing (la procedura atta a verificare se un’intelligenza artificiale è in grado di sviluppare una coscienza propria al di là di un cumulo di dati inseriti dal suo creatore) il film è un autentico thriller grazie anche ad una sceneggiatura molto solida con una serie di intrighi molto ben legati tra loro e un cast molto funzionale che non si risparmia nelle singolari interpretazioni. Abbiamo, per l’appunto, Domhnall Gleeson (Anna Karenina, Questione di Tempo, Frank) nella parte di Caleb, un giovane programmatore dal passato tormentato e sfortunato, con l’aria del classico ragazzo della porta accanto, il quale sorteggiato tramite un concorso nell’azienda per cui lavora, vince un soggiorno di una settimana presso la tenuta del suo capo, Nathan, interpretato da un fantastico Oscar Isaac (Drive, Inside Llewyn Davis, A Most Violent Year). Nathan, genio dell’informatica, a tratti paranoico, con “la sindrome del giovane miliardario falso amico di tutti”, proprietario di un motore di ricerca chiamato Bluebooks e inventore di un’intelligenza artificiale con le caratteristiche di una donna, chiamata Ava, interpretata da Alicia Vikander (A Royal Affair, Anna Karenina, Operazione U.N.C.L.E.).

Il film è strutturato sulla settimana di soggiorno di Caleb e lo spettatore è proiettato da subito nella vicenda. Identificati principalmente con il punto di vista interno, di Caleb, ci facciamo strada lungo i corridoi della casa futuristica di Nathan e ci domandiamo quanto lui, con il passare dei minuti, cosa ci sia di tanto losco e destabilizzante in quell’ambiente così tutto uguale, un autentico labirinto di pannelli bianchi, arredamento minimal e luci al neon. La scenografia e la colonna sonora giocano un grande ruolo nell’economia del film e sulla percezione dello spettatore, dando un senso di smarrimento stile topo in un labirinto.

Il motivo per cui Ex Machina è un film fantascientifico diverso dagli altri risiede in primis, sotto un punto di vista tecnico, negli effetti speciali di natura “old school”. Il digitale, per l’occasione, è stato utilizzato solo in minima parte e l’aspetto fisico dei robot è in gran parte merito di truccatori e “artigiani” del settore. Per secondo, perché nonostante il genere ormai esplorato in tutti i modi, Ex Machina riesce ad avere una sua identità giocando con la psicologia dello spettatore, il quale sa benissimo di trovarsi davanti a un androide, ma cade vittima suo malgrado, come Caleb, di Ava e dei suoi intrighi tra fascinazione e (addirittura) senso di colpa.

E’ molto interessante osservare quanto in là si sia osato spingere il personaggio di Nathan, dapprima creando un’intelligenza artificiale come mero diversivo per la sua solitudine, poi andando oltre il suo intento primario e diventando un autentico Dottor Frankenstein capace di dare vita ad una creatura meccanica, ma identificabile come tale solo nell’aspetto poiché quasi paragonabile ad un vero e proprio essere pensante dotato del carattere e malizie di una donna in cane ed ossa. Ava pur sembrando ingenua si rivela piena di risorse (e qui bisognerebbe spezzare una lancia in favore della bravura di Alicia Vikander perché è molto convincente, anzi vi consiglio candidamente di guardare il film in lingua originale perché il modo in cui recita è fantastico) tanto che il personaggio di Caleb, sebbene carico delle migliori intenzioni, finisce per diventare suo malgrado carnefice di sè stesso, ma con il quale in un certo senso è impossibile non empatizzare, tanto che nonostante tutto obbliga inevitabilmente a fare il tifo per lui mentre tenta di destreggiarsi tra flirt robotici e gli atteggiamenti sopra le righe di Nathan, facendoci domandare cose come “ma io al suo posto che avrei fatto?”.

L’interesse misto ad attrazione di Caleb per Ava è un’arma a doppio taglio che svela un lato insidioso dell’androide il quale a sua volta sviluppa una curiosità più umana del previsto con l’aggiunta di uno spiccato istinto di sopravvivenza. Il tema della rivolta delle macchine che si fa strada nella narrazione è il risultato dell’oppressione psicologica e della manipolazione ad opera dell’elemento umano che unito all’inesistenza di un lieto fine da una chiave di lettura fresca al genere e fa interrogare lo spettatore su quale sia davvero lo sviluppo che avrebbe voluto per i personaggi coinvolti.