Ciao Chris, era davvero troppo presto.

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E’ un po’ che non scrivo e penso se ne siano accorti tutti (oltre a me e ai miei sensi di colpa, ma torno), e ieri stavo per farlo ma sono stata avvolta da un insieme di emozioni contrastanti e così ho deciso fosse meglio far passare delle ore. Non ho le idee chiare nemmeno ora, ad essere onesta, ma Chris Cornell mi obbliga a scrivere in un certo senso.

Tanti anni fa, io che per inciso ho sempre avuto seri problemi a fare classifiche (ma che allo stesso tempo per una sorta di bisogno malsano di auto punirmi) e allo stesso tempo trovo naturale fermarmi a riflettere sui miei gusti musicali troppo vari per essere classificati ho provato a fare una cernita di tutti i miei cantanti preferiti solo sotto un punto di vista vocale. Forse un giorno vi renderò partecipi della cosa con un post dettagliato dei miei (ovvero di quelli “sono di parte abbiate pietà e apprezzate lo sforzo”) e ne parlerò più ampiamente, ma Chris Cornell ne faceva parte a tutti gli effetti. Che dico? Ne fa parte, ne farà parte per sempre perché grazie al cielo abbiamo la musica che è eterna.

Sono cresciuta ascoltando musica rock spaziando tra i generi, ma il grunge ha giocato un ruolo importante essendo io nata a metà anni ottanta e vivendo nei novanta.
Seattle per me non è una città, è un simbolo musicale da che ho memoria, anche se adesso la maggior parte della gente magari appena la sente nominare pensa a Meredith Grey e Derek Shepard.
Seattle per me è la cornice di “Singles”, una commedia di Cameron Crowe del 1992 che adoro e di cui speravo di parlare in una circostanza più felice, ma che il karma mi impone di menzionare adesso perché Chris Cornell ne ha fatto parte.

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I Soundgarden, se non avessero avuto Chris Cornell alla voce, non so come avrebbero potuto suonare alle mie orecchie ma lui contribuiva a renderli speciali al punto da farmeli notare.
La sua capacità di spaziare così tanto nelle tonalità era qualcosa di inspiegabile oltre che affascinante ed anche la ragione per cui l’ho sempre adorato.
So che suonerà come la banalità del secolo e non è proprio mia intenzione farlo sembrare tale, ma è vero che con la morte di Chris Cornell (di cui mi sono ripromessa di non esprimere giudizi perché non so come mi sento) il mondo musicale ha subìto una perdita enorme.

Ho diversi ricordi belli legati a Chris Cornell, tra i tanti spiccano senz’altro i miei giovedì sera adolescenziali passati ad ascoltare il programma grunge di una radio locale della mia zona che mi ha fatto apprezzare di più i Soundgarden e scoprire altri gruppi mentre facevo i compiti, un’estate dello stesso periodo della mia vita passata a verniciare la casa di un’amica con il primo album degli Audioslave pompato a mille e Cochise cantata fino allo sfinimento, amicizie varie, serate al pub tra cover band, e anche quel fantastico sabato a Roma insieme a Cineclan aspettando gli Avengers con Live To Rise dei Soundgarden mandata fino alla nausea e noi non eravamo ancora stanche di sentirla, anzi se ci si fossero palesati anche loro sul red carpet sarebbe stato stupendo, invece no. Chris Cornell era uno che quando ascoltavi la radio, se avevi la fortuna di sentire passare un loro pezzo, lo riconoscevi tra la massa ed ora verrò pervasa anche con lui da malinconia profonda.
Attualmente ero molto esaltata all’idea di andare al cinema (quando non si sa, quando esce? qualcuno lo sa?) a vedere The Promise e restare in sala fino alla fine per sentire la sua canzone omonima che fa parte della colonna sonora, ora come ora penso che potrei singhiozzare oltre che per il film (che mi sembra tutto al di fuori di qualcosa di allegro) anche per lui.
L’idea di non sentirlo più produrre nulla di nuovo mi annienta un po’ e non voglio sapere come se la stia passando la sua famiglia in questo momento data la circostanza del decesso.

Per quanto mi è possibile vorrei solo dirgli un simbolico grazie per tutte le volte che mi ha fatto da colonna sonora inconsapevolmente.
Rusty Cage continuerà a suonare a volume indecente ogni volta che sarò incazzata col mondo.

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“We slip and slide as we fall in love and I just can’t seem to get enough of…”

Ovvero, com’era quella frase? …potete togliere i Depeche Mode alla Blackgrrrl, ma non potete togliere la Blackgrrrl ai Depeche Mode, ed a maggior ragione se sono vicino a casa sua.
Faccio un’altra piccola deviazione dal tema principale del mio blog parlando di musica però in questo momento sono una fan felice ed allo stesso tempo in preda alla paranoia perché se finisce come con i Coldplay con i biglietti stacco la testa a qualcuno in modo simbolico.

Ma questa mattina sarebbe stata da incorniciare

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Se il nuovo album è come sembra promette benissimo e mi sono sembrati tutti e tre alquanto di buon umore, il che è bene.
Se penso che il concerto è l’estate prossima e che c’è ancora praticamente un anno di mezzo mi viene da piangere, però l’attesa del disco nuovo ci aiuterà a distrarci a dovere.

All hell breaks loose

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questa foto ha di nuovo senso

“A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buonanotte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran. 
Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave”. Ci rimasi secco. Fran.”

Mi è appena venuta in mente questa citazione tratta da Novecento di Alessandro Baricco e non mi è mai sembrata più adatta a descrivere un momento come invece lo è ora.
Mi sono appena usciti di bocca una sequela di “ma siete seri?”.

No perché io non ci credo.

Oggi è successa una cosa paranormale che sicuramente sarà meno fatale o inaspettata di come io immagino sia in questo momento, ma sinceramente CHISSENEFREGA. Non provate a rovinarmi questo momento perché il 2016 musicale, per quanto mi riguarda, a oggi è stata una delusione non indifferente e questa cosa che è appena successa è un raggio di luce (oscura) in un anno pieno di incertezze e morti inaspettate.
Già anni fa è successa un’altra cosa paranormale simile a questa, che ancora oggi mi destabilizza a pensarci perché mi ha fatto crollare le certezze di una vita, ma è successa ed è bellissimo: sto parlando di Damon Albarn dei Blur che non solo ha fatto pace con Noel Gallagher degli Oasis dopo anni e anni di maledizioni e insulti alle spalle o meno, ma ci è pure salito sul palco insieme.
Oggi è un’altra giornata così, o forse peggio, si è peggio perché io adesso mi aspetto le locuste. Ci sono band alle quali ti avvicini in un certo momento della vita che impari ad amare, e per quanto in quel momento tu sia piccola e ingenua e vorresti vederle su un palco ad un certo punto della tua vita arriva qualcuno a darti la triste notizia de “eh ma ora l’ex cantante e il bassista si odiano, non succederà mai”. Ci sono poi gli ex membri nelle interviste che si lanciano messaggi d’amore passive aggressive quindi tu impari a mettertela via e rassegnarti ascoltando per la …esima volta la loro discografia perché a loro modo sono come divorziati ed è come dover decidere se vuoi più bene a mamma o a papà.

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“Now, in a reunion that’s arguably more unexpected than Axl Rose getting back together with Slash, Danzig has rejoined the Misfits” cit. Pitchfork

Mai avrei pensato (anche se è sempre stato una sorta di sogno proibito) potesse accadere, ma Glenn Danzig, Doyle von Frankenstein e Jerry Only torneranno sul palco insieme per una serie di show negli USA con il nome di Misfits.
Stiamo parlando di gente che non si parla dagli anni 80.
Gente che non si è stata simpatica a giorni alterni per più di 30 anni con cause legali di mezzo e ora torna a esibirsi insieme.
Gente che rischio di non vedere mai insieme, qui, perchè some call me a pessimist, ma la verità è che sono realista e mi piacerebbe essere smentita.
Dopo oggi mi aspetto anche un’invasione aliena perché so che adesso è davvero tutto, ma proprio tutto, possibile.

Se tornano in Europa insieme a queste condizioni vado al concerto con un pacco di kleenex, quindi scusate, ma rompo un attimo la routine cinematografica con questa parentesi musicale perché non so esattamente chi devo ringraziare per questo riavvicinamento, o, chiamiamolo col suo nome “fenomeno paranormale”, ma se non altro per una volta è una bellissima notizia.

“For we’re like creatures in the wind, and wild is the wind”

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Quando dicono che il rock è nostalgia non ti dicono quanto effettivamente faccia male arrivarci e come si faccia ad affrontare il distacco. La morte di un artista di fama mondiale o meno è sempre pesante per i fan, ma come si gestisce la morte di qualcuno che ha segnato la storia del mondo per circa 50 anni? Con la morte di David Bowie si chiude sempre di più un’epoca per la musica mondiale e io sono pervasa dall’ansia al solo pensiero.
Sono ormai passate più di 72 ore dal momento in cui ho saputo della tragica notizia che ha colpito il mondo della musica e ancora non so bene cosa dire. Dovevo dire qualcosa, ma non sapevo come farlo. L’ultima delle mie intenzioni è di far diventare questo blog un necrologio, ma ultimamente mi ci stanno obbligando. Beh sappiate che non è piacevole, ho dovuto far passare tre giorni per mettere insieme due idee in croce e non sono nemmeno sicura saranno soddisfacenti man mano che si arriverà in fondo al post.

Partiamo da qui: allora, secondo voi cosa c’è di più brutto dello svegliarsi un lunedì mattina dopo aver fatto la nottata per i golden globes e aver festeggiato perché gran parte della gente per cui tifavi aveva finalmente vinto e sentirsi dire da tua madre al posto di “Ciao” o “Buongiorno” la seguente frase: “E’ morto David Bowie… era un cantante inglese, lo conosci?” (il fatto che mia madre non sappia chi sia è un discorso su cui anch’io cerco di glissare per amore della pace). Secondo me niente batte una tale mole di letame. E’ troppo anche per un lunedì mattina.

E’ davvero ingiusto, oltretutto, perché l’8 gennaio è stato il suo compleanno e usciva in concomitanza il suo ultimo album Blackstar. Entrambi motivi per cui far festa, e ora? ora non ho il coraggio di ascoltarlo anche perché il suo manager ha detto che era una sorta di saluto ai fans. Cioè, non sono pronta.

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David Bowie è stato un artista importantissimo per un numero spaventoso di persone. E’ stato una figura singolare, un pioniere, che ha avuto sempre il coraggio di osare e ha ispirato una moltitudine infinita di artisti a sua volta. Se non ci fosse stato David Bowie, l’artista, a quest’ora non esisterebbero tutti i sottogeneri musicali che esistono. E’ stato un personaggio fondamentale e non ce ne sarà più uno così.

A livello personale, se dovessi fare un breve excursus dei miei 30 anni di vita, devo dire che non saprei proprio quale sia stato il momento preciso in cui ho sentito parlare di lui per la prima volta, ero piccola, ma ricordo una delle prime volte che ho visto un suo video con cognizione di causa in tv, credo fosse l’ormai lontano 1999.
Gli anni novanta… aiuto, a ripensarci mi viene da ridere per come facessi a campare senza internet, da amante della musica era un inferno trovare roba particolare soprattutto perché ora abbiamo accesso a una mole immensa di materiale digitando solo un paio di tasti, ma prima se non avevi la frequenza radio decente a portata di mano o le riviste musicali di settore a farti da vademecum era davvero dura.
Insomma avevo 13 o 14 anni e devo dire grazie a canali come TMC2 (non ho ancora accettato il suo oscuramento), MTV (quando ancora era definibile come canale musicale a tutto tondo). Comunque era il 1999, l’album Hours… era nel pieno della fase promozionale, il video era quello di Thursday’s Child. La canzone, una ballad molto bella, è tutt’ora secondo me molto sottovalutata, lui all’epoca portava i capelli lunghi e faceva così

Se devo essere sincera non sono mai stata una grandissima conoscitrice della sua carriera a tutto tondo, anche perché è davvero quanto di più vasto ci sia nel panorama musicale mondiale però negli anni ho conosciuto persone che mi ci hanno fatta avvicinare di più, facendomi conoscere le varie incarnazioni del Duca Bianco, partendo dagli albori fino ad arrivare a tempi più recenti, passando poi per la sua fase più glam.  Mi porterò dietro per sempre pezzi come Scary Monsters, China Girl, Absolute Beginners, Life on Mars?, Space Oddity, Let’s Dance o Rebel Rebel, per citarne alcuni. Però il periodo a cui mi sento più legata, per sonorità è il periodo berlinese.

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con Iggy Pop

Amo Berlino, è una città che può non piacere a tutti a prima vista, ma non mi importa. Quando penso a Berlino io penso alla musica che mi piace,low_album e oltre ad alcuni gruppi autoctoni di un certo peso, in primis penso a David Bowie che viveva a Schöneberg. Mi piace moltissimo anche Londra e oggettivamente mi rendo conto sia ingiusto declassarla, perché a livello musicale mi ha dato molto di più della capitale teutonica, ma l’atmosfera è tutta un’altra cosa.
Berlino, per David Bowie (e non solo) è stata prima di tutto una cura, poi un laboratorio creativo. Il cosiddetto periodo berlinese della sua 5938756b541208774b57c7aafd5ca22f154f87bediscografia è contrassegnato da una trilogia composta rispettivamente dagli album LOW, HEROES e LODGER, registrati tra il 1977 e il 1979, ancora oggi un altissimo esempio di sperimentazione musicale.
Per quanto banale vi possa sembrare non credo lo ringrazierò mai abbastanza per avermi dato una bowie-lodgercolonna sonora perfetta per le mie visite passate e future in quella capitale europea, anche perché il mio ultimo viaggio lì, in particolare, consisteva in lunghe camminate con Warszawa, Sound and Vision e Always Crashing in the Same Car in loop nella testa così come Heroes e vi assicuro che, suggestione o meno, tutto acquistava un aspetto diverso, believe it or not. Al di là di tutto ciò questa fase della sua carriera ha poi lasciato il segno su tutta la sua produzione discografica successiva portandolo a rinnovarsi continuamente e collaborando con altri artisti chiave del panorama musicale internazionale.

Ora a rigor di logica dovrei anche parlare della sua saltuaria e allo steso tempo prolifica carriera d’attore, ma lascio perdere per ora, e posticipo a quando sarò un po’ più lucida e meno triste (?) per parlarne. Ora lasciatemi solo affogare tra le playlist della sua produzione discografica e tributi vari perché sono in totale negazione e non so per quanto lo sarò ancora.

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Lo so benissimo che tanti anni fa ci sei solo caduto sulla Terra e che, in fondo, adesso sei semplicemente tornato a casa, ma l’hai fatto troppo presto. Non ne avevamo abbastanza. Ci mancherai tantissimo Mr Starman, ora nulla sarà più lo stesso. Grazie di tutto.

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another one left

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Ero combattuta se pubblicarlo o no, ma va fatto.
Un po’ da amante del rock in generale glielo devo anche perché Scott Weiland ha fatto parte (non avete idea di quanto mi faccia impressione usare il passato) del mio harem di voci preferite della musica da tantissimi anni ormai.

Purtroppo ieri all’età di 48 anni ci ha lasciati, a quanto pare stroncato da un infarto, mentre era in tour e averlo scoperto appena sveglia è stato davvero orribile.
Ha avuto una vita molto travagliata e si può dire che la dipendenza non l’abbia mai abbandonato veramente.

Quello che mi mancherà terribilmente oltre al non vederlo più sarà senz’altro la sua voce estremamente particolare, rauca al punto giusto, versatilissima dalle ballads ai pezzi più potenti.
E dopo la morte di un’altra delle mie icone del grunge come Layne Staley degli Alice in Chains sarà brutto convivere anche con questa nostalgia musicale.

Nel mondo della musica ci sono frontmen insostituibili, perché nel bene o nel male sono animali da palcoscenico e principalmente hanno voci che al di là di tutto ti permettono di capire da pochissimi frammenti di canzone quale gruppo si sta ascoltando alla radio e lui è sempre stato uno di questi. E’ anche per questo motivo che la sua morte mi farà doppiamente male.

Sì, perché nel mio piccolo mi sento una fan orribile, ditemi quello che volete, ma da quando gli Alice In Chains hanno ripreso l’attività con il nuovo cantante io non sono più riuscita ad ascoltarli nemmeno al pensiero che ogni tanto i pezzi li fa Jerry Cantrell. Se dovessero riformarsi gli Stone Temple Pilots e dovessero fare una cosa del genere non so come la prenderei, per me però non sarebbero più gli Stone Temple Pilots o i Velvet Revolver.
Questo non significa assolutamente che se dovesse morire un bassista o un altro componente del gruppo allora sarebbe una perdita di minore importanza, ma il cantante volenti o nolenti ha il suo peso almeno a livello affettivo per come si identifica un gruppo.

in ogni caso lassù, da ieri, artisticamente parlando hanno fatto un grande acquisto.

visto che il mio blog parla prevalentemente di cinema pubblicherò questa scena tratta da The Crow del 1994, già cult movie personale fornito di una colonna sonora pazzesca che mi ha segnato l’infanzia e l’adolescenza in vari modi.

RIP Scott Weiland

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Zio David è tornato!
David Bowie, o Duca Bianco o come volete chiamarlo, ha un disco nuovo in cantiere e qui lo si aspetta.

Se c’è una cosa che amo di quest’uomo è la sua voglia inarrestabile di reinventarsi album dopo album, questo suo giocare continuamente con le sonorità.

Per ora abbiamo un singolo nuovo chiamato Blackstar con un video curioso e visivamente d’impatto, in attesa di mettere le mani sul resto del nuovo album.