T2: Trainspotting (Danny Boyle – 2017)

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Ok, allora, non ce la facevo più, avevo bisogno di andare al cinema a vedere questo film per diversi motivi che i frequentatori assidui di questo blog ormai credo sappiano già anche senza elencarli. Aspettavo la data d’uscita italiana come si aspetta Babbo Natale a 7 anni e alla fine ho tratto la conclusione che è stato come ricevere l’equivalente di un giocattolo bello, ma che non ti convince in pieno e che magari apprezzerai meglio col tempo.

Quello che ho capito fin da subito è che a prescindere dal gradimento per me sarebbe stato davvero difficilissimo riuscire a parlare in modo totalmente lucido e razionale di questo film, anche perché se si tratta di qualcosa a cui tengo particolarmente tendo a diventare iper critica e selettiva. Ho fatto passare più di 24 ore dalla visione per cercare di schiarirmi le idee e ancora non sono convintissima al cento per cento di quello che penso, ma ho il timore che se lasciassi passare altro tempo rischierei di dimenticare anche i pochi pensieri ordinati che ho in testa quindi tanto vale provarci.

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Tutto era cominciato con una corsa per le strade di Edimburgo e anche questa volta da una corsa si comincia, ma solitaria, su un tapis roulant in una palestra di Amsterdam con un Mark Renton capellone ossessionato dal fitness e a un certo punto, la svolta che non ti aspetti e con tanto di flashback.

Il terrore del sequel, dal momento in cui è stata ufficializzata la notizia, è stato collegato come al solito al mio pensiero di veder snaturati film e personaggi, nonostante il regista sia lo stesso del precedente anche perché questo film è solo ispirato al romanzo “Porno” di Irvine Welsh (quindi non fatevi infinocchiare dalla copertina del romanzo che si trova attualmente in libreria vittima del marketing), ma come capita in queste circostanze è anche bene basarsi sul classico ragionamento del “finché ha senso ce lo dovremo fare andar bene”.
Ora che l’ho visto posso dire che non avendo letto il libro, ma sapendo a grandi linee le dinamiche della vicenda vera e propria, sì, questo film è un patchwork, oltre ad essere un bel po’ diverso da Porno, a parte cose qua e là l’unico problema davvero impossibile da ignorare è esclusivamente riconducibile al tono che gli si è voluto dare.
T2: Trainspotting, volendo citare una battuta di un personaggio del film, è una pellicola che vive nel passato inevitabilmente corredato da flashbacks e il “face your past” come tag line è applicabile in tutti i sensi. Ci sono numerosissimi rimandi sia visivi che musicali (perché in Trainspotting anche la musica ha il suo peso) al primo film quasi a voler giustificare tutta una serie di scelte e azioni, vent’anni dopo i fattacci successi. E’ modo per scoprire con i propri occhi la risposta a diversi “chissà cos’è successo a, o se…”. Allo stesso tempo, però, T2: Trainspotting si rivela un film terribilmente ancorato al nostro presente con problemi sociali attuali, che sfrutta i suoi personaggi solo come espediente per raccontare un’altra storia e questa concatenazione inevitabile di cose è, in un certo senso, proprio l’elemento che permette alla pellicola di funzionare tutto sommato.

Mark Renton in prima persona, fa quasi da guida allo spettatore mentre a sua volta rimette il naso in un ambiente conosciuto, ma con il peso dell’età sulle spalle, con l’improvviso bisogno di guardare in faccia i fantasmi del passato e una vita che non gli appartiene più, ma che non riesce a scrollarsi di dosso anche grazie ad una buona percentuale di coda di paglia e faccia tosta che lo contraddistingue.
Quel senso di viaggio di ritorno verso casa che riecheggia per tutta la pellicola vuole essere a sua volta una specie di regalo per i fans, una sorta di revival, di tributo vero e proprio al primo film più che un nuovo tassello nella narrazione in senso stretto, un tributo alla gang che un tempo fu e che forse potrebbe essere ancora, ma non sembra nessuno sicurissimo fino in fondo di ciò.

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Se il primo film trasudava nichilismo, bisogno disperato di evasione, di ricerca di identità e individualismo questa pellicola sembra ormai in parte disillusa, racconta una specie di ritorno “nel vecchio quartiere” che è inevitabilmente cambiato nel tempo, ma dove in realtà non è cambiato niente, tutto e tutti più che altro si sono adattati alle circostanze reinventandosi, chi più chi meno.
Ci sono sempre gli errori del passato che si ripercuotono sul presente e l’inadeguatezza costante, c’è chi è stato fregato e medita vendetta e c’è invece chi vorrebbe solo farla finita.
Alla base di tutto c’è sempre una storia d’amicizia fuori dal comune, forse troppo, ma la disperazione è ancora il collante generale delegato a muovere gli ingranaggi di quella famiglia disfunzionale allargata, quel bisogno di aggrapparsi a qualcosa per svoltare, con la differenza che non si tratta più di dipendenza dall’eroina ma di qualcosa di diverso.

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Ci sono dei momenti davvero bellissimi tra Mark Renton e Sick Boy, per lo più sempre ai ferri corti, ma allo stesso tempo terribilmente dipendenti l’uno dall’altro.

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C’è uno Spud ancora più adorabile di prima, ma che secondo me non è stato sfruttato nel modo che meritava passando in secondo piano e un Francis Begbie più matto di prima, per lo più vittima di sé stesso che fatica ancora a gestirsi, ma anche lui, a grandi linee  un po’ sacrificato.

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Nonostante il tutto sia orchestrato in modo sommariamente accettabile e si regga sulle proprie gambe regalando due ore di intrattenimento condito da una buona dose di malinconia, T2: Trainspotting pecca di una messa in scena un po’ traballante e sgangherata, ma soprattutto di una grave mancanza che, a mio parere, l’avrebbe potuto rendere sicuramente un film migliore: sto parlando di quella sottile cattiveria che pervade tutta la pellicola originale e che ritengo fondamentale per un film con un antenato del genere.
A conti fatti posso dire che T2: Trainspotting, alla fine, è un film divertente (ci sono delle scene davvero esilaranti che mi hanno fatta davvero morire) e politically incorrect, mi è piaciuto abbastanza, ma non a sufficienza da farmi lasciare la sala totalmente soddisfatta, anche se devo fare un applauso ai geni di Jonny Lee Miller perché quell’uomo invecchia egregiamente e Danny Boyle è una brutta persona (non è vero, grazie mille) che ogni tanto ci infilava certi primi piani di Sick Boy da morirci un po’.

Sicuramente me lo rivedrò perché alla fine è un buon film e anche se faccio tante menate alla fine mi ha fatto piacere ritrovare tutti quei disagiati sul grande schermo (anche perché all’epoca ero troppo giovane e il primo film l’ho consumato in dvd) perché ormai mi sono affezionata dopo tutti questi anni, però lo ritengo un prodotto abbastanza lontano dal precedente, o forse devo solo metabolizzarlo a dovere.
L’unica cosa che so con certezza è che avrei dato un arto per essere su quel set un’ora della mia vita.

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Ghostbusters (Paul Feig – 2016)

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E’ il 30 dicembre, quest’anno ho scritto meno di quanto speravo di fare, ma un’ultima cosa prima di mandare a quel paese il 2016 voglio dirla. In realtà volevo fare un post su Rogue One, volevo anche tornare a vederlo perché mi è piaciuto tantissimo ecc ecc ma poi è morta Carrie Fisher e sono piombata nella tristezza più profonda da almeno tre giorni quindi eventualmente l’argomento lo riaprirò più avanti (magari quando riuscirò a rivedere il film).

Oggi volevo spendere due parole su uno dei film più bistrattati a scatola chiusa dell’anno, un film che sembra avere ammazzato il gatto il cane e il criceto a mezzo mondo.
No, non sto parlando di Batman v Superman (quello devo ancora vederlo), né di Suicide Squad (anche quello devo ancora vederlo, ma prima devo entrare in fase zen per digerire la visione di menasfiga nella parte di Joker), sto parlando di Ghostbusters.
Esatto, Ghostbusters la versione “in gonnella”.

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Alla luce di un paio di mie updates precedenti vi sarà ormai chiaro il mio rapporto contorto con rimaneggiamenti e sequel o reboot e, beh, questo non fa eccezioni, ma col tempo mi sono intenerita, mi sono decisa a guardarlo perché alla fine ero curiosa e perché ho trovato profondamente ingiusto il declassamento del film a priori solo perché il cast era di sesso femminile.
Oltre al fatto di essere una donzella in prima persona, quindi  sentitami pugnalata ai livelli di “le donne devono stare in cucina” o “si ma guardi le partite di calcio perché ti piacciono i calciatori” (effettivamente trovo i pixel degli streaming mediorientali davvero sexy, per non parlare delle telecronache in arabo incomprensibili), “si ma le donne non sanno cos’è un fuorigioco” (su questo potremmo aprire un capitolo a parte), “si ma ti piace questo gruppo perché c’è il cantante figo” (scommetto che gli uomini girano con i paraocchi come i cavalli), mi è sembrato davvero degradante a livello umano e professionale perché ritengo che un film possa fare benissimo schifo nonostante i migliori propositi per tanti motivi, ma non certo perché a interpretarlo ci sono principalmente donne.
I veri motivi per cui un film possa far schifo, semmai, sono: la scrittura pessima, recitazione alla Corinna Negri, idee zero, il volerla far fuori dal vaso con digressioni inutili che trasformano il film in mappazzone, uno snaturamento della pellicola in caso di reboot (per esempio Halloween di Rob Zombie) e potrei andare avanti, ma in questo caso direi che non è andata così male come la dipingevano perché si é voluta tentare un’altra strada e il risultato non è stato pessimo.
Come ho detto tempo fa, l’importante è che qualcuno ci metta idee originali e poi in tal caso se ne può benissimo parlare, anche prendendo le cose con le pinze.

Premesso che io non ricordo esattamente in modo lucido la prima volta che ho visto il primo Ghostbusters, ma ero molto piccola e da quel momento in poi ogni volta che lo hanno dato in tv, sequel incluso, per me è sempre esistito e l’ho sempre guardato quindi potete immaginare quanto io ci sia affezionata, contando che è come se fosse sempre esistito per me. Questa nuova versione tutto sommato non mi ha distrutto l’esistenza anche se pur dopo averlo visto continuo ad essere convinta del fatto che questo film sia inutile e probabilmente non farà la storia del cinema se non per le polemiche tirate su.

Il film di Paul Feig non è assolutamente un capolavoro, è lontano dall’essere considerato tale, ma si regge sulle sue gambe e tanto mi basta. In un certo senso è come se fosse un mix tra i due film originali, con delle varianti qua e là.
Il cast è di ottimo livello e ciò che conta in questi casi è proporre personaggi con una propria identità, ma allo stesso tempo dare un appiglio ai vecchi fans e l’obbiettivo è stato centrato. fu_ghostbusters_movie_tg_140603_16x9_992
I personaggi del reboot sono l’esatto equivalente femminile del Peter Venkman di Bill Murray, del Ray Stantz di Dan Aykroyd, l’Egon Spengler di Harold Ramis e il Winston Zeddmore di Ernie Hudson grazie alle performances riuscitissime di Melissa McCarthy, Kate McKinnon, Kristen Wiig e Leslie Jones con, anzi, alcune sfumature in più che non stonano per niente dando invece così una ventata di aria fresca al genere.rs-247917-ghostbusters-2016-movie-review-7ec18525-e3ac-4836-bfb8-aeb0aebcc9d1
Abbiamo inoltre una versione maschile di segretaria nel ruolo della rossa Janine, solo sotto forma di bionda troppo stupida per vivere e oltre la caricatura, con l’interpretazione di un bravissimo Chris Hemsworth che si presta a siparietti davvero ridicoli, ma totalmente in parte.
I fantasmi e gli effetti speciali sono logicamente frutto di un CGI nettamente superiore rispetto a quello disponibile negli anni ottanta, ciononostante ho trovato alcune scelte trascurabili anche se una sorta di tributo come l’omino di marshmallows, cioè in poche parole secondo me bastava Slimer.

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Non c’è Gozer il Gozeriano e nemmeno Vigo il Carpatico nel senso di qualcuno che comunque abbia una presenza scenica da bloccare la crescita ai bambini, ma un’entità con più senso dell’umorismo in tutti i sensi e questo secondo me azzoppa un po’ il tutto, perché anche i film degli anni 80 puntavano sull’intrattenimento e quant’altro, ma vuoi gli effetti speciali e trucco old school, vuoi i toni più cupi e minacciosi mentre qui la fotografia è molto più chiara e i toni distesi ma in alcuni momenti isolati lo humor è davvero demenziale e io mi stavo un po’ annoiando, devo ammetterlo, però a parte questo e il doppiaggio che mi ha fatto dire un paio di volte “meh, sicuro in lingua originale migliora” è un film godibile, buono per passare due orette di svago senza pretese.
Sarà che noi negli anni ottanta siamo stati “traumatizzati” da piccoli con le creature animate meccanicamente dei vari film di fantascienza che a volte non avevano proprio un aspetto childhood-friendly, ma non mi sembra siamo cresciuti così male da dover dare un tono così tanto spensierato a Ghostbusters, però se può avvicinare un pubblico nuovo di bambini ben venga.
Personalmente il film di Feig lo rivedrei, anche se comunque non lo baratterei mai con i precedenti: non ti fa rotolare a terra dal ridere, ma è divertente ed è pervaso da una sorta di cameratismo femminile nerd che non ci fa schifo.

Animali Notturni (Tom Ford -2016)

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Sono davvero in ritardissimo e non so come io mi ci sia ridotta, ma meglio tardi che mai. Circa una quindicina di giorni fa (ma forse anche venti) sono andata a vedere Animali Notturni e sono sollevata per un semplice motivo: al Festival di Venezia quest’anno hanno presentato il nuovo film di Tom Ford che è tornato sotto i riflettori dopo quel gioiellino di “opera prima” chiamato A Single Man e la cosa era già bella così, ma una volta lanciato nell’etere, il trailer di Animali Notturni si è dimostrato “tanta roba” già alla prima visione. Il film ora l’ho visto e posso allegramente dimenticarmi di tutte le paranoie sulle presunte aspettative troppo grandi legate alla teoria de “il secondo disco è sempre il più difficile” perché sarà anche vero in parte, ma direi che la prova è stata superata perché se sai bene cosa vuoi sei già a buon punto.

Tratto dal libro di Austin Wright intitolato “Tony e Susan”, Animali Notturni è un “thriller nel thriller”, un film di quelli che se al primo giro è piaciuto sono sicura che con una seconda visione matematicamente migliorerà perché ricco di piccoli indizi disseminati da tutte le parti che ti fanno lasciare la sala soddisfatta, ma allo stesso tempo pervasa da mille pensieri. Una volta fuori dalla sala ti ritrovi occupata a ricomporre i pezzi di ciò che hai visto e a chiederti quanto in fretta sia volato il tempo e qui vorrei davvero fare un applauso sentitissimo lungo almeno una decina di minuti a Tom Ford perché ormai questo mi succede davvero di rado: vorrei prenderlo in parte e ringraziarlo per le due ore di svago ben riuscito.

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Animali Notturni è uno di quei film che quando ne parli con gli amici e ti chiedono di cosa parla tu sai che se dovessi iniziare a parlarne profusamente e vagamente nel dettaglio ne rovineresti la visione altrui, ma allo stesso tempo si potrebbe dire che è un film che cercando sull’enciclopedia il significato della parola “STACCE” ci si potrebbe benissimo trovare la locandina al posto del significato. Sì, penso che forse se dovessi raccontarlo a qualcuno userei questa non-spiegazione. Animali Notturni è un film brutale nel suo essere, ma profondamente onesto, è un film che obbliga lo spettatore a pensare e a porsi domande, è un film che fondamentalmente parla di rapporti umani, ma con una sua logica perché potrebbe trattarsi di chiunque in qualsiasi contesto e per l’appunto ho adorato quella specie di cinismo di cui è pervaso dall’inizio alla fine.

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La trama di fondo è semplice e lineare: Susan Morrow, una mercante d’arte di successo, un giorno riceve per posta un pacco inaspettato dal suo ex marito Edward che non vede da diversi anni. Il pacco consiste nella bozza di un manoscritto intitolato Animali Notturni con una speciale dedica per lei, in quanto era stata ribattezzata tale, molto tempo fa da sposati perché solita alle ore piccole. Lei inizia a leggere e viene pervasa da un senso di angoscia data la violenza che caratterizza la vicenda descritta e affascinata dal gesto dell’ex marito cerca di rimettersi in contatto con lui.
Col senno di poi “il male” vendicativo presente nella narrazione si può dire si manifesti fin da subito nel film, sul piano fisico sotto forma di un apparentemente semplice taglio su un dito provocato con la carta da pacchi, per poi sfociare in pura vendetta psicologica nei confronti del personaggio di Susan, obbligata a guardarsi dentro e a riflettere sulla propria vita.
Bisogna poi tenere in considerazione la capacità non banale del regista di far provare empatia allo spettatore davanti ai personaggi di Susan e Tony che a loro volta funzionavano uno come metafora vivente dell’altra, merito senza dubbio in primis di un solido lavoro di scrittura da parte di Tom Ford, che all’oscuro dalla verità dei fatti si potrebbe quasi pensare che faccia film a una vita invece che solo da pochi anni.

Da un punto di vista estetico, sono senza dubbio palesi le influenze del cinema di Kubrick e Lynch perché in alcune scene del film era impossibile non notare la simmetria così perfetta e disturbante, o per esempio le atmosfere notturne particolari che mi hanno riportato alla mente Mulholland Drive, senza poi contare una cura per i dettagli non banale, spazi con arredi minimal, i costumi di scena dal capo più ricercato allo sciatto ma con una propria identità, e una fotografia davvero impeccabile ad opera di Seamus McGarvey (The Avengers, Espiazione, Alta Fedeltà) soprattutto in tutte quelle riprese notturne mai troppo scure, con qualche piccolo artificio qua e là.

Il cast è un altro punto di forza di questo film perché formato da una squadra di pezzi da novanta che hanno ricevuto in questi giorni una (più o meno) giusta nomination ai golden globes e ad altre premiazioni, ma non a sufficienza. Amy Adams (Enchanted, American Hustle, Her) mi piace come attrice in generale, e qui ha offerto un’interpretazione molto buona, insieme a Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Enemy, Everest) hanno dato vita a delle interpretazioni praticamente complementari sia a livello di incastri facendo un semplice discorso di montaggio che per trasporto emotivo, nonostante viaggiassero per la maggior parte del film praticamente su due binari paralleli.

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Poi c’è Michael Shannon (Groundhog Day, Revolutionary Road, Elvis & Nixon), che io sinceramente avrei nominato ai golden globes per la sua parte nei panni dello sceriffo Bobby Andes perché è spettacolare dall’inizio alla fine, soprattutto vedendo il film in lingua originale, e lo segue a ruota, ma con la nomination ai golden globes Aaron Taylor-Johnson (Nowhere Boy, Anna Karenina, Avengers Age Of Ultron) che non è da meno, e non si risparmia certo in quanto a performance, tanto che l’avrei menato brutalmente dalla prima all’ultima inquadratura.

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Ci sono inoltre altre comparsate più o meno piccole, ma sempre di alto livello: troviamo Isla Fisher, Carl Glusman, Jena Malone, Alexandra Riseborough, Armie Hammer e Michael Sheen.

Animali Notturni vale davvero la pena di essere visto al cinema (anche se ora probabilmente l’avranno già tolto) perché oltre alla spettacolarità della messa in scena meriterebbe anche solo per la bellissima colonna sonora, drammatica e malinconica, di Abel Korzeniowski (Penny Dreadful, A Single Man, W.E. – Edward e Wallis) che in dolby surround fa la sua figura.

Film senza dubbio oggetto di discussione da parte di molte persone, ma ognuno ha i suoi gusti ed è questo il bello, che però ho trovato davvero ben riuscito e quindi da parte mia promosso a pieni voti e che spero davvero di rivedere presto.

The Neon Demon (Nicolas Winding Refn – 2016)

 

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Anche quest’anno il Festival di Cannes è andato con la stessa velocità con cui è venuto e fortunatamente questa volta mi ha riportato un nuovo lavoro di uno dei miei registi preferiti in concorso. Ok, è vero, non ha vinto niente, ma non importa, il vero divertimento ormai si può dire che sia diventato un altro, cioè seguire le reazioni del pubblico della Croisette e le domande degli addetti di settore alla conferenza stampa.
Così come era accaduto per il discusso Only God Forgives, anche The Neon Demon ha fatto il suo lavoro destando scalpore, facendo abbandonare la sala alla gente che urlava allo scandalo e facendo parlare di sé rendendo “the sex pistol of cinema” una persona realizzata (o almeno, mi piace pensarlo visto che continua a dirlo da anni).

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L’8 giugno è uscito ufficialmente anche nelle sale italiane The Neon Demon e sinceramente, ora che l’ho visto e so di cosa parla mi sento una fan appagata.
Quest’anno posso tranquillamente dire di aver vinto al jackpot perché grazie a una soffiata (di una cara ragazza che anche se vive dall’altra parte del mondo è più al corrente di me su cose che accadono a 35 chilometri da casa mia) sono riuscita a partecipare all’anteprima milanese del film con tanto di master class organizzata da sky cinema che ospitava Nicolas Winding Refn in persona per parlare un po’ della sua vita e dei suoi progetti. Mi sembra superfluo dire sia stata un’esperienza bellissima, ma lo farò comunque.

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è una foto di qualità infima, abbiate pazienza ero molto lontana.

Non so bene da dove partire per parlare di questo film perché, di base, ogni film di questo regista è una cosa a sé, e anche questo nonostante la trama alquanto semplice è talmente ricco di elementi da sembrare una scatola cinese, ma ci proverò lo stesso.
Partiamo innanzitutto col mettere in chiaro che ci troviamo davanti ad un lavoro diverso dal suo solito perché per la prima volta, in una filmografia composta da lavori con un cast quasi esclusivamente maschile (o per lo meno a prevalenza maschile), qui i giochi delle parti sono ribaltati perché abbiamo a che fare con un cast composto almeno per il 90% da attrici, ci sono personaggi maschili, ma fungono quasi da semplice cornice alla vicenda. Inoltre si tratta un horror che, come di consuetudine dato il modus operandi di Refn, è caratterizzato da elementi di enorme impatto visivo, che in questo caso in particolare, per alcune atmosfere riprodotte, rimanda vagamente a Suspiria di Dario Argento.
Nonostante questa volta i dialoghi siano in proporzione maggiore rispetto a quanto riscontrato nei suoi lavori più recenti, a sopperire al comunque sempre ristretto linguaggio verbale ci sono le immagini che, insieme alla musica elettronica ipnotica della colonna sonora anche questa volta composta dall’ormai “socio” Cliff Martinez (della serie squadra che vince, non si cambia), e le luci risultano sempre gli elementi chiave a farla da padrone e diventano i veri personaggi aggiunti nella narrazione.

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Per la questione che nulla è casuale la location a fare da sfondo alla vicenda l’ho trovata oltremodo interessante e, senza dubbio, non banale perché si sposa alla perfezione con le dinamiche della storia.
Dato che parliamo di un mondo farlocco e patinato per antonomasia, di conseguenza, quale luogo migliore di una città come Los Angeles per ambientare un horror al femminile dove tutto è statico, c’è sempre il sole e la cosa più importante è la bellezza ad ogni costo?. Ok a me è venuto in mente anche una sorta di deja vu con Maps To The Stars di David Cronenberg per certi versi, mentre guardavo The Neon Demon, ma qui la storia è diversa.
Lo spettatore si trova davanti un mondo a sé stante, quasi una sorta di mini universo parallelo fatto di glitter e chirurgia plastica.

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L’ossessione di poter fermare il tempo sul proprio corpo per assicurarsi un posto nel mondo patinato della moda e lavorare, anche se ormai a 21 anni si è già praticamente carne da macello, è alle stelle e la routine è destabilizzata dall’arrivo della sedicenne Jesse, interpretata dalla giovanissima (al momento delle riprese davvero sedicenne), ma già bravissima Elle Fanning (Maleficent, Trumbo, Babel) perfetta nel contesto in cui è inserita, con una recitazione sempre misurata al punto giusto. Data l’età e la sua bellezza naturale, il suo personaggio ruba la scena a modelle più navigate e con più esperienza diventando a sua volta sia oggetto di desiderio che motivo di invidia in egual misura.
Jesse si insinua dapprima ingenuamente in questa giungla di cemento senza scrupoli e pronta a divorare chiunque come una Cenerentola dei giorni nostri lasciando il segno in chi incontra, che non è sempre la personificazione del bene, facendo slalom per quanto possibile tra numerose insidie che lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.

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The Neon Demon è quello che chiameremmo una favola dark senza scrupoli confezionata con l’ausilio di una realtà intensificata dove, davvero, tutto è concesso, ma nulla di ciò che accade è fine a sé stesso. Si tratta di un film con un tema di fondo in grado di far emergere tutta la spietatezza umana rivelando una realtà inquietante anche se fondamentalmente romanzata. Nicolas Winding Refn rispetto al lavoro profondamente concettuale svolto per Only God Forgives questa volta lascia meno spazio ai manierismi, ma nonostante tutto mantiene certi artifici registici già visti nella sua produzione, in bilico tra scenari caleidoscopici, giochi di specchi e luci e forme geometriche che guidano le congetture dello spettatore anche verso potenziali interpretazioni esoteriche.

Quindi, per concludere, le aspettative alte e il fomento pre visione sono state totalmente ripagate in pieno e il film merita tantissimo, quindi se avete la fortuna di vivere in una zona con una sala che lo trasmette andate a vederlo.

Captain America: Civil War (Joe Russo, Anthony Russo – 2016)

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sappiate che se non avete ancora visto questo film vi sconsiglio di leggere perché io ci ho provato, ma parlare dei film della Marvel senza spoilerare almeno in minima parte è praticamente impossibile.

Non sono sparita, volevo darvi sta notizia.
Il fatto è che sono stata molto occupata tutto lo scorso mese e, nel frattempo, tra una cosa e l’altra sono anche andata al cinema, perché maggio era gia sulla carta un mese zeppo di uscite.

Il nocciolo della storia è che sono andata a vedere Captain America: Civil War e mi è piaciuto molto, ma non preoccupatevi qualcosa lo dico. Perdonate i tempi biblici.

Prima di tutto puntualizziamo che non sono mai stata una rompiscatole per quanto riguarda le differenze fra la trama dei fumetti e trama dei film e non ho certo intenzione di incominciare a farlo ora. Lo so che per tante ragioni è difficile trovare qualcuno che renda alla perfezione la storyline ecc, ma poi in ogni caso fumetti e cinema sono due canali diversi che richiedono un diverso approccio e la Marvel nonostante abbia intrapreso la via spesso insidiosa del fanservice, con i suoi alti e bassi, ha bene o male sempre cavato fuori cose buone. I fratelli Russo ho imparato ad amarli davvero con Captain America The Winter Soldier e sono stata felice di sapere, a suo tempo, che erano stati riconfermati per questo capitolo. E’ stata una delle poche volte in cui mi sono sentita di fidarmi a scatola chiusa, per fortuna ho avuto ragione.

Quindi dicevamo: Civil War non c’entra molto con i fumetti.
Questo è un limite? lo pensavo anch’io, ma i due registi sono riusciti a dare un senso a tutto quanto lo stesso tenendo in equilibrio tante cose diverse che in mano ad altri registi forse sarebbero state gestite in modo peggiore.
Civil War è migliore di The Winter Soldier? no, ma a mio parere si avvicina di molto all’egual bellezza. Ok, tutto sommato ha delle cose che mi hanno fatto storcere il naso, ma le accetto lo stesso perché cosa devi fare? e poi vabbè because $oldi, ma a questo punto direi che sappiamo tutti come funzionano i franchise (Bimboragno sto parlando con te) quindi penso sia inutile spenderci ulteriori parole a riguardo.

Nonostante la mole di campagne promozionali messe in atto per pubblicizzare questo film il succo è che si potevano risparmiare il disturbo, perché si va bene, l’hype l’avete creato, ma anche tante paranoie. A me piacciono gli Avengers perché ad ogni modo ognuno di loro ha le sue qualità e difetti che funzionano bene e il pensiero di vederli spaccati a lottare uno contro l’altro (oltretutto dopo aver saputo che era stata un’idea dall’alto perché era il trend dell’anno ero anche un po’ infastidita) mi si stringeva il cuore (perchè io non ho più un Avenger preferito, mi piacciono tutti) quindi figuriamoci vedere un film intero con questa prospettiva, ma è andata, perché sì, nonostante questo escamotage sia stato creato sulla falsariga di Batman vs Superman (che non ho visto) la storia ha funzionato egregiamente.

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Captain America: Civil War, cronologicamente parlando, è posizionato dopo i fatti di Age of Ultron e Ant-Man e si apre con uno scenario politico in cui gli Avengers, in seguito ad un’ennesima esplosione sfuggita al controllo e una serie di vittime e feriti accidentali nel corso di un’operazione, sono percepiti per la prima volta come un’entità pericolosa e da tenere sotto controllo, perché se è vero che hanno aiutato l’umanità di conseguenza a loro modo è anche vero che sono stati una minaccia in grado di portare devastazione e scompiglio. Questo ha indotto alla stipulazione degli Accordi di Sokovia per monitorare il raggio d’azione dei supereroi. Ovviamente non tutti sono propensi alla firma degli accordi e qui scatta il famoso schieramento tanto sbandierato in fase promozionale: praticamente se ti schieri con Stark stai agendo secondo la legge, se ti schieri con Rogers sei una persona che disobbedisce (ma quando mai).

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In più non dimentichiamoci che con Captain America The Winter Soldier abbiamo assistito alla comparsa sulle scene in modo ufficiale di Bucky Barnes post brainwash sovietico e relativo momento altamente angst di fallito riavvicinamento tra lui e Steve Rogers, cosa che invece viene portata a termine in Civil War con tutta una serie di complicazioni annesse. Ok, principalmente si potrebbe dire che tutta la trilogia di Captain America è l’equivalente di una trilogia collaterale incentrata su Bucky Barnes, ma sotto forma di fanfiction dei fumetti stessi che fa perno sull’amicizia dei due e che comunque non la rende meno bella. In tale proposito vorrei aprire una parentesi sulla bravura di Sebastian Stan (Captain America: The Winter Soldier, The Martian) che è uno di quegli attori che riesce a dire mille cose anche senza dire una parola, ma recitando con gli occhi. Qui secondo me subentra la bravura degli sceneggiatori perché, voglio dire, se tu sai che non dovresti odiare il soldato d’inverno in quanto vittima loro riportano in auge scenari tragici che ti faranno vivere male per tutta la durata della pellicola incastrando i vari pezzi del puzzle.

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Senza entrare nei dettagli, diciamo che arrivi alla conclusione inevitabile per cui in ogni caso non ha ragione nessuno e pensi anche che forse nemmeno tutti i torti li abbia il villan della pellicola, che scusate, ma contro ogni più oscura previsione dal mio punto di vista (e grazie al cielo anche secondo tante altre persone) è uno dei migliori visti finora. Helmut Zemo, qui interpretato da Daniel Brühl (Inglourious Basterds, Rush, Burnt), non c’entra niente con il Baron Zemo dei fumetti perché stravolto dagli sceneggiatori (e voi che urlavate all’oltraggio solo perché non aveva il volto coperto, carini. E’ vero, anche io avevo paura perché lo fa uno dei miei attori preferiti e mi preparavo impallidendo a non sapere come difenderlo, ma è andata bene), ma alla luce dei fatti anche così ha un suo senso. Soprattutto bisogna dargli atto che al contrario di altri occupati a tentare di assoggettare popoli o minacciare la distruzione del globo lui pensa a distruggere gli Avengers da dentro come un cavallo di troia spezzando legami e alleanze fino al rischio di incrinarle in modo serio.

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Che poi tanto s’è detto, ma a me alla fine piacciono i supereroi con le paturnie, quindi se ci mettete il drama così in questo modo, io vado a nozze anche se questi, poveretti, mi soffrono così. La cosa che mi sconcerta ancora oggi è come siano riusciti a farmi affezionare cosi tanto alla saga dell’MCU alla quale tenevo meno in assoluto. Chapeau.

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Steve Rogers, interpretato da Chris Evans (The Avengers, Snowpiercer, The Losers) è sempre fatto a modo suo ma va meglio rispetto a prima, nel frattempo ha legato con Sam Wilson, o meglio Falcon, interpretato da Anthony Mackie (Captain America: The Winter Soldier, Ant-Man, 8 Mile). Se nel capitolo precedente l’aveva ritrovata dopo settant’anni di congelamento ora deve dire addio a Peggy Carter, interpretata da Hayley Atwell (Agent Carter, Captain America, Cinderella) anche se si è consolato in fretta. Rogers cerca comunque in tutti i modi di mantenere l’ultimo legame che gli è rimasto con il passato tentando di recuperare il rapporto con Bucky Barnes e salvarlo.

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In questo nuovo capitolo, poi, incontriamo un altro membro dell’MCU, cioè Black Panther, interpretato da Chadwick Boseman (Gods of Egypt, Get On Up) che prima tenderesti a odiare, ma ha i suoi motivi e alla fine lo capisci e ti ricredi anche su di lui. Che poi, tra l’altro ha anche un costume fighissimo. Parliamone.

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In un clima generale di incomprensioni e liti interne un punto di forza di questo film è senz’altro l’equilibrio tra momenti drammatici, azione e ironia che danno sempre un certo ritmo alla narrazione e lo rendono godibilissimo dall’inizio alla fine senza problemi. Ho letto diversi pareri contrastanti in queste ultime settimane riguardo il film e sono dell’opinione che nel complesso con il lavoro che è stato fatto con i film precedenti questo non abbia niente di particolare da rimproverarsi. Contrariamente a quanto si possa pensare non sono una persona che cerca di farsi piacere per forza le cose anzi, so essere molto pignola e fastidiosa se mi ci metto, però cerco di essere obiettiva e tendo ad analizzare le cose come mi vengono presentate.
Il punto è che visto l’andazzo sono dell’opinione che, per come vanno le cose nell’universo espanso cinematografico, Captain America: Civil War sia un buonissimo lavoro di scrittura e a tutti gli effetti uno dei migliori prodotti dalla Marvel anche se con qualche piccolo neo (poi siete liberissimi di pensarla diversamente).

Ora farò un piccolo elenco dei “nei”:

  • Steve, hai appena seppellito Peggy Carter e ti metti a provarci con la nipote?
  • Se proprio vogliamo ragionare a fazioni allora Black Widow dalla parte di Stark così a priori non l’ho digerita tanto. Nat il tuo passato nel KGB con Bucky lo lasciamo nella cella frigorifera? però mi si è intenerito il cuore di fangirl con quello straccio di “almeno potresti ricordarti di me” mentre si menavano (no scherzavo, I WANT MORE. Fatelo lo spin off sul soldato d’inverno e la vedova nera, vi prego.. netflix mi senti???).
  • Mi mettete nel cast Martin Freeman e lo usate 5 minuti?
  • L’ho gia detto prima, ma mi ripeto volentieri, vivevamo bene lo stesso anche senza Spider Man.
  • Black Panther pensavo avesse un ruolo più …grande. No, non è il termine adatto. Si capisce?
  • Mi avete perso per strada il “Posso andare avanti tutto il giorno” (“I could do this all day”) di Steve per rimpiazzarmelo con un banalissimo “Io non sono stanco” (DAVERO???) mentre lottava contro Stark. Son, just don’t.

a parte questo, direi tutto bene.

No, aspettate! Poi in realtà c’è stato anche un bel momento vintage e anche un po’ strizzata d’occhio alla mia infanzia che ho adorato particolarmente e, paradossalmente, riguarda proprio la scena di Spider Man. Se siete nati/e negli anni 80 e siete cresciuti/e con le romantic comedies dell’epoca non potete non aver fatto caso alla reunion almeno a livello di casting tra Robert Downey Jr. e Marisa Tomei (“la zia gnocca”).

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Se in Captain America: The Winter Soldier stavo urlando internamente perché sulla lapide di Nick Fury c’erano riportati i versi di Ezekiele di Pulp Fiction qui allora figuriamoci per il riferimento a Only You di Norman Jewison (che tra l’altro adesso arriva l’estate e sicuramente rimanderanno in tv di sabato mattina come d’abitudine)

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Prometto che ho finito.

A Royal Night Out (Julian Jarrold – 2016)

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I reali inglesi, dai film ad ispirazione shakespeariana fino ad oggi, sono stati i protagonisti di svariati sceneggiati nel corso degli anni, ma più nello specifico, negli ultimi anni l’obiettivo si è spostato su un periodo storico preciso, un momento particolare per la monarchia: Re Giorgio VI e tutto ciò che gli ruota intorno.
Nel corso degli ultimi anni, ben tre film si sono occupati di questa porzione di novecento e parlo rispettivamente del bellissimo Il Discorso del Re, vincitore di svariati premi oscar all’edizione 2010, con Tom Hooper alla regia. Film che si è focalizzato sulla balbuzie del monarca, portata in scena egregiamente da Colin Firth.
Successivamente, un paio di anni dopo, miss Veronica Ciccone ci ha messo del suo fresca di divorzio da Guy Ritchie, dirigendo il suo secondo film puntando la telecamera sull’altra porzione della famiglia reale più strettamente imparentata con Re Giorgio VI, ovvero il fratello Edoardo VIII. Edoardo VIII è colui che è stato Re per neanche un anno abdicando per amore di Wallis Simpson ed il risultato è quell’operazione, a mio parere poco riuscita (quasi un guilty pleasure in realtà perché ha un gran cast, la fotografia di una campagna pubblicitaria di Chanel, manierismi registici di troppo, troppa carne al fuoco mal sviluppata) che il pubblico conosce come W.\E. o Edward e Wallis, film presentato a suo tempo al festival di Venezia.

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A Royal Night Out di Julian Jarrold invece, diversamente dalle operazioni precedenti, si concentra sulle figlie di Re Giorgio VI: Elisabetta II e Margareth da giovani.
La vicenda si svolge nientemeno che la notte dell’8 maggio 1945, il cosiddetto V-E Day (o Victory in Europe Day), il giorno della resa delle forze armate naziste in Europa che poneva fine al secondo conflitto mondiale.
La storia è semplice, ispirata a fatti realmente accaduti sebbene romanzata, affronta il tutto con l’utilizzo dello stratagemma narrativo della favola perché abbiamo a che fare in un certo senso con la vicenda di Cenerentola, ma al contrario nonostante sia comunque piena di imprevisti.
Se la prima, proveniente dalla bassa società, aspirava ad andare al ballo qui troviamo membri della famiglia reale che desiderano “vedere il mondo” mischiandosi tra la gente comune in una circostanza particolare dove non c’è differenza di ceto sociale, in seguito a tanti anni di reclusione a palazzo per una questione di etichetta.

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Il tutto si condensa in un giro rocambolesco lungo palazzi e vie del centro di una Londra sovraffollata e caotica, in festa, a tratti labirintica tra bassifondi e quartieri benestanti ed è anche un po’ questo il bello di questo film.
A Royal Night Out è film gradevole che non offre mai particolari guizzi che facciano urlare al miracolo, ma anzi svolge un’opera di distruzione dei canoni per cui i componenti della famiglia reale vengono spogliati della propria aura e rappresentati come persone comuni di una famiglia qualunque con preoccupazioni e pensieri della banale vita di tutti i giorni. Viene quindi portata alla ribalta un’immagine semplice, priva di cerimoniali. Il film per tutta la sua durata rimane tutto sommato sempre piuttosto stabile nei toni generali rischiando addirittura a tratti di essere un po’ prevedibile, ma la sua porzione di intrattenimento non si fa mancare.
Il cast è composto da attori che apprezzo da tempo e sono sempre una certezza (anche se in questa pellicola si sono visti poco), sto parlando di Emily Watson (War Horse, Everest, Red Dragon) e Rupert Everett (Il Matrimonio del mio Migliore Amico, L’Importanza di Chiamarsi Ernest, Hysteria), ma ci sono anche la bravissima Sarah Gadon (Enemy, Maps To The Stars) nei panni di Elisabetta, misurata e prudente e la giovane Bel Powley (Diario di una Teenager) nel ruolo di Margareth, sopra le righe e spericolata.

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Il motivo per cui ho deciso fosse una buona idea vederlo è legato, per certi versi, al solito collegamento banale che mi frega sempre, cioè: commedia inglese + Rupert Everett + Emily Watson + bella fotografia vintage = bel film, ma la realtà lo rispecchia solo per un settanta percento. Cioè per essere chiara, è tutt’altro che una ciofeca per come ne parlo. Il punto è che essendo stata influenzata molto dal trailer pensavo o meglio speravo di divertirmi di più, ma come ho detto, non è un limite. Ciò non toglie che A Royal Night Out sia un ottimo rimedio alla noia pomeridiana domenicale, in grado di farvi passare in modo piacevole due orette.

Prima di lasciarci devo esternare due cose:

  1. Perché anche questo film l’avete venduto al pubblico usando la formula di UNA NOTTE DA LEONI (che adoro, sia chiaro) usando lo stesso font nella locandina oltre al titolo? Il titolo italiano è UNA NOTTE CON LA REGINA. Per carità è oggettivamente vero, quella è la “futura” regina, niente da dire, ma… insomma… dovete per forza venderlo al pubblico come qualcosa che faccia ridere come nelle commedie americane? Smettetela vi prego.
  2. Cos’è successo a Rupert Everett? mi viene da piangere. Posso capire l’invecchiamento, posso capire tutto, ma quanto è gonfio in faccia? qualche anno fa non era così! Vi prego venite in mio soccorso nei commenti e ditemi che è solo ed esclusivamente tutta colpa del trucco perché mi piange il cuore.

Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti – 2016)

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Ne approfitto ora che ho almeno una percentuale accettabile di ossigeno che arriva al mio cervello per scrivere perché altrimenti finisce che non lo faccio più (grazie influenza). Sono andata a vedere Lo Chiamavano Jeeg Robot un paio di settimane fa e sono uscita dalla sala esaltata in modo assurdo come (trattandosi di un film sui supereroi faccio un paragone sui generis) solo dopo essere uscita dalla proiezione di Captain America: The Winter Soldier e chi mi conosce sa che dicendo una cosa del genere sto facendo un complimento al film di Mainetti grosso come una casa. Volevo riordinare le idee, poi tra una cosa e l’altra e in ultimo l’influenza ho dovuto cedere ed aspettare tempi migliori.

Tecnicamente sarei in ritardassimo sulla tabella di marcia, ma invece NO! Alla fine sono sul pezzo lo stesso perché ieri hanno annunciato le nominations ai David di Donatello 2016 il film è in corsa per ben 16 premi e sono meritatissimi.

Gabriele Mainetti, il regista, l’ho conosciuto per caso alcuni anni fa, quando c’era ancora coming soon television. Nonostante in quel periodo ci fosse già la tristezza infinita del ciclo perpetuo di trailer, qualche volta sui pasti mi capitava di beccare uno spazio dedicato ai cortometraggi. Un giorno mi sono ritrovata a vedere il corto di Tiger Boy diretto da lui, e il fatto è che me lo ricordo ancora benissimo perché vuoi la particolarità del personaggio, vuoi la crudezza del soggetto mi era piaciuto molto il lavoro fatto.
Quando ho sentito parlare di Lo Chiamavano Jeeg Robot per la prima volta parliamo di un anno fa, al Lucca Comics prima e poi al Festival del Cinema di Roma, non avevo idea ci fosse lui alla regia, o meglio ci ho messo un secolo a capire che stavamo parlando della stessa persona alla regia. Quindi se prima a vederlo ci sarei andata un po’ per il cast (vi piacciano o no gli attori italiani non mi interessa) perché Santamaria e Marinelli sono oggettivamente bravi, poi perché ormai ero curiosa e un po’ per avere argomenti da sfoderare davanti al solito branco di leoni da tastiera che invadono i commenti delle pagine di cinema (vi giuro che la mia vita non è cosi triste, ma ogni tanto l’occhio ti cade e ti sale il genocidio), una volta collegate le cose la voglia di vedere il film mi è aumentata ancora di più.

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C’è che vi dovete arrendere all’evidenza che anche in Italia si riescono a fare cose originali e con un certo appeal sul pubblico, perché che vi piacciano le produzioni italiane o no questo film è davvero fatto bene oltre che essere autoironico e innovativo soprattutto per il nostro paese, nel senso che nonostante magari l’idea di un supereroe coatto, a naso, vi possa sembrare quanto di più assurdo mai proposto, la realtà dei fatti è molto diversa.

Vedendo Lo chiamavano Jeeg Robot, prima di tutto, mi sono esaltata tantissimo perché non ci sono mezze misure per il politically incorrect. Ci ho trovato cose che di solito capita di vedere più che altro nei fumetti (cioè intesi come carta stampata) e quindi ci allontaniamo anche da quel mondo patinato dei cinecomics americani di più recente produzione, ad eccezione di Watchmen di Snyder perché forse quello per violenza ci si avvicina un pochino.

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Come per le storie classiche di supereroi c’è la genesi ed il setting losco di turno e il film di Mainetti non si fa mancare nulla scavando anche nella malavita romana, con spaccio di droga e la camorra. Lo chiamavano Jeeg Robot è un film dai toni molto cupi, i temi sono tanto attuali quanto crudi e gli scenari non lasciano spazio all’interpretazione, ma si prestano alla perfezione per lo sviluppo della trama con una scrittura brillante in grado comunque di strappare una risata allo spettatore, poi c’è l’immaginario nipponico dell’omonimo cartone animato che tutti abbiamo visto anche solo di sfuggita a fare da collante ed espediente nella narrazione.

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Parlando, in senso stretto, di personaggi ho trovato fantastico il modo in cui sono stati dipinti, ovvero degli insospettabili signori qualunque che travolti dagli eventi si trovano ad avere tra le mani le sorti di tante persone nel bene e nel male. Ed è per questo, ad esempio, che un personaggio come Enzo Ceccotti risulta credibile, grazie anche alla performance di Claudio Santamaria (Romanzo Criminale, Almost Blue, Torneranno i Prati) che come al solito si cimenta con personaggi cupi e in questa circostanza in particolare è bravissimo a svelare a poco a poco la vera personalità del suo personaggio fino a renderlo gradevole agli occhi dello spettatore. La vera rivelazione del film è un’attrice, Ilenia Pastorelli, che non conoscevo per niente, ma ho trovato perfetta nel ruolo di Alessia. E’ stata bravissima nel dare vita ad un personaggio tanto fragile, problematico e complesso ed allo stesso tempo forte e fondamentale nello lo svolgersi degli eventi.

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E poi c’è quello che si è rivelato il mattatore del film, un po’ perché i villain occupano sempre un posto privilegiato in termini di gradimento, ma sono convinta che non sarebbero riusciti a trovare di meglio sulla piazza nemmeno impegnandosi. Luca Marinelli (La Solitudine dei Numeri Primi, La Grande Bellezza, Tutti i Santi Giorni) è meravigliosamente sopra le righe nei panni dello Zingaro. Abbiamo a che fare con quel tipo di villain quasi caricaturale con manie di grandezza (e anche terribilmente attuale con delle critiche alla sovraesposizione mediatica), fisime (ormai rido quando vedo un barattolo di amuchina), gusto nel vestire piuttosto trash con una fissa per Anna Oxa e la Berte che one loves to hate e non può farne a meno.

Riassumendo, il film consiste in due ore di intrattenimento che consiglio a chiunque, soprattutto mi hanno fatto un sacco ridere quei disfattisti che prima ancora che iniziasse la promozione erano già pronti a parlarne male a scatola chiusa e invece ora urlano “CULT ASSOLUTO”. Siete bellissimi.

Concludo con due perle musicali strettamente legate al film, perché abbiamo anche attori che cantano e ci piace sbandierarlo.