Ghostbusters (Paul Feig – 2016)

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E’ il 30 dicembre, quest’anno ho scritto meno di quanto speravo di fare, ma un’ultima cosa prima di mandare a quel paese il 2016 voglio dirla. In realtà volevo fare un post su Rogue One, volevo anche tornare a vederlo perché mi è piaciuto tantissimo ecc ecc ma poi è morta Carrie Fisher e sono piombata nella tristezza più profonda da almeno tre giorni quindi eventualmente l’argomento lo riaprirò più avanti (magari quando riuscirò a rivedere il film).

Oggi volevo spendere due parole su uno dei film più bistrattati a scatola chiusa dell’anno, un film che sembra avere ammazzato il gatto il cane e il criceto a mezzo mondo.
No, non sto parlando di Batman v Superman (quello devo ancora vederlo), né di Suicide Squad (anche quello devo ancora vederlo, ma prima devo entrare in fase zen per digerire la visione di menasfiga nella parte di Joker), sto parlando di Ghostbusters.
Esatto, Ghostbusters la versione “in gonnella”.

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Alla luce di un paio di mie updates precedenti vi sarà ormai chiaro il mio rapporto contorto con rimaneggiamenti e sequel o reboot e, beh, questo non fa eccezioni, ma col tempo mi sono intenerita, mi sono decisa a guardarlo perché alla fine ero curiosa e perché ho trovato profondamente ingiusto il declassamento del film a priori solo perché il cast era di sesso femminile.
Oltre al fatto di essere una donzella in prima persona, quindi  sentitami pugnalata ai livelli di “le donne devono stare in cucina” o “si ma guardi le partite di calcio perché ti piacciono i calciatori” (effettivamente trovo i pixel degli streaming mediorientali davvero sexy, per non parlare delle telecronache in arabo incomprensibili), “si ma le donne non sanno cos’è un fuorigioco” (su questo potremmo aprire un capitolo a parte), “si ma ti piace questo gruppo perché c’è il cantante figo” (scommetto che gli uomini girano con i paraocchi come i cavalli), mi è sembrato davvero degradante a livello umano e professionale perché ritengo che un film possa fare benissimo schifo nonostante i migliori propositi per tanti motivi, ma non certo perché a interpretarlo ci sono principalmente donne.
I veri motivi per cui un film possa far schifo, semmai, sono: la scrittura pessima, recitazione alla Corinna Negri, idee zero, il volerla far fuori dal vaso con digressioni inutili che trasformano il film in mappazzone, uno snaturamento della pellicola in caso di reboot (per esempio Halloween di Rob Zombie) e potrei andare avanti, ma in questo caso direi che non è andata così male come la dipingevano perché si é voluta tentare un’altra strada e il risultato non è stato pessimo.
Come ho detto tempo fa, l’importante è che qualcuno ci metta idee originali e poi in tal caso se ne può benissimo parlare, anche prendendo le cose con le pinze.

Premesso che io non ricordo esattamente in modo lucido la prima volta che ho visto il primo Ghostbusters, ma ero molto piccola e da quel momento in poi ogni volta che lo hanno dato in tv, sequel incluso, per me è sempre esistito e l’ho sempre guardato quindi potete immaginare quanto io ci sia affezionata, contando che è come se fosse sempre esistito per me. Questa nuova versione tutto sommato non mi ha distrutto l’esistenza anche se pur dopo averlo visto continuo ad essere convinta del fatto che questo film sia inutile e probabilmente non farà la storia del cinema se non per le polemiche tirate su.

Il film di Paul Feig non è assolutamente un capolavoro, è lontano dall’essere considerato tale, ma si regge sulle sue gambe e tanto mi basta. In un certo senso è come se fosse un mix tra i due film originali, con delle varianti qua e là.
Il cast è di ottimo livello e ciò che conta in questi casi è proporre personaggi con una propria identità, ma allo stesso tempo dare un appiglio ai vecchi fans e l’obbiettivo è stato centrato. fu_ghostbusters_movie_tg_140603_16x9_992
I personaggi del reboot sono l’esatto equivalente femminile del Peter Venkman di Bill Murray, del Ray Stantz di Dan Aykroyd, l’Egon Spengler di Harold Ramis e il Winston Zeddmore di Ernie Hudson grazie alle performances riuscitissime di Melissa McCarthy, Kate McKinnon, Kristen Wiig e Leslie Jones con, anzi, alcune sfumature in più che non stonano per niente dando invece così una ventata di aria fresca al genere.rs-247917-ghostbusters-2016-movie-review-7ec18525-e3ac-4836-bfb8-aeb0aebcc9d1
Abbiamo inoltre una versione maschile di segretaria nel ruolo della rossa Janine, solo sotto forma di bionda troppo stupida per vivere e oltre la caricatura, con l’interpretazione di un bravissimo Chris Hemsworth che si presta a siparietti davvero ridicoli, ma totalmente in parte.
I fantasmi e gli effetti speciali sono logicamente frutto di un CGI nettamente superiore rispetto a quello disponibile negli anni ottanta, ciononostante ho trovato alcune scelte trascurabili anche se una sorta di tributo come l’omino di marshmallows, cioè in poche parole secondo me bastava Slimer.

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Non c’è Gozer il Gozeriano e nemmeno Vigo il Carpatico nel senso di qualcuno che comunque abbia una presenza scenica da bloccare la crescita ai bambini, ma un’entità con più senso dell’umorismo in tutti i sensi e questo secondo me azzoppa un po’ il tutto, perché anche i film degli anni 80 puntavano sull’intrattenimento e quant’altro, ma vuoi gli effetti speciali e trucco old school, vuoi i toni più cupi e minacciosi mentre qui la fotografia è molto più chiara e i toni distesi ma in alcuni momenti isolati lo humor è davvero demenziale e io mi stavo un po’ annoiando, devo ammetterlo, però a parte questo e il doppiaggio che mi ha fatto dire un paio di volte “meh, sicuro in lingua originale migliora” è un film godibile, buono per passare due orette di svago senza pretese.
Sarà che noi negli anni ottanta siamo stati “traumatizzati” da piccoli con le creature animate meccanicamente dei vari film di fantascienza che a volte non avevano proprio un aspetto childhood-friendly, ma non mi sembra siamo cresciuti così male da dover dare un tono così tanto spensierato a Ghostbusters, però se può avvicinare un pubblico nuovo di bambini ben venga.
Personalmente il film di Feig lo rivedrei, anche se comunque non lo baratterei mai con i precedenti: non ti fa rotolare a terra dal ridere, ma è divertente ed è pervaso da una sorta di cameratismo femminile nerd che non ci fa schifo.

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Cult o Remake: Halloween 

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Diciamo che puntuale come ogni anno è tornata la festa delle zucche e siccome un anno fa ho dato fuoco alle polveri a riguardo, sciorinando una lista di consigli di visione a tema gothic romance, questa volta ho capito che un altro post su questa festa ci voleva lo stesso, ma un po’ per caso e un po’ no, mesi fa ho guardato un film che mezzo mondo aveva già visto quando è uscito nelle sale tempo addietro mentre io invece non sono mai stata convinta al 100% di guardare. Quindi oggi ho pensato che forse, in un certo senso, avrei potuto dare una mano a qualcuno a scegliere cosa guardare per passare la festa di Halloween e magari, che ne so, potremmo anche finire parlare di quale preferite tra i due (nel caso in cui li aveste visti entrambi).
Oltretutto questi due film sono, per assurdo, e in senso molto (mooooolto) generale (per fortuna non è morto nessuno finora, credo) quanto di più attuale ci sia perché a sentire le notizie, quelli che si travestono da clown e si posizionano sul ciglio della strada per terrorizzare la gente oltre a non farmi particolarmente effetto perché vaccinata dal caro Pennywise mi ha fatto pensare alla maschera di Michael Myers. O meglio, più che alla maschera in sé a come compare nel primo film a lui dedicato.

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Momento terminologia horror for dummies (nel senso che io per prima non mi dilungo e non saprei come farlo quindi parliamo terra terra) 

Halloween è uno slasher movie e per chi non lo sapesse i cosiddetti film slasher possono essere raggruppati a loro volta in un sottogenere dell’horror. Gli slashers hanno come particolarità la presenza della figura di uno psicopatico di turno il cui obiettivo principale è fare stalking a più persone e ucciderle senza pietà con l’ausilio di lame o affini (nel nostro caso un coltello da cucina che Rambo è un pivello).
Alla base di tutto c’è sempre un fatto scatenante avvenuto in gioventù nella vita del killer che determinà il susseguirsi degli eventi catastrofici di cui è artefice ed inoltre una delle figure chiave di questo genere di film è la figura di una ragazza, di solito giovane e vergine che riesce a cavarsela e a mettersi in salvo entro la fine del film.

Arriviamo al punto: di norma sono contraria ai remakes, l’ho spiegato tempo fa. Sono convinta che se chi di dovere e coi mezzi si sforzasse davvero a trovare nuove storie da raccontare io sarei a un passo più in là dalla gastrite, ma non è così che va il mondo e allora dobbiamo tenerceli così e scegliere accuratamente come passare il nostro tempo, ma qualche volta la pigrizia ti porta a guardare tutto ma proprio tutto in tv ed è lì che a volte arrivano le illuminazioni (a volte).

Ho visto il remake di Rob Zombie del primo capitolo di Halloween. Sì, l’ho visto quest’anno perché lo passavano in tv, in quel momento, ed erano passati i 5 minuti standard che mi do di norma per decidere se dedicare il mio tempo ad un film o no.

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Vorrei mettere in chiaro una cosa da subito, io adoro Rob Zombie musicista e, consapevole del fatto che lui ha da sempre basato la carriera sulla passione per l’imagery horror dai mostri della Hammer in poi, il passo verso la cinematografia mi è sembrato non dico scontato, ma probabile. Tuttavia, nell’ormai lontano 2007 non ho potuto fare a meno di chiedermi la solita domanda da rompi coglioni che mi contraddistingue: “PERCHE’?”.

Ci sono film che sono ormai, bene o male, delle pietre miliari della cinematografia e parte del retaggio culturale di tutti e il film di John Carpenter del 1978 ne è un palese esempio. Prendere un personaggio iconico e rimaneggiarlo a distanza di anni è sempre un rischio, a maggior ragione prenderne uno come Michael Myers. Non li ho visti tutti i capitoli di Halloween, ma è anche vero che quello che ricordo meglio e ho visto più volte è il primo e quindi un po’ di fastidio sotto pelle giustificatemelo. Prima di tutto, se proprio vogliamo essere fiscali, nel film di Rob Zombie secondo me c’è un problema e mi riferisco alla durata del film: il film originale dura la bellezza di 91 minuti, la versione del 2007 dura 110 minuti. Sì, va bene non è una differenza abissale, ma si sente, eccome, e non è solo un semplice problema di durata, ma come si decide di sviluppare la narrazione.

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Entrambi i film raccontano fondamentalmente la stessa storia, ma da due punti di vista diversi con alcune differenze tra loro.
Il film di John Carpenter è “veloce”, nel senso che scorre via liscio come l’olio e privo di flashback, una volta svelata la genesi appena abbozzata di Michael, con relativa fuga dall’ospedale psichiatrico l’obiettivo si sposta su Laurie (Jamie Lee Curtis) e le sue amiche dando quindi un più ampio spazio al senso di “anticipation” e un senso di “uncomfortableness” che poi porterà con i suoi tempi al climax vero e proprio.

Nel film di Rob Zombie tutto questo accade, ma con tempistiche diverse dato che tutto quanto è focalizzato in senso stretto sulla storia personale di Michael.halloween-rob-zombie1 Personalmente l’ho trovato un film lento e mi spiace davvero da morire affermarlo.
Incontriamo Michael già da piccolo isolato e taciturno, in un certo senso vittima di bullismo a scuola e pervaso dalla follia omicida, per poi vederlo crescere in struttura con evidenti segni di instabilità e problemi comunicativi, sempre con la figura materna intorno (interpretata da Sheri Moon Zombie).
In questo, bisogna dare atto al fatto che il remake ha un pregio perché nonostante Rob Zombie, sfruttando palesemente l’aura di misticismo sviluppatasi intorno alla figura di Michael in tutti questi anni, miri a farci provare empatia per Myers ha trovato due attori dalla presenza scenica davvero buona, tali Daeg Faerch nei panni del giovane Michael e il “gigante” Tyler Mane (ex wrestler e anche il primo Sabertooth degli X-MEN sul grande schermo, e in tale proposito vorrei dire ti voglio bene Liev Schreiber, ma non eri abbastanza bestia) per il Michael adulto.
halloween2007Entrambi bravi a trasmettere una buona dose di angoscia dietro quelle maschere di cartapesta a forma di jack-o lantern, ma non è bastato perché Mane, in particolare, non mi ha convinta fino in fondo nelle movenze come invece aveva fatto a suo tempo Tony Moran nel film originale. A Mane mancava una specie di tempismo nelle reazioni “improvvise” che forse avrebbe potuto giovare alla miglior riuscita del film.

Nel film del 1978 ci sono alcune sequenze che ti fanno dubitare fino all’ultimo che la vittima possa essere al sicuro e sarà che forse per suggestione sapevo già come sarebbe andata a finire, o forse ero semplicemente prevenuta, ma quando ho visto il remake questa cosa non mi è arrivata allo stesso modo. Nel film di Carpenter ci sono dei momenti registici bellissimi dove vengono sfruttate sequenze in penombra al massimo giocando così con l’immaginazione dello spettatore.

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Se il film del 1978 aveva delle tempistiche perfette, nella sua freddezza, ho trovato che invece il film del 2007 dimostri segni di cedimento perché, a mio parere, si perde via in artifici inutili proprio nel tentativo di buttare carne sul fuoco senza riuscirci davvero in pieno, pur creando un legame con lo spettatore, per mantenere viva la tensione. Purtroppo il risultato è che mi sono riuscita ad annoiare e ho trovato il tutto una mossa infelice per il ritmo della pellicola, senza contare il voler puntare così tanto sul rapporto fraterno. Diciamo che le uniche cose che ho apprezzato davvero del film di Rob Zombie sono stati i primi piani su tagli e zampilli di sangue che comunque facevano scena e onore al suo regista oltre all’assenza dell’happy ending, ma non bastano a salvarmi un film. Ipoteticamente parlando, al remake 3 stelle (tipo sufficienza) non gliele darei mai, semmai 2,5 su 5 per il tentativo, mentre invece il film di Carpenter si prende 4 stelle su 5

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In conclusione il remake è un prodotto accettabile, ma non eccelso e se proprio dovessi scegliere, nonostante tutto consiglierei comunque di guardare l’originale.

detto ciò BUON HALLOWEEN o SAMHAIN a tutti

All’s fair in love and cold war: ovvero del perché dovreste guardare The Americans

il secondo nome di questo post è SPOILER, leggetelo a vostro rischio e pericolo
(in realtà ce ne sono solo un paio e piccoli, ma non osate dite che non vi avevo avvisati)

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Un paio di mesi fa, dopo tante suppliche agli dei e petizioni più o meno inutili (non lo sapremo mai, ma mi piace pensare abbiano contribuito) firmate online finalmente è arrivato Netflix anche in Italia e si è portato con sé tante cose che avevo già visto, ma altrettante che ho sempre voluto e che non ho mai potuto vedere fino ad ora, per questioni di tempo e logistiche. Avevo pensato appena data un’occhiata alla libreria digitale disponibile di scrivere una sottospecie di watchlist personale a riguardo, ma in tempo zero il web si era popolato di guide alla visione simili e più dettagliate di quella che avevo in programma io, così ho deciso di lasciare perdere. Ma comunque, nonostante uno dei grandi mantra del buon cinefilo o telefilm addicted sia “we’ll sleep when we’re dead” a questo mondo ci sono, davvero, troppe cose da vedere, da fare e telefilm da seguire.

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Erano ormai un paio di anni che, la serie di FX, The Americans flirtava con me da lontano, ma non avevo mai tempo per dedicarmici adeguatamente e così ho continuato a posticipare e declinare le avances, ma a conti fatti ho fatto MALISSIMO.

Se il bingewatch è il termine ormai sdoganato per parlare di visione compulsiva di serie televisive o film su Netflix allora sappiate che si addice perfettamente anche a The Americans perché ho polverizzato 39 episodi in 10 giorni a dire tanto (per la precisione, su Netflix trovate solo le stagioni 1 e 2).

Diciamo che, se già nell’ormai lontano 2001 J.J. Abrams ci aveva deliziati con quel gioiellino seriale chiamato Alias (sebbene vittima di qualche alto e basso narrativo nel corso delle stagioni, lo ammetto, ma sempre molto godibile), fondato sulle macerie della guerra fredda e incentrato sui figli di spie della CIA e KGB, al contrario, The Americans, creatura di Joe Weisberg datata 2013 e ancora in corso d’opera, anche se più “distante” e priva di elementi più strettamente catalogabili come fantascientifici ci offre in un certo senso il punto di vista genitoriale dello spionaggio.

Questa serie televisiva è basata su fatti veri e ispirata anche a fascicoli venuti alla luce nel 2010 per opera dell’FBI denominati Operation Ghost Stories.

The Americans è ambientata a Washington negli anni ottanta, in piena epoca Reaganiana, e ci porta nella vita quotidiana di una tipica famiglia americana, solo in apparenza, perché i coniugi Philip ed Elizabeth Jennings (interpretati rispettivamente da Matthew Rhys e Keri Russell) sono in realtà due agenti del KGB mandati in missione negli USA molti anni prima.

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Dei signori nessuno scelti dalla “madre Russia” per servire il paese vengono sottoposti all’addestramento da agenti segreti convolano a nozze e, con l’ordine di non svelare a vicenda le proprie vere identità antecedenti l’arruolamento, sono catapultati in un nuovo continente, e un nuovo paese, ovvero gli Stati Uniti d’America, con l’obbligo di mettere su famiglia e condurre una vita ordinaria come copertura.

Come nei migliori drama e film di spionaggio di genere la tensione è alta e gli imprevisti sono ovunque dove meno ce lo si aspetti, perché come se non bastasse i coniugi Jennings hanno anche due figli, Harry e Paige (interpretati da Keidrich Sellati e Holly Taylor), ormai adolescenti, nati e cresciuti negli Stati Uniti, totalmente all’oscuro della reale identità dei genitori e della loro occupazione al di fuori della presunta carriera di operatori turistici in un’agenzia di viaggi e cresciuti assolutamente in linea con abitudini e cultura occidentali.

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Fin dal primo episodio lo spettatore ha a che fare con un mix letale di nostalgia per il passato brillantemente trasposto con un sacco di flashback sul grigiore dell’Unione Sovietica e legami di un tempo per sempre spezzati e patema perché capisce che avrà da penare, e fondamentalmente è tutto ciò che cerco in un telefilm simile.

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Si respira aria di tensione fin da subito, proprio quando vengono introdotti i nuovi vicini di casa dei Jennings, ovvero i Beeman. I Beeman sono famiglia tranquilla, non fosse per l’occupazione del marito, tale agente dell’FBI in servizio, ed è divertentissimo rivestire i panni dello spettatore onnisciente e preoccuparsi per “i nemici” dell’occidente, mai tanto esposti e a rischio di rimpatrio immediato quanto allo stesso tempo a loro agio con le persone più sbagliate con cui instaurare amorevoli rapporti di buon vicinato. Inoltre è divertente vedere quanto spesso le vicende dei Jennings, corredate da una lista infinita di “aliases” con tanto di parrucche e protesi improbabilissime, si avvicinino agli affari di stato curati da Stan Beeman (interpretato da Noah Emmerich) e colleghi.

Oltre a loro ci sono altri personaggi secondari di non minore importanza per lo sviluppo di entrambe le trame orizzontale e verticale, su tutte Martha Hanson (interpretata da Alison Wright), impiegata dell’FBI raggirata da Philip Jennings sotto le mentite spoglie di Clark Westerfeld fino al punto di sposarlo e conviverci, dando vita a una delle mie sottotrame preferite del telefilm.

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In parallelo, mettendo da parte un attimo i fatti più strettamente legati al nucleo famigliare dei Jennings, The Americans offre uno sguardo all’aspetto più politico del periodo della Guerra Fredda con una sottotrama totalmente ambientata negli uffici della Residentura a Washington dove troviamo personaggi come Nina Krilova (interpretata da Annet Mahendru), un’agente del KGB adescata da Stan Beeman, costretta a fare controspionaggio e alla quale viene promessa un’esfiltrazione dal programma ad opera dell’FBI.

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O uno dei miei personaggi preferiti, tale Oleg Burov (interpretato da Costa Ronin), promosso ad agente del KGB, ma malvisto dai piani alti della Residentura perché “figlio di” ovvero figlio del ministro dei trasporti russo e considerato come uno spiantato, ma che in realtà tutto sommato sa il fatto suo e trova il suo spazio.

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Nel corso di tre stagioni capita letteralmente di tutto e ci si chiede letteralmente dove potrebbe andare la serie televisiva, che a marzo negli USA vedrà l’inizio della sua quarta stagione. Aspetto impazientemente il suo arrivo come un bambino può aspettare babbo natale e mi preparo psicologicamente al fatto di dover vedere un episodio a settimana come nella peggiore delle storie di dipendenza telefilmica compulsiva.

The Americans è uno dei classici esempi di telefilm che, anche se comunque anagraficamente è arrivato prima, come Narcos se ne sbatte a un certo punto della lingua inglese e obbliga lo spettatore a un certo livello di attenzione anche perché gran parte dei dialoghi sono in russo e necessitano di sottotitoli, ed inoltre non si risparmia in fatto di politically incorrect perché ogni tanto sbucano scene poco piacevoli alla vista, ma se si ha un’infarinatura di base sul periodo storico in questione si può immaginare siano successe davvero. Oltretutto ogni tanto piazza qualche pezzo musicale di tutto rispetto totalmente anni 80 (ci ho trovato i Cure e gli Yazoo) che mi ha fatto urlare dalla felicità.

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Vorrei spezzare una lancia in favore di tutto il cast che ha partecipato alla realizzazione di questa serie televisiva perché è spettacolare e ad un certo punto vanta anche la partecipazione di attori di un certo spessore come ad esempio Frank Langella nel ruolo di Gabriel, ma gli attori che hanno modo di sperimentare di più tra tutti, a livello recitativo, sono sicuramente Matthew Rhys e Keri Russell perché ad ogni puntata sfornano personaggi collaterali con caratteristiche sempre diverse oltre al puro aspetto esteriore che continua a cambiare.

Inoltre documentandomi, in questo ultimo periodo, ho scoperto che anche The Americans, come del resto le serie migliori prodotte, non ha mai ricevuto particolari premi o riconoscimenti importanti, ma sinceramente a questo punto se è il prezzo da pagare per avere un prodotto di intrattenimento di qualità allora mando giù il boccone amaro e mi attacco.

MARZO 2016 ARRIVA IN FRETTA, TI PREGO

Enemy (Denis Villeneuve – 2013)

Ridendo e scherzando ci ho impiegato un anno a vederlo e, oltre ad essere fomentatissima per poterne parlare, ero anche determinatissima, ma a volte succede che ci capita di vedere film che ci spiazzano e non sappiamo da dove partire a parlarne perché si teme di rovinarlo a terzi, però ormai ho voluto fare la strafiga abbellendo il blog con una tag chiamata “film maltrattati” quindi prendiamoci i rischi e proviamo a riempirla decentemente.

Premesso che Enemy non è mai uscito in Italia, ripeto: mai, neanche per sbaglio in dvd (non dico che me l’aspettavo, ma la piccola parte ingenua e speranzosa un pochino ci crede sempre) e mi è sempre stato dipinto come un cubo di Rubik impossibile da capire io mi sono sempre preparata al peggio, ma tutta questa serie di cartelli di “WARNING “ piazzati davanti nel tempo non mi ha mai fatto calare la curiosità nei suoi confronti, anzi l’ha peggiorata. E’ anche vero che la sua messa in scena non sia una passeggiatina di salute, ma nemmeno una cosa fuori da ogni comprensione umana come raccontato online, però non sarò io a rovinarvi la visione, quindi cercherò di inventarmi qualcosa.

Il canadese Denis Villeneuve (già regista di Prisoners e di Sicario, da noi attualmente al cinema), che ormai penso si sia in qualche modo affezionato a Jake Gyllenhaal visto che è il secondo film in due anni in cui compare con un ruolo di una certa portata, ha realizzato un’analisi sul dramma umano, usando come espedienti, prima di tutto la recitazione per sottrazione che lascia ampio spazio al linguaggio non verbale, centellinando così le battute e lasciando fare il lavoro sporco a colonna sonora, riprese labirintiche, i ragni come simbolo in tutte le loro varie accezioni e una fotografia curatissima ad opera di Nicolas Bolduc, quasi totalmente votata ai toni cupi dando così al film un’aspetto molto tetro e ansiogeno con dei chiaroscuro strategici. Elementi che completano il quadro d’insieme uniti ad una piccola percentuale di fantascienza. In realtà, però, sta solo ed esclusivamente allo spettatore decifrare il materiale e percepire quali siano le informazioni necessarie per decidere a cosa sia giusto credere o no.

Tratto da un libro del portoghese Josè Saramago, di cui non vi dirò il titolo perché sarebbe spoiler, Enemy è come una caccia al tesoro. E’ un film che con le sue tempistiche narrative semina piccoli indizi a partire dai primissimi fotogrammi e continuando senza sosta fino alla fine, mettendo sul piatto d’argento tutto ciò che serve allo spettatore, anche se volutamente in maniera frammentata e astratta, per rielaborare i fatti e che, in un certo senso, proprio per questo motivo invita a tentare ulteriori visioni. Il cast è di altissimo livello, abbiamo in ordine: Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Prisoners, ora al cinema con Everest) che qui interpreta doppia parte e si supera in bravura, Melanie Laurent (Inglourious Basterds, Le Concert, e prossimamente al cinema in By The Sea) in un piccolo ruolo marginale, Isabella Rossellini (Blue Velvet, Immortal Beloved) in un cameo e Sarah Gadon (A Dangerous Method, Maps To The Stars) straordinaria nel ruolo della moglie.

L’aspetto interessante di Enemy risiede nel fatto che si tratta uno di quei film che bisogna essere disposti a guardare donandogli il 100% dell’attenzione e una mente aperta a ogni libera interpretazione, se non siete nel mood lasciate perdere. Anche se si tratta di un lavoro di non di immediata comprensione, trovo davvero scandaloso che qui in Italia sia passato in sordina in questo modo, quindi non so come andrà in futuro e se otterrà almeno un’edizione dvd e bluray (lo spero), ma se vi piacciono i rompicapo e non sapete come passare due ore, procuratevi questo titolo in qualche modo, non mi interessa come, guardatelo.

STORIE PAZZESCHE (Damian Szifron 2014)

Vorrei trovare un modo intelligente per parlare di questo film, possibilmente senza scadere nello spoiler, ma dubito ci sia modo di farlo, anche perché più ci ripenso e più mi fomento e quindi improvviserò.

Storie Pazzesche è un film argentino scritto e diretto da Damian Szifron, prodotto da Pedro Almodovar che è stato presentato “in concorso” nel 2014 al Festival di Cannes.
Se qualcuno mi chiedesse di giocare al gioco delle associazioni mentali io alla parola “rabbia”, a mani basse, risponderei con il titolo di questo film. Ci sono arrivata per vie traverse, diciamo che in un primo tempo sono stata incuriosita dal titolo, ma al di là del fatto di non aver capito bene, in un primo momento, di cosa si trattasse, anche questo film era irrimediabilmente finito, come molti altri per un motivo o per l’altro, nella mia lista d’attesa (ormai paragonabile ad un pozzo senza fondo), fino a quando, per la legge universale del “meglio tardi che mai” è arrivato il suo turno e gli ho dato la più che meritata attenzione.

Senza inalberarmi in discorsi contorti, ci terrei a dire che Charlie Chaplin, in vita sua, ha partorito tra i tanti un aforisma famosissimo che potrebbe riassumere alla perfezione questo lungometraggio, ovvero “la vita è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo”.
Damian Szifron, con questo lavoro non fa altro che inscenare il concetto della “giornata no”, lasciando davvero pochissimo spazio all’interpretazione. Il film è, come suggerito già dal titolo, un’autentica raccolta formata da 6 brevi racconti tutti scollegati tra di loro con diversi scenari e attori, ma con un unico elemento in comune grazie al quale lo sceneggiatore si lancia a capofitto nella psiche umana, quasi esplicitamente determinato nella messa in atto di un vero e proprio esperimento antropologico nel quale gli esseri umani sono le autentiche cavie, di turno, studiate da lontano.
Queste persone sono poste davanti a delle semplicissime situazioni che potrebbero capitare davvero a chiunque nella vita di tutti i giorni, ma il bello inizia quando l’autore si prende la libertà di ignorare totalmente le varie ed eventuali conseguenze di azioni considerate illegali davanti agli occhi della legge (in almeno il 90% degli stati del pianeta terra) e della domanda esistenziale “e se invece io te la facessi pagare davvero?”, facendo così scattare la scintilla della vendetta in grado di portare i personaggi delle varie storie a sfogarsi, cedendo irrimediabilmente al fascino delle ripicche e vendette senza freni, in tutte le loro sfumature, e portando la narrazione all’estremo fino al punto di sfociare nella violenza spietata e a volte anche nel grottesco.

Per quanto mi riguarda è stato un autentico colpo di fulmine (e per me è raro), anche perché dopo i primi 15 minuti ero ferma davanti allo schemo con una smorfia molto stupida, e parecchio divertita, in faccia. E’ entrato ufficialmente a far parte della mia lista di visioni da ripetere più volte durante l’anno, a scopo terapeutico. Se, come me, amate lo humor nero e il senso dell’assurdo, questo film vi strapperà senz’altro almeno una risata (io non riuscivo a smettere). Quel che è certo è che guardando Storie Pazzesche dimenticherete con ottime probabilità eventuali preoccupazioni per almeno un’ora e mezzo.