Di soggettive, polmoni persi e settimane della moda

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Quando leggi che Nicolas Winding Refn passa per Milano.. che fai? non vai? OVVIAMENTE TENTI DI ANDARE

Il 22 Febbraio è stato ospite di Fondazione Prada per presentare uno dei suoi progetti più recenti, il sito BYNWR.COM che veramente esiste da un po’ online ma nel caso in cui non sapeste di che si tratta vi invito a visitarlo.
Ci si deve iscrivere ed è completamente gratuito, inoltre ogni mese si arricchisce di nuovi contenuti. Cosa succede quando adori un regista nerd? Succede che quando meno te l’aspetti può capitarti di avere tra le mani il netflix del cinema exploitation e grindhouse.
Si tratta di una collezione di pellicole completamente restaurate da Refn in alta definizione e messe a disposizione del pubblico senza contare la mole di contenuti da leggere che accompagnano le pellicole.
Più che una piattaforma lo chiamerei una scatola cinese, perché sai quando entri ma non sai come ne esci dato che ci si perde facilmente nell’esplorarlo.

L’evento a Milano si è svolto durante la settimana della moda e ce ne siamo accorte per il traffico, tendenzialmente raddoppiato, noi ci abbiamo provato ad arrivare in orario ma anche la posizione del museo ci ha messo a dura prova. Perché non sarà mai abbastanza drammatica la situazione, dovrai anche correre.
Diciamo che nella sfiga, per fortuna erano in ritardo sulla tabella di marcia e ce l’abbiamo fatta, ma purtroppo visto e considerato che a malincuore me ne sono dovuta andare prima del previsto mi sono persa un pezzetto della conversazione intercorsa tra Refn, l’editor del sito Jimmy McDonough, il direttore dell’agenzia BUREAU David Frost e Manlio Gomarasca di Nocturno. Gli interventi sono stati tutti molto interessanti, fa sempre piacere stare ad ascoltare persone che amano quello che fanno e fa doppiamente piacere se riescono a lasciarti qualcosa, ad esempio l’ispirazione. Siano ringraziate le divinità pagane per i potenti mezzi dell’internet che ci permettono di recuperare il tutto interamente online.

Non sono riuscita nemmeno questa volta ad avvicinarlo, quindi la prossima volta non mi scappi Nicolas. In compenso gli ho fatto delle foto di infima qualità da lontano che fanno pietà – tipo questa sotto – che però mi mettono in pace col mondo (perché se non fotografo qualcosa non sono contenta).
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Adesso aspetto una data di uscita di TOO OLD TO DIE YOUNG, la sua serie tv prodotta da amazon studios, anche perché non dovrebbe mancare più molto tempo.

Mentre invece l’appuntamento in Fondazione Prada è settimanale: ogni venerdì fino al 24 Maggio 2019 viene proiettato gratuitamente uno dei film restaurati da Nicolas Winding Refn.

SOGGETTIVA NICOLAS WINDING REFN
Fondazione Prada
Largo Isarco, 2
20139 Milano
Annunci

un anno dopo (circa) “and the oscar goes to…”

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Sull’enciclopedia sotto alla definizione di ‘colpevolezza’ c’è una mia foto. Io con la faccia contrita gli occhiali sporchi e le doppie punte. Immortalata in un mugshot, spalle al muro, che abbandono il blog e non aggiorno più per un anno circa.

Non lo dico più sono tornata, mi faccio schifo, prendete le cose come vengono. Al cinema ci vado sempre volentieri e recupero tutto coi miei tempi ma ho delle fasi alternate, anche se a loro modo compulsive, da serie tv e da cinema.

Le previsioni personali di quest’anno sono arrivate in zona cesarini. Per chi le scrivo? più per me che per altro, perché devo farlo. Non mi obbliga nessuno, ma mi sembra di tradire una tradizione che mi ero imposta tempo fa.

L’anno scorso era tutto più elettrizzante, soprattutto per quanto riguarda i film in gara, ma anche quest’anno ci sono state scelte interessanti.
Diciamo che l’entusiasmo quest’anno me l’hanno smorzato di più le polemiche e i dibattiti sullo streaming e le uscite cinematografiche e le scelte pessime degli organizzatori della cerimonia: conduttore, non conduttore, presentatori dei premi che non avevano niente a che fare con la tradizione delle edizioni precedenti, premi consegnati durante la pubblicità… forse c’è dell’altro ma onestamente mi sembra sufficiente a far girare le scatole a chiunque ami il cinema o per lo meno seguire le premiazioni. Un bel sonoro STICAZZI, quest’anno, se lo meriterebbero ma poi succede che io sono debole e chiamano Diego Luna a presentare qualcosa e devo guardare.

Ma arriviamo al dunque

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BEST FILM

Io non so decidermi tra Roma e BlacKkKlansman, come minimo vincerà Bohemian Rhapsody e mi sentiranno urlare improperi fino a Los Angeles.

BEST DIRECTOR

Per me è un ex aequo tra Spike Lee e Alfonso Cuaron. Sarebbe bello vincesse Spike Lee anche solo per il fatto che è la prima volta che lo nominano.

BEST LEADING ACTOR

Il cuore dice Willem Dafoe perché, ok è un personal fav ma ho davvero amato la sua interpretazione in At Eternity’s Gate, mentre invece il cervello dice Christian Bale perché ok se lo merita tantissimo anche lui ma sono più che altro preoccupata per la sua salute perché non può andare avanti a dimagrire e ingrassare a fisarmonica così. Quindi Academy, ti prego, salva un irlandese da se stesso e dagli l’oscar.
Ciò non toglie che sono offesissima dal fatto che non sia stato nominato John David Washington per BlacKkKlansman. Davvero non capisco, cosa vi ha fatto? è stato meraviglioso.

BEST LEADING ACTRESS

Direi a naso Yalitza Aparicio perché mi è piaciuta molto ma probabilmente vincerà Glenn Close. Io non ho ancora visto The Wife quindi mi fido di quello che ho visto in Roma e scelgo così.

BEST SUPPORTING ACTOR

Vorrei tantissimo rivedere Sam Rockwell sul palco perché sono di parte ma non credo vincerà, quindi direi Mahershala Ali oppure magari non mi dispiacerebbe anche Richard E. Grant.

BEST SUPPORTING ACTRESS

Emma Stone o Marina de Tavira

BEST FOREIGN LANGUAGE FILM

Qui darei il premio a Never Look Away o Cold War. Più a Never Look Away ma solo perché ho pianto di più. Non ho menzionato Roma solo perché potrebbe vincere come miglior film.

BEST ORIGINAL SCREENPLAY

Vice

BEST ADAPTED SCREENPLAY

Non so scegliere tra BlacKkKlansman, Can you ever forgive me e If Beale Street Could Talk.

BEST CINEMATOGRAPHY

Non so scegliere tra Cold War e Roma, in tal caso se dovesse farcela uno di questi due sarei contentissima lo stesso.

BEST PRODUCTION DESIGN

Black Panther

BEST VISUAL EFFECTS

Avengers: infinity war

BEST COSTUME DESIGN

Mary Queen of Scots o The Favourite

BEST MAKE UP AND HAIRSTYLING

E’ una dura lotta tra Vice e Mary Queen of Scots

BEST ORIGINAL SONG

A Star is Born

BEST ORIGINAL SCORE

Black Panther

BEST FILM EDITING

Direi Vice ma se la gioca con Bohemian Rhapsody
non resta che aspettare e scoprire che succederà.

T2: Trainspotting (Danny Boyle – 2017)

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Ok, allora, non ce la facevo più, avevo bisogno di andare al cinema a vedere questo film per diversi motivi che i frequentatori assidui di questo blog ormai credo sappiano già anche senza elencarli. Aspettavo la data d’uscita italiana come si aspetta Babbo Natale a 7 anni e alla fine ho tratto la conclusione che è stato come ricevere l’equivalente di un giocattolo bello, ma che non ti convince in pieno e che magari apprezzerai meglio col tempo.

Quello che ho capito fin da subito è che a prescindere dal gradimento per me sarebbe stato davvero difficilissimo riuscire a parlare in modo totalmente lucido e razionale di questo film, anche perché se si tratta di qualcosa a cui tengo particolarmente tendo a diventare iper critica e selettiva. Ho fatto passare più di 24 ore dalla visione per cercare di schiarirmi le idee e ancora non sono convintissima al cento per cento di quello che penso, ma ho il timore che se lasciassi passare altro tempo rischierei di dimenticare anche i pochi pensieri ordinati che ho in testa quindi tanto vale provarci.

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Tutto era cominciato con una corsa per le strade di Edimburgo e anche questa volta da una corsa si comincia, ma solitaria, su un tapis roulant in una palestra di Amsterdam con un Mark Renton capellone ossessionato dal fitness e a un certo punto, la svolta che non ti aspetti e con tanto di flashback.

Il terrore del sequel, dal momento in cui è stata ufficializzata la notizia, è stato collegato come al solito al mio pensiero di veder snaturati film e personaggi, nonostante il regista sia lo stesso del precedente anche perché questo film è solo ispirato al romanzo “Porno” di Irvine Welsh (quindi non fatevi infinocchiare dalla copertina del romanzo che si trova attualmente in libreria vittima del marketing), ma come capita in queste circostanze è anche bene basarsi sul classico ragionamento del “finché ha senso ce lo dovremo fare andar bene”.
Ora che l’ho visto posso dire che non avendo letto il libro, ma sapendo a grandi linee le dinamiche della vicenda vera e propria, sì, questo film è un patchwork, oltre ad essere un bel po’ diverso da Porno, a parte cose qua e là l’unico problema davvero impossibile da ignorare è esclusivamente riconducibile al tono che gli si è voluto dare.
T2: Trainspotting, volendo citare una battuta di un personaggio del film, è una pellicola che vive nel passato inevitabilmente corredato da flashbacks e il “face your past” come tag line è applicabile in tutti i sensi. Ci sono numerosissimi rimandi sia visivi che musicali (perché in Trainspotting anche la musica ha il suo peso) al primo film quasi a voler giustificare tutta una serie di scelte e azioni, vent’anni dopo i fattacci successi. E’ modo per scoprire con i propri occhi la risposta a diversi “chissà cos’è successo a, o se…”. Allo stesso tempo, però, T2: Trainspotting si rivela un film terribilmente ancorato al nostro presente con problemi sociali attuali, che sfrutta i suoi personaggi solo come espediente per raccontare un’altra storia e questa concatenazione inevitabile di cose è, in un certo senso, proprio l’elemento che permette alla pellicola di funzionare tutto sommato.

Mark Renton in prima persona, fa quasi da guida allo spettatore mentre a sua volta rimette il naso in un ambiente conosciuto, ma con il peso dell’età sulle spalle, con l’improvviso bisogno di guardare in faccia i fantasmi del passato e una vita che non gli appartiene più, ma che non riesce a scrollarsi di dosso anche grazie ad una buona percentuale di coda di paglia e faccia tosta che lo contraddistingue.
Quel senso di viaggio di ritorno verso casa che riecheggia per tutta la pellicola vuole essere a sua volta una specie di regalo per i fans, una sorta di revival, di tributo vero e proprio al primo film più che un nuovo tassello nella narrazione in senso stretto, un tributo alla gang che un tempo fu e che forse potrebbe essere ancora, ma non sembra nessuno sicurissimo fino in fondo di ciò.

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Se il primo film trasudava nichilismo, bisogno disperato di evasione, di ricerca di identità e individualismo questa pellicola sembra ormai in parte disillusa, racconta una specie di ritorno “nel vecchio quartiere” che è inevitabilmente cambiato nel tempo, ma dove in realtà non è cambiato niente, tutto e tutti più che altro si sono adattati alle circostanze reinventandosi, chi più chi meno.
Ci sono sempre gli errori del passato che si ripercuotono sul presente e l’inadeguatezza costante, c’è chi è stato fregato e medita vendetta e c’è invece chi vorrebbe solo farla finita.
Alla base di tutto c’è sempre una storia d’amicizia fuori dal comune, forse troppo, ma la disperazione è ancora il collante generale delegato a muovere gli ingranaggi di quella famiglia disfunzionale allargata, quel bisogno di aggrapparsi a qualcosa per svoltare, con la differenza che non si tratta più di dipendenza dall’eroina ma di qualcosa di diverso.

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Ci sono dei momenti davvero bellissimi tra Mark Renton e Sick Boy, per lo più sempre ai ferri corti, ma allo stesso tempo terribilmente dipendenti l’uno dall’altro.

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C’è uno Spud ancora più adorabile di prima, ma che secondo me non è stato sfruttato nel modo che meritava passando in secondo piano e un Francis Begbie più matto di prima, per lo più vittima di sé stesso che fatica ancora a gestirsi, ma anche lui, a grandi linee  un po’ sacrificato.

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Nonostante il tutto sia orchestrato in modo sommariamente accettabile e si regga sulle proprie gambe regalando due ore di intrattenimento condito da una buona dose di malinconia, T2: Trainspotting pecca di una messa in scena un po’ traballante e sgangherata, ma soprattutto di una grave mancanza che, a mio parere, l’avrebbe potuto rendere sicuramente un film migliore: sto parlando di quella sottile cattiveria che pervade tutta la pellicola originale e che ritengo fondamentale per un film con un antenato del genere.
A conti fatti posso dire che T2: Trainspotting, alla fine, è un film divertente (ci sono delle scene davvero esilaranti che mi hanno fatta davvero morire) e politically incorrect, mi è piaciuto abbastanza, ma non a sufficienza da farmi lasciare la sala totalmente soddisfatta, anche se devo fare un applauso ai geni di Jonny Lee Miller perché quell’uomo invecchia egregiamente e Danny Boyle è una brutta persona (non è vero, grazie mille) che ogni tanto ci infilava certi primi piani di Sick Boy da morirci un po’.

Sicuramente me lo rivedrò perché alla fine è un buon film e anche se faccio tante menate alla fine mi ha fatto piacere ritrovare tutti quei disagiati sul grande schermo (anche perché all’epoca ero troppo giovane e il primo film l’ho consumato in dvd) perché ormai mi sono affezionata dopo tutti questi anni, però lo ritengo un prodotto abbastanza lontano dal precedente, o forse devo solo metabolizzarlo a dovere.
L’unica cosa che so con certezza è che avrei dato un arto per essere su quel set un’ora della mia vita.

Animali Notturni (Tom Ford -2016)

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Sono davvero in ritardissimo e non so come io mi ci sia ridotta, ma meglio tardi che mai. Circa una quindicina di giorni fa (ma forse anche venti) sono andata a vedere Animali Notturni e sono sollevata per un semplice motivo: al Festival di Venezia quest’anno hanno presentato il nuovo film di Tom Ford che è tornato sotto i riflettori dopo quel gioiellino di “opera prima” chiamato A Single Man e la cosa era già bella così, ma una volta lanciato nell’etere, il trailer di Animali Notturni si è dimostrato “tanta roba” già alla prima visione. Il film ora l’ho visto e posso allegramente dimenticarmi di tutte le paranoie sulle presunte aspettative troppo grandi legate alla teoria de “il secondo disco è sempre il più difficile” perché sarà anche vero in parte, ma direi che la prova è stata superata perché se sai bene cosa vuoi sei già a buon punto.

Tratto dal libro di Austin Wright intitolato “Tony e Susan”, Animali Notturni è un “thriller nel thriller”, un film di quelli che se al primo giro è piaciuto sono sicura che con una seconda visione matematicamente migliorerà perché ricco di piccoli indizi disseminati da tutte le parti che ti fanno lasciare la sala soddisfatta, ma allo stesso tempo pervasa da mille pensieri. Una volta fuori dalla sala ti ritrovi occupata a ricomporre i pezzi di ciò che hai visto e a chiederti quanto in fretta sia volato il tempo e qui vorrei davvero fare un applauso sentitissimo lungo almeno una decina di minuti a Tom Ford perché ormai questo mi succede davvero di rado: vorrei prenderlo in parte e ringraziarlo per le due ore di svago ben riuscito.

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Animali Notturni è uno di quei film che quando ne parli con gli amici e ti chiedono di cosa parla tu sai che se dovessi iniziare a parlarne profusamente e vagamente nel dettaglio ne rovineresti la visione altrui, ma allo stesso tempo si potrebbe dire che è un film che cercando sull’enciclopedia il significato della parola “STACCE” ci si potrebbe benissimo trovare la locandina al posto del significato. Sì, penso che forse se dovessi raccontarlo a qualcuno userei questa non-spiegazione. Animali Notturni è un film brutale nel suo essere, ma profondamente onesto, è un film che obbliga lo spettatore a pensare e a porsi domande, è un film che fondamentalmente parla di rapporti umani, ma con una sua logica perché potrebbe trattarsi di chiunque in qualsiasi contesto e per l’appunto ho adorato quella specie di cinismo di cui è pervaso dall’inizio alla fine.

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La trama di fondo è semplice e lineare: Susan Morrow, una mercante d’arte di successo, un giorno riceve per posta un pacco inaspettato dal suo ex marito Edward che non vede da diversi anni. Il pacco consiste nella bozza di un manoscritto intitolato Animali Notturni con una speciale dedica per lei, in quanto era stata ribattezzata tale, molto tempo fa da sposati perché solita alle ore piccole. Lei inizia a leggere e viene pervasa da un senso di angoscia data la violenza che caratterizza la vicenda descritta e affascinata dal gesto dell’ex marito cerca di rimettersi in contatto con lui.
Col senno di poi “il male” vendicativo presente nella narrazione si può dire si manifesti fin da subito nel film, sul piano fisico sotto forma di un apparentemente semplice taglio su un dito provocato con la carta da pacchi, per poi sfociare in pura vendetta psicologica nei confronti del personaggio di Susan, obbligata a guardarsi dentro e a riflettere sulla propria vita.
Bisogna poi tenere in considerazione la capacità non banale del regista di far provare empatia allo spettatore davanti ai personaggi di Susan e Tony che a loro volta funzionavano uno come metafora vivente dell’altra, merito senza dubbio in primis di un solido lavoro di scrittura da parte di Tom Ford, che all’oscuro dalla verità dei fatti si potrebbe quasi pensare che faccia film a una vita invece che solo da pochi anni.

Da un punto di vista estetico, sono senza dubbio palesi le influenze del cinema di Kubrick e Lynch perché in alcune scene del film era impossibile non notare la simmetria così perfetta e disturbante, o per esempio le atmosfere notturne particolari che mi hanno riportato alla mente Mulholland Drive, senza poi contare una cura per i dettagli non banale, spazi con arredi minimal, i costumi di scena dal capo più ricercato allo sciatto ma con una propria identità, e una fotografia davvero impeccabile ad opera di Seamus McGarvey (The Avengers, Espiazione, Alta Fedeltà) soprattutto in tutte quelle riprese notturne mai troppo scure, con qualche piccolo artificio qua e là.

Il cast è un altro punto di forza di questo film perché formato da una squadra di pezzi da novanta che hanno ricevuto in questi giorni una (più o meno) giusta nomination ai golden globes e ad altre premiazioni, ma non a sufficienza. Amy Adams (Enchanted, American Hustle, Her) mi piace come attrice in generale, e qui ha offerto un’interpretazione molto buona, insieme a Jake Gyllenhaal (Brokeback Mountain, Enemy, Everest) hanno dato vita a delle interpretazioni praticamente complementari sia a livello di incastri facendo un semplice discorso di montaggio che per trasporto emotivo, nonostante viaggiassero per la maggior parte del film praticamente su due binari paralleli.

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Poi c’è Michael Shannon (Groundhog Day, Revolutionary Road, Elvis & Nixon), che io sinceramente avrei nominato ai golden globes per la sua parte nei panni dello sceriffo Bobby Andes perché è spettacolare dall’inizio alla fine, soprattutto vedendo il film in lingua originale, e lo segue a ruota, ma con la nomination ai golden globes Aaron Taylor-Johnson (Nowhere Boy, Anna Karenina, Avengers Age Of Ultron) che non è da meno, e non si risparmia certo in quanto a performance, tanto che l’avrei menato brutalmente dalla prima all’ultima inquadratura.

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Ci sono inoltre altre comparsate più o meno piccole, ma sempre di alto livello: troviamo Isla Fisher, Carl Glusman, Jena Malone, Alexandra Riseborough, Armie Hammer e Michael Sheen.

Animali Notturni vale davvero la pena di essere visto al cinema (anche se ora probabilmente l’avranno già tolto) perché oltre alla spettacolarità della messa in scena meriterebbe anche solo per la bellissima colonna sonora, drammatica e malinconica, di Abel Korzeniowski (Penny Dreadful, A Single Man, W.E. – Edward e Wallis) che in dolby surround fa la sua figura.

Film senza dubbio oggetto di discussione da parte di molte persone, ma ognuno ha i suoi gusti ed è questo il bello, che però ho trovato davvero ben riuscito e quindi da parte mia promosso a pieni voti e che spero davvero di rivedere presto.

Cult o Remake: Halloween 

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Diciamo che puntuale come ogni anno è tornata la festa delle zucche e siccome un anno fa ho dato fuoco alle polveri a riguardo, sciorinando una lista di consigli di visione a tema gothic romance, questa volta ho capito che un altro post su questa festa ci voleva lo stesso, ma un po’ per caso e un po’ no, mesi fa ho guardato un film che mezzo mondo aveva già visto quando è uscito nelle sale tempo addietro mentre io invece non sono mai stata convinta al 100% di guardare. Quindi oggi ho pensato che forse, in un certo senso, avrei potuto dare una mano a qualcuno a scegliere cosa guardare per passare la festa di Halloween e magari, che ne so, potremmo anche finire parlare di quale preferite tra i due (nel caso in cui li aveste visti entrambi).
Oltretutto questi due film sono, per assurdo, e in senso molto (mooooolto) generale (per fortuna non è morto nessuno finora, credo) quanto di più attuale ci sia perché a sentire le notizie, quelli che si travestono da clown e si posizionano sul ciglio della strada per terrorizzare la gente oltre a non farmi particolarmente effetto perché vaccinata dal caro Pennywise mi ha fatto pensare alla maschera di Michael Myers. O meglio, più che alla maschera in sé a come compare nel primo film a lui dedicato.

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Momento terminologia horror for dummies (nel senso che io per prima non mi dilungo e non saprei come farlo quindi parliamo terra terra) 

Halloween è uno slasher movie e per chi non lo sapesse i cosiddetti film slasher possono essere raggruppati a loro volta in un sottogenere dell’horror. Gli slashers hanno come particolarità la presenza della figura di uno psicopatico di turno il cui obiettivo principale è fare stalking a più persone e ucciderle senza pietà con l’ausilio di lame o affini (nel nostro caso un coltello da cucina che Rambo è un pivello).
Alla base di tutto c’è sempre un fatto scatenante avvenuto in gioventù nella vita del killer che determinà il susseguirsi degli eventi catastrofici di cui è artefice ed inoltre una delle figure chiave di questo genere di film è la figura di una ragazza, di solito giovane e vergine che riesce a cavarsela e a mettersi in salvo entro la fine del film.

Arriviamo al punto: di norma sono contraria ai remakes, l’ho spiegato tempo fa. Sono convinta che se chi di dovere e coi mezzi si sforzasse davvero a trovare nuove storie da raccontare io sarei a un passo più in là dalla gastrite, ma non è così che va il mondo e allora dobbiamo tenerceli così e scegliere accuratamente come passare il nostro tempo, ma qualche volta la pigrizia ti porta a guardare tutto ma proprio tutto in tv ed è lì che a volte arrivano le illuminazioni (a volte).

Ho visto il remake di Rob Zombie del primo capitolo di Halloween. Sì, l’ho visto quest’anno perché lo passavano in tv, in quel momento, ed erano passati i 5 minuti standard che mi do di norma per decidere se dedicare il mio tempo ad un film o no.

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Vorrei mettere in chiaro una cosa da subito, io adoro Rob Zombie musicista e, consapevole del fatto che lui ha da sempre basato la carriera sulla passione per l’imagery horror dai mostri della Hammer in poi, il passo verso la cinematografia mi è sembrato non dico scontato, ma probabile. Tuttavia, nell’ormai lontano 2007 non ho potuto fare a meno di chiedermi la solita domanda da rompi coglioni che mi contraddistingue: “PERCHE’?”.

Ci sono film che sono ormai, bene o male, delle pietre miliari della cinematografia e parte del retaggio culturale di tutti e il film di John Carpenter del 1978 ne è un palese esempio. Prendere un personaggio iconico e rimaneggiarlo a distanza di anni è sempre un rischio, a maggior ragione prenderne uno come Michael Myers. Non li ho visti tutti i capitoli di Halloween, ma è anche vero che quello che ricordo meglio e ho visto più volte è il primo e quindi un po’ di fastidio sotto pelle giustificatemelo. Prima di tutto, se proprio vogliamo essere fiscali, nel film di Rob Zombie secondo me c’è un problema e mi riferisco alla durata del film: il film originale dura la bellezza di 91 minuti, la versione del 2007 dura 110 minuti. Sì, va bene non è una differenza abissale, ma si sente, eccome, e non è solo un semplice problema di durata, ma come si decide di sviluppare la narrazione.

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Entrambi i film raccontano fondamentalmente la stessa storia, ma da due punti di vista diversi con alcune differenze tra loro.
Il film di John Carpenter è “veloce”, nel senso che scorre via liscio come l’olio e privo di flashback, una volta svelata la genesi appena abbozzata di Michael, con relativa fuga dall’ospedale psichiatrico l’obiettivo si sposta su Laurie (Jamie Lee Curtis) e le sue amiche dando quindi un più ampio spazio al senso di “anticipation” e un senso di “uncomfortableness” che poi porterà con i suoi tempi al climax vero e proprio.

Nel film di Rob Zombie tutto questo accade, ma con tempistiche diverse dato che tutto quanto è focalizzato in senso stretto sulla storia personale di Michael.halloween-rob-zombie1 Personalmente l’ho trovato un film lento e mi spiace davvero da morire affermarlo.
Incontriamo Michael già da piccolo isolato e taciturno, in un certo senso vittima di bullismo a scuola e pervaso dalla follia omicida, per poi vederlo crescere in struttura con evidenti segni di instabilità e problemi comunicativi, sempre con la figura materna intorno (interpretata da Sheri Moon Zombie).
In questo, bisogna dare atto al fatto che il remake ha un pregio perché nonostante Rob Zombie, sfruttando palesemente l’aura di misticismo sviluppatasi intorno alla figura di Michael in tutti questi anni, miri a farci provare empatia per Myers ha trovato due attori dalla presenza scenica davvero buona, tali Daeg Faerch nei panni del giovane Michael e il “gigante” Tyler Mane (ex wrestler e anche il primo Sabertooth degli X-MEN sul grande schermo, e in tale proposito vorrei dire ti voglio bene Liev Schreiber, ma non eri abbastanza bestia) per il Michael adulto.
halloween2007Entrambi bravi a trasmettere una buona dose di angoscia dietro quelle maschere di cartapesta a forma di jack-o lantern, ma non è bastato perché Mane, in particolare, non mi ha convinta fino in fondo nelle movenze come invece aveva fatto a suo tempo Tony Moran nel film originale. A Mane mancava una specie di tempismo nelle reazioni “improvvise” che forse avrebbe potuto giovare alla miglior riuscita del film.

Nel film del 1978 ci sono alcune sequenze che ti fanno dubitare fino all’ultimo che la vittima possa essere al sicuro e sarà che forse per suggestione sapevo già come sarebbe andata a finire, o forse ero semplicemente prevenuta, ma quando ho visto il remake questa cosa non mi è arrivata allo stesso modo. Nel film di Carpenter ci sono dei momenti registici bellissimi dove vengono sfruttate sequenze in penombra al massimo giocando così con l’immaginazione dello spettatore.

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Se il film del 1978 aveva delle tempistiche perfette, nella sua freddezza, ho trovato che invece il film del 2007 dimostri segni di cedimento perché, a mio parere, si perde via in artifici inutili proprio nel tentativo di buttare carne sul fuoco senza riuscirci davvero in pieno, pur creando un legame con lo spettatore, per mantenere viva la tensione. Purtroppo il risultato è che mi sono riuscita ad annoiare e ho trovato il tutto una mossa infelice per il ritmo della pellicola, senza contare il voler puntare così tanto sul rapporto fraterno. Diciamo che le uniche cose che ho apprezzato davvero del film di Rob Zombie sono stati i primi piani su tagli e zampilli di sangue che comunque facevano scena e onore al suo regista oltre all’assenza dell’happy ending, ma non bastano a salvarmi un film. Ipoteticamente parlando, al remake 3 stelle (tipo sufficienza) non gliele darei mai, semmai 2,5 su 5 per il tentativo, mentre invece il film di Carpenter si prende 4 stelle su 5

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In conclusione il remake è un prodotto accettabile, ma non eccelso e se proprio dovessi scegliere, nonostante tutto consiglierei comunque di guardare l’originale.

detto ciò BUON HALLOWEEN o SAMHAIN a tutti

The Neon Demon (Nicolas Winding Refn – 2016)

 

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Anche quest’anno il Festival di Cannes è andato con la stessa velocità con cui è venuto e fortunatamente questa volta mi ha riportato un nuovo lavoro di uno dei miei registi preferiti in concorso. Ok, è vero, non ha vinto niente, ma non importa, il vero divertimento ormai si può dire che sia diventato un altro, cioè seguire le reazioni del pubblico della Croisette e le domande degli addetti di settore alla conferenza stampa.
Così come era accaduto per il discusso Only God Forgives, anche The Neon Demon ha fatto il suo lavoro destando scalpore, facendo abbandonare la sala alla gente che urlava allo scandalo e facendo parlare di sé rendendo “the sex pistol of cinema” una persona realizzata (o almeno, mi piace pensarlo visto che continua a dirlo da anni).

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L’8 giugno è uscito ufficialmente anche nelle sale italiane The Neon Demon e sinceramente, ora che l’ho visto e so di cosa parla mi sento una fan appagata.
Quest’anno posso tranquillamente dire di aver vinto al jackpot perché grazie a una soffiata (di una cara ragazza che anche se vive dall’altra parte del mondo è più al corrente di me su cose che accadono a 35 chilometri da casa mia) sono riuscita a partecipare all’anteprima milanese del film con tanto di master class organizzata da sky cinema che ospitava Nicolas Winding Refn in persona per parlare un po’ della sua vita e dei suoi progetti. Mi sembra superfluo dire sia stata un’esperienza bellissima, ma lo farò comunque.

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è una foto di qualità infima, abbiate pazienza ero molto lontana.

Non so bene da dove partire per parlare di questo film perché, di base, ogni film di questo regista è una cosa a sé, e anche questo nonostante la trama alquanto semplice è talmente ricco di elementi da sembrare una scatola cinese, ma ci proverò lo stesso.
Partiamo innanzitutto col mettere in chiaro che ci troviamo davanti ad un lavoro diverso dal suo solito perché per la prima volta, in una filmografia composta da lavori con un cast quasi esclusivamente maschile (o per lo meno a prevalenza maschile), qui i giochi delle parti sono ribaltati perché abbiamo a che fare con un cast composto almeno per il 90% da attrici, ci sono personaggi maschili, ma fungono quasi da semplice cornice alla vicenda. Inoltre si tratta un horror che, come di consuetudine dato il modus operandi di Refn, è caratterizzato da elementi di enorme impatto visivo, che in questo caso in particolare, per alcune atmosfere riprodotte, rimanda vagamente a Suspiria di Dario Argento.
Nonostante questa volta i dialoghi siano in proporzione maggiore rispetto a quanto riscontrato nei suoi lavori più recenti, a sopperire al comunque sempre ristretto linguaggio verbale ci sono le immagini che, insieme alla musica elettronica ipnotica della colonna sonora anche questa volta composta dall’ormai “socio” Cliff Martinez (della serie squadra che vince, non si cambia), e le luci risultano sempre gli elementi chiave a farla da padrone e diventano i veri personaggi aggiunti nella narrazione.

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Per la questione che nulla è casuale la location a fare da sfondo alla vicenda l’ho trovata oltremodo interessante e, senza dubbio, non banale perché si sposa alla perfezione con le dinamiche della storia.
Dato che parliamo di un mondo farlocco e patinato per antonomasia, di conseguenza, quale luogo migliore di una città come Los Angeles per ambientare un horror al femminile dove tutto è statico, c’è sempre il sole e la cosa più importante è la bellezza ad ogni costo?. Ok a me è venuto in mente anche una sorta di deja vu con Maps To The Stars di David Cronenberg per certi versi, mentre guardavo The Neon Demon, ma qui la storia è diversa.
Lo spettatore si trova davanti un mondo a sé stante, quasi una sorta di mini universo parallelo fatto di glitter e chirurgia plastica.

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L’ossessione di poter fermare il tempo sul proprio corpo per assicurarsi un posto nel mondo patinato della moda e lavorare, anche se ormai a 21 anni si è già praticamente carne da macello, è alle stelle e la routine è destabilizzata dall’arrivo della sedicenne Jesse, interpretata dalla giovanissima (al momento delle riprese davvero sedicenne), ma già bravissima Elle Fanning (Maleficent, Trumbo, Babel) perfetta nel contesto in cui è inserita, con una recitazione sempre misurata al punto giusto. Data l’età e la sua bellezza naturale, il suo personaggio ruba la scena a modelle più navigate e con più esperienza diventando a sua volta sia oggetto di desiderio che motivo di invidia in egual misura.
Jesse si insinua dapprima ingenuamente in questa giungla di cemento senza scrupoli e pronta a divorare chiunque come una Cenerentola dei giorni nostri lasciando il segno in chi incontra, che non è sempre la personificazione del bene, facendo slalom per quanto possibile tra numerose insidie che lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.

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The Neon Demon è quello che chiameremmo una favola dark senza scrupoli confezionata con l’ausilio di una realtà intensificata dove, davvero, tutto è concesso, ma nulla di ciò che accade è fine a sé stesso. Si tratta di un film con un tema di fondo in grado di far emergere tutta la spietatezza umana rivelando una realtà inquietante anche se fondamentalmente romanzata. Nicolas Winding Refn rispetto al lavoro profondamente concettuale svolto per Only God Forgives questa volta lascia meno spazio ai manierismi, ma nonostante tutto mantiene certi artifici registici già visti nella sua produzione, in bilico tra scenari caleidoscopici, giochi di specchi e luci e forme geometriche che guidano le congetture dello spettatore anche verso potenziali interpretazioni esoteriche.

Quindi, per concludere, le aspettative alte e il fomento pre visione sono state totalmente ripagate in pieno e il film merita tantissimo, quindi se avete la fortuna di vivere in una zona con una sala che lo trasmette andate a vederlo.

Hype pre-Croisette 2016

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Questa mattina è stata annunciata la lista dei film in concorso al prossimo Festival di Cannes e anche se ormai era praticamente ufficiale me ne sono stata buona buona e ho aspettato la conferma. Quest’anno torna in gara Nicolas Winding Refn con il suo horror in gonnella tanto sbandierato da un paio d’anni a questa parte.
Refn è uno che “se lo frequenti” non ti aspetti più niente, nel senso che dice tutto e il contrario di tutto e va bene così.
Mi piace farmi stupire al cinema e finora lui ci ha preso, quindi  più che altro, devo prepararmi psicologicamente all’idea che finalmente sta per uscire The Neon Demon (cioè la data italiana non esiste ancora), film che sigilla ulteriormente quello che ormai sembra sempre più un sodalizio artistico tra Refn e il compositore Cliff Martinez, e abbiamo anche un trailer (finalmente).
Elle Fanning è un’attrice che più passa il tempo e più apprezzo, nonostante la giovanissima età, ed oltretutto fa scelte interessanti, qui è in compagnia di Jena Malone, Christina Hendricks e Keanu Reeves.

Aspettiamo..