I Medici: quando l’italiano ha sempre da ridire.

Come sarà ormai noto a tutti quanti, da mesi, la Rai ha rotto il salvadanaio a forma di porcellino rosa e nel 2015 (cioè quando sono iniziate le riprese) ha capito che forse finalmente era arrivato il momento di osare e cercare di raggiungere un target più ampio nel campo della serialità televisiva. BRAVA RAI, ERA ORA.
Ma l’Italia è un paese piccolo e meschino, lo sappiamo tutti, ed ora farò un richiamo che mi disturba fare per una buona causa (ribadisco per i neanderthal “SIETE LIBERI DI PENSARE FACCIA SCHIFO, NON SIAMO QUI A PARLARE DI QUESTO” e un ulteriore spiegone perché ogni volta mi sembra ci sia qualche problema di comunicazione “non vi sto dando dei neanderthal perché vi fa schifo e invece a me no, ma semplicemente perché pensate che con una simile osservazione io vi ci stia definendo come tali”) cioè, la vittoria di La Grande Bellezza agli Oscar.
Cos’era successo? semplicemente finché il film è rimasto nei confini italici e in due sale “sfigate” in croce (ma col senno di poi MAGARI FOSSIMO RIMASTI COSI) tutto andava bene, la vita sorrideva.
Poi però la fatidica statuetta sul suolo californiano ha aperto il vaso di pandora dell’impatto internazionale.

Con I Medici la questione è diversa, ma volendo guardare alla realtà delle cose mica troppo.. anzi, forse è addirittura peggio perché la produzione della serie Rai che vedo ingiustamente criticata è a sua volta un prodotto internazionale come la maggior parte delle storie tanto osannate da critica e pubblico italiano, ma ha il difetto di essere italiano.
Sembra che qualsiasi prodotto di intrattenimento italiano che aspiri vagamente a un pubblico più ampio debba essere tassativamente mortificato perché non degno di una possibilità di innovazione.
Mentre scrivo queste cose mi sento tanto Renè Ferretti (non vi devo spiegare chi è, vero?) però sembra sempre che una televisione diversa sia impossibile da avere e invece mi piace pensare che magari una speranza finalmente la possiamo avere anche noi, per una volta.
Quindi lamentatevi quanto vi pare ma contate fino a dieci prima di scrivere certe vaccate come quelle che ho letto su internet da martedì sera.

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In tale proposito ne approfitto per ribloggare in toto questo post scritto da Liberty Tyler che riassume alla perfezione tutto ciò che penso.

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Succede che la RAI, che in quanto a qualità e capacità di rischiare sulle produzioni televisive era ferma agli anni ’80 (nelle migliori delle ipotesi), si lancia con la sopresa, lo stupore e la gioia di tutti i telespettatori 2.0 (cioè qualsiasi persona che sia nata dopo la guerra), in un’avventura che forse, nel 2016, era anche il momento di vivere: produrre una serie dal respiro internazionale, con un cast di tutto riguardo e grande richiamo, affidandosi poi alle mani esperte di un regista e di sceneggiatori stranieri. E’ una cosa che stanno facendo da anni tutti: dalla BBC, a CANAL+ senza poi ovviamente escludere tutte le reti statunitensi che in quanto a serie televisive sono avanti anni luce. E’ la concezione moderna della TV, dove in un mondo che diventa sempre più globale, non si può più pensare di produrre tutto a casa propria guardando solo al pubblico…

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“Hang on to your hopes my friend, that’s an easy thing to say but if your hopes should pass away simply pretend that you can build them again”

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Che stessimo attraversando tutti quanti una fase nostalgica si sapeva, era chiaro, cioè il vintage pervade la nostra vita sempre più prepotentemente nel bene e nel male. Onestamente a volte capita di trovarsi a fare dei discorsi nostalgici sull’infanzia e cosa sia sopravvissuto dagli anni ottanta a oggi, passando anche per quel periodo buio chiamato anni novanta.
Ho già detto in passato quanto io sia grata dell’esistenza di Netflix quindi non mi dilungherò molto in merito, ma ci tengo a ribadire quanto io sia felice che esista questa piattaforma perché, non solo mi ha salvato serate e serate di buio pesto su cosa guardare e come occupare qualche ora prima del collasso notturno in preda al bingewatch, ma mi accorgo, specialmente in estate dove nel mio caso l’attività cerebrale rasenta il -400, che più passa il tempo e più mi regali delle perle assolute.
Ok, lo so che praticamente ne hanno parlato tutti quanti dell’argomento di cui sto per parlare anch’io, ma non posso davvero esimermi dal farlo, perché è troppo troppo bbbello (con tre b, sì, statece). So benissimo che sicuramente non dirò nulla di nuovo e rivoluzionario su Stranger Things, ma sento che devo farlo anch’io.

Credo che un po’ tutti quelli nati a metà anni ottanta come la sottoscritta abbiano, chi più chi meno, lo stesso retaggio culturale soprattutto in ambito cinematografico: se ripenso a quel periodo mi tornano in mente i Goonies. Io amo i Goonies, all’epoca volevo cercare Willy l’Orbo anch’io e ancora oggi quando ridanno in tv quel film sotto natale non me lo perdo.
Ricordo compagni di classe alle elementari traumatizzati dalla visione prematura di IT (io appartengo a quella specie rara di quelli che si sono letti il libro nell’adolescenza e dopo si sono visti il fim), mia cugina, più grande di me, ossessionata da Twin Peaks e copertine di riviste con quello che pochi anni dopo ho realizzato essere il cadavere di Laura Palmer arrotolata nel cellophane come un involtino primavera, poster di Simon LeBon dei Duran Duran alternati ad album di Springsteen.
Ricordo ET – L’extraterrestre: io che lo adoravo e mia madre che non voleva assolutamente che io lo guardassi perché lei era terrorizzata da quell’alieno adorabile (credo purtroppo la cosa, per lei, sia immutata ancora oggi).
Sono cresciuta con i film di John Hughes, con Steven Spielberg e Tim Burton, con le figure dei cosiddetti “sfigati”, dei bulli di quartiere, Molly Ringwald e i cosiddetti ragazzi più ambiti della scuola di turno.
Senza contare film fantascientifici come War Games o Explorers con minacce globali e alieni, per non parlare di X-Files con i suoi mostri e il suo grande punto di domanda sul paranormale con i cosiddetti effetti speciali dell’epoca che ora fanno sorridere.

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Stranger Things, messa in questi termini, si può dire sia una serie in stato di grazia perché essendo stata partorita nel 2016 e non nel 1986 può godere di un tipo diverso di effetti speciali e strumenti. E’ una creatura di Netflix (e la parola creatura non è buttata lì a caso) partorita dai Duffer Brothers, di 8 episodi da circa 45 minuti ciascuno e non sono sufficientiiiii che prende alla lettera l’operazione nostalgia: vi prenderà vi risucchierà nel suo universo e vi risputerà fuori con un pezzo di cuore in meno.
Già dal font del logo di apertura si capisce che ci si imbatterà in territorio di altri tempi: sembra un romanzo di Stephen King, con il titolo tratteggiato in rosso su sfondo nero e la suddivisione in capitoli, ma del resto anche il contenuto non scherza perché il livello di intrattenimento è altissimo da subito. Inoltre ha dalla sua parte un cast fantastico, in primis Winona Ryder, perché al di là del fatto che lei rappresenti uno dei miei ricordi cinematografici del periodo, per antonomasia, sono contenta si stia riprendendo in campo lavorativo, l’avevo gia vista e adorata in Show Me A Hero lo scorso anno in un’ottima prova attoriale, spero vada avanti su questa scia.
Poi, senza ombra di dubbio, su tutti spicca il gruppo di ragazzini protagonisti principali della vicenda perché sono stati spettacolari dal primo all’ultimo. Come nei film d’avventura anni ottanta anche loro sono stati in grado di portare avanti incarichi importanti alla faccia di specialisti del mestiere e salvare la situazione.
Oltre a tutto questo una menzione speciale va alle scelte della produzione per quanto riguarda le locations e la ricreazione di atmosfere particolari ponte a rendere omaggio ai migliori prodotti cinematografici e seriali di genere.

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Sfido chiunque, guardando Stranger Things, a non viaggiare con la memoria tra i boschi di ET con gli inseguimenti in bici, con la comparsa di loschi figuri che trasmettono timore e fanno pensare ad un certo livello di autorità anche senza pronunciare una parola, come in X-Files. Oppure a provare una sensazione di apparente tranquillità con tutta la sequela di spaccati di vita ordinaria alla Twin Peaks, e così via, c’è che il tutto a mio parere è riuscito perfettamente stando ben attenti a mantenere un tono singolare.
In tutta questa, già immensa, operazione nostalgia un ruolo particolare lo riveste senza ombra di dubbio la colonna sonora perché (oltre ad essere un concentrato del mio iPod) è andata ad affondare le navi giuste una dopo l’altra: prima i Clash, poi le Bangles, i Joy Division, i Toto, i Jefferson Airplane, i New Order, gli Echo and the Bunnymen… gente, non si fa! Altrimenti poi va a finire con me che canto per casa Hazy Shades of Winter con lo sguardo a metà tra il catatonico e sull’orlo del pianto perché io quel pezzo lo collego a un altro film strappalacrime che mezzo basta chiamato Less Than Zero (per non parlare poi del resto delle canzoni menzionate).
Possiamo dire, quindi, che tutta la miniserie sia un perfetto distillato di anni 80 e primissimi anni 90, partendo dalla cultura pop del periodo raggiungendo fisime e fobie varie: abbiamo sparizioni, paranormale, complotti, fatti inspiegabili, insomma non ci si fa mancare nulla. Stranger Things è la dimostrazione che si può scommettere ancora sul “già visto” senza cadere nella becera banalità di genere: in primis perché io non ho granché pretese in fatto di serialità, insomma diciamo che di base mi devono catturare l’attenzione e farmi dimenticare che passano le ore mentre macino puntate su puntate, ed è successo; per secondo perché se si può rubare dai migliori per creare qualcosa di nuovo mantenendo sempre uno sguardo attento al passato e non dando per scontato l’elemento colpi di scena, allora andate avanti e datemi una seconda stagione anche se lo so benissimo che avrò aspettative altissime.

un veloce appunto

Va bene, l’ultima settimana è stata molto scombussolata dagli eventi e così i miei piani di pubblicazione sul blog, ma una cosa la devo festeggiare.

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La scorsa domenica si sono tenuti i consueti Hollywood Foreign Press Association’s Golden Globes a Los Angeles e, diversamente dal passato, quest’anno è successa una cosa paranormale, a parte il fatto di rivedere Ricky Gervais a presentarli (che adoro nel suo essere dannatamente politically incorrect e seriamente pensavo non sarebbe più successo).

Io di solito sono molto scontenta delle nominations delle serie televisive, ma quest’anno invece seguendo il mantra del “tanto chi piace a me non si becca mai niente” avevo deciso di fregarmene.
E’ anche vero che di solito tifo molto di più per la sezione cinematografica, ma quest’anno la Hollywood Foreign Press mi piace pensare si sia sentita provocata, perché altrimenti non si spiegherebbe un tale atteggiamento.  Hanno considerato, ad esempio, Eva Green per Penny Dreadful, Wagner Moura per Narcos, Oscar Isaac per Show Me a Hero, Gael Garcia Bernal per Mozart In The Jungle e lo stesso Mozart In The Jungle. Certo uno straccio di  nomination a un gioiellino televisivo come Hannibal della NBC non penso gli avrebbe provocato un’orticaria se ci fosse stata, ma per me è già stato un miracolo questo.

E quindi, cosa abbiamo imparato da questa edizione? per caso che il paranormale è tra di noi? che per una volta ci ho schifosamente preso? che ho capito come funzionano le loro menti malate? che ho avuto un culo grosso come Shanghai? può darsi, non lo so… PERO’ QUELLO CHE MI HA RESO PARTICOLARMENTE FELICE E CHE NON MI HA FATTA PENTIRE DI ESSERE RIMASTA SVEGLIA FINO AD UN ORARIO INDEGNO E’ CHE LORO HANNO VINTO

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Gael Garcia Bernal

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Oscar Isaac

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Jason Schwarzmann e il resto del cast di Mozart In The Jungle

è più che altro un reminder per me stessa per testimoniare che è successo davvero ed è tutto bellissimo.

…l’anno prossimo tornerò a bestemmiare lo so, ma non importa.

All’s fair in love and cold war: ovvero del perché dovreste guardare The Americans

il secondo nome di questo post è SPOILER, leggetelo a vostro rischio e pericolo
(in realtà ce ne sono solo un paio e piccoli, ma non osate dite che non vi avevo avvisati)

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Un paio di mesi fa, dopo tante suppliche agli dei e petizioni più o meno inutili (non lo sapremo mai, ma mi piace pensare abbiano contribuito) firmate online finalmente è arrivato Netflix anche in Italia e si è portato con sé tante cose che avevo già visto, ma altrettante che ho sempre voluto e che non ho mai potuto vedere fino ad ora, per questioni di tempo e logistiche. Avevo pensato appena data un’occhiata alla libreria digitale disponibile di scrivere una sottospecie di watchlist personale a riguardo, ma in tempo zero il web si era popolato di guide alla visione simili e più dettagliate di quella che avevo in programma io, così ho deciso di lasciare perdere. Ma comunque, nonostante uno dei grandi mantra del buon cinefilo o telefilm addicted sia “we’ll sleep when we’re dead” a questo mondo ci sono, davvero, troppe cose da vedere, da fare e telefilm da seguire.

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Erano ormai un paio di anni che, la serie di FX, The Americans flirtava con me da lontano, ma non avevo mai tempo per dedicarmici adeguatamente e così ho continuato a posticipare e declinare le avances, ma a conti fatti ho fatto MALISSIMO.

Se il bingewatch è il termine ormai sdoganato per parlare di visione compulsiva di serie televisive o film su Netflix allora sappiate che si addice perfettamente anche a The Americans perché ho polverizzato 39 episodi in 10 giorni a dire tanto (per la precisione, su Netflix trovate solo le stagioni 1 e 2).

Diciamo che, se già nell’ormai lontano 2001 J.J. Abrams ci aveva deliziati con quel gioiellino seriale chiamato Alias (sebbene vittima di qualche alto e basso narrativo nel corso delle stagioni, lo ammetto, ma sempre molto godibile), fondato sulle macerie della guerra fredda e incentrato sui figli di spie della CIA e KGB, al contrario, The Americans, creatura di Joe Weisberg datata 2013 e ancora in corso d’opera, anche se più “distante” e priva di elementi più strettamente catalogabili come fantascientifici ci offre in un certo senso il punto di vista genitoriale dello spionaggio.

Questa serie televisiva è basata su fatti veri e ispirata anche a fascicoli venuti alla luce nel 2010 per opera dell’FBI denominati Operation Ghost Stories.

The Americans è ambientata a Washington negli anni ottanta, in piena epoca Reaganiana, e ci porta nella vita quotidiana di una tipica famiglia americana, solo in apparenza, perché i coniugi Philip ed Elizabeth Jennings (interpretati rispettivamente da Matthew Rhys e Keri Russell) sono in realtà due agenti del KGB mandati in missione negli USA molti anni prima.

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Dei signori nessuno scelti dalla “madre Russia” per servire il paese vengono sottoposti all’addestramento da agenti segreti convolano a nozze e, con l’ordine di non svelare a vicenda le proprie vere identità antecedenti l’arruolamento, sono catapultati in un nuovo continente, e un nuovo paese, ovvero gli Stati Uniti d’America, con l’obbligo di mettere su famiglia e condurre una vita ordinaria come copertura.

Come nei migliori drama e film di spionaggio di genere la tensione è alta e gli imprevisti sono ovunque dove meno ce lo si aspetti, perché come se non bastasse i coniugi Jennings hanno anche due figli, Harry e Paige (interpretati da Keidrich Sellati e Holly Taylor), ormai adolescenti, nati e cresciuti negli Stati Uniti, totalmente all’oscuro della reale identità dei genitori e della loro occupazione al di fuori della presunta carriera di operatori turistici in un’agenzia di viaggi e cresciuti assolutamente in linea con abitudini e cultura occidentali.

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Fin dal primo episodio lo spettatore ha a che fare con un mix letale di nostalgia per il passato brillantemente trasposto con un sacco di flashback sul grigiore dell’Unione Sovietica e legami di un tempo per sempre spezzati e patema perché capisce che avrà da penare, e fondamentalmente è tutto ciò che cerco in un telefilm simile.

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Si respira aria di tensione fin da subito, proprio quando vengono introdotti i nuovi vicini di casa dei Jennings, ovvero i Beeman. I Beeman sono famiglia tranquilla, non fosse per l’occupazione del marito, tale agente dell’FBI in servizio, ed è divertentissimo rivestire i panni dello spettatore onnisciente e preoccuparsi per “i nemici” dell’occidente, mai tanto esposti e a rischio di rimpatrio immediato quanto allo stesso tempo a loro agio con le persone più sbagliate con cui instaurare amorevoli rapporti di buon vicinato. Inoltre è divertente vedere quanto spesso le vicende dei Jennings, corredate da una lista infinita di “aliases” con tanto di parrucche e protesi improbabilissime, si avvicinino agli affari di stato curati da Stan Beeman (interpretato da Noah Emmerich) e colleghi.

Oltre a loro ci sono altri personaggi secondari di non minore importanza per lo sviluppo di entrambe le trame orizzontale e verticale, su tutte Martha Hanson (interpretata da Alison Wright), impiegata dell’FBI raggirata da Philip Jennings sotto le mentite spoglie di Clark Westerfeld fino al punto di sposarlo e conviverci, dando vita a una delle mie sottotrame preferite del telefilm.

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In parallelo, mettendo da parte un attimo i fatti più strettamente legati al nucleo famigliare dei Jennings, The Americans offre uno sguardo all’aspetto più politico del periodo della Guerra Fredda con una sottotrama totalmente ambientata negli uffici della Residentura a Washington dove troviamo personaggi come Nina Krilova (interpretata da Annet Mahendru), un’agente del KGB adescata da Stan Beeman, costretta a fare controspionaggio e alla quale viene promessa un’esfiltrazione dal programma ad opera dell’FBI.

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O uno dei miei personaggi preferiti, tale Oleg Burov (interpretato da Costa Ronin), promosso ad agente del KGB, ma malvisto dai piani alti della Residentura perché “figlio di” ovvero figlio del ministro dei trasporti russo e considerato come uno spiantato, ma che in realtà tutto sommato sa il fatto suo e trova il suo spazio.

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Nel corso di tre stagioni capita letteralmente di tutto e ci si chiede letteralmente dove potrebbe andare la serie televisiva, che a marzo negli USA vedrà l’inizio della sua quarta stagione. Aspetto impazientemente il suo arrivo come un bambino può aspettare babbo natale e mi preparo psicologicamente al fatto di dover vedere un episodio a settimana come nella peggiore delle storie di dipendenza telefilmica compulsiva.

The Americans è uno dei classici esempi di telefilm che, anche se comunque anagraficamente è arrivato prima, come Narcos se ne sbatte a un certo punto della lingua inglese e obbliga lo spettatore a un certo livello di attenzione anche perché gran parte dei dialoghi sono in russo e necessitano di sottotitoli, ed inoltre non si risparmia in fatto di politically incorrect perché ogni tanto sbucano scene poco piacevoli alla vista, ma se si ha un’infarinatura di base sul periodo storico in questione si può immaginare siano successe davvero. Oltretutto ogni tanto piazza qualche pezzo musicale di tutto rispetto totalmente anni 80 (ci ho trovato i Cure e gli Yazoo) che mi ha fatto urlare dalla felicità.

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Vorrei spezzare una lancia in favore di tutto il cast che ha partecipato alla realizzazione di questa serie televisiva perché è spettacolare e ad un certo punto vanta anche la partecipazione di attori di un certo spessore come ad esempio Frank Langella nel ruolo di Gabriel, ma gli attori che hanno modo di sperimentare di più tra tutti, a livello recitativo, sono sicuramente Matthew Rhys e Keri Russell perché ad ogni puntata sfornano personaggi collaterali con caratteristiche sempre diverse oltre al puro aspetto esteriore che continua a cambiare.

Inoltre documentandomi, in questo ultimo periodo, ho scoperto che anche The Americans, come del resto le serie migliori prodotte, non ha mai ricevuto particolari premi o riconoscimenti importanti, ma sinceramente a questo punto se è il prezzo da pagare per avere un prodotto di intrattenimento di qualità allora mando giù il boccone amaro e mi attacco.

MARZO 2016 ARRIVA IN FRETTA, TI PREGO

Sex, Drugs and Classical Music: Mozart In The Jungle che ritorna

E’ iniziato tutto per caso la scorsa primavera, come nel 90% dei casi del resto, per caso.
Iniziava a fare quel caldo anomalo che ci affligge da qualche anno a questa parte ed era una domenica pomeriggio. Ora, si sa che di domenica pomeriggio già di norma il livello di fancazzismo e smarrimento esistenziale sia alle stelle per definizione, ma fortunatamente (o per sfortuna, dipende dai punti di vista) quel giorno la tv stava passando uno di quei film che io avevo prudentemente ignorato a suo tempo perché avevano sventolato in ogni luogo e in ogni lago mediatico in fase promozionale, ma io avevo talmente abbassato la guardia e c’era il vuoto cosmico in tv quindi ho ceduto.
La promozione a suo tempo aveva posto l’accento su quella parte di cast più nazionalpopolare e più commercialmente interessante. In poche parole mi avevano tenuto all’oscuro la presenza di Gael Garcia Bernal in Letters To Juliet e io l’ho scoperto a film inoltrato!
No, state tranquilli, non vi parlerò di Letters To Juliet: per primo perché non me ne po frega de meno e non voglio affliggere chi incapperà in questo post, e per secondo perché onestamente ho passato tutto il tempo a imprecare per le poor cast choices che potrei tediarvi per ore su quanto quel mascellone biondo fosse sbagliatissimo per l’happy ending, ma non lo farò.
Allo stesso tempo, però, questo film è stata un’epifania, totalmente out of anger, perché mi ha fatta domandare “Gael, a’bbellodezia ma tu che fine hai fatto?” ed è andata a finire come tutte le altre volte, cioè con una visita su imdb.com, e si sa cosa succede dopo.
Così ho fatto una scoperta, e cioè che anche lui a un certo punto della sua vita ha sentito il bisogno di cedere al mondo della serialità, ma non solo lui, anche Malcolm McDowell!
Tutto ciò è riassumibile con il titolo Mozart In The Jungle.

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Ora, se non l’avete mai visto vi dico di procurarvelo. Non avete scuse per la durata perché è una sitcom, ogni episodio dura 20 minuti scarsi e ci sono solo 10 episodi che si volatilizzeranno sotto i vostri occhi. Dico così perché quando l’ho iniziato, per caso, ho detto la fantomatica frase “si, beh ne guardo uno, tanto per…” e poi alla fine ricordo che era magicamente diventata l’una del mattino e io ero all’episodio numero 5 piena di sensi di colpa perché l’avrei potuto finire tutto subito e non volevo, ma non riuscivo a smettere, era più forte di me.

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La serie è tratta dal libro di Blair Tindall “Mozart In The Jungle: Sex, Drugs and Classical Music” ed è stata adattata da Roman Coppola, Jason Schwartzmann e Alex Timbers.
Ambientata a NYC, tratta in contemporanea le disavventure della giovane oboista Hailey Rutledge (Lola Kirke) mentre tenta di entrare a far parte dell’orchestra sinfonica della città che proprio in quel momento sta cambiando direttore e di Rodrigo De Souza (Gael Garcia Bernal) alle prese con il suo nuovo incarico. Viene narrato il passaggio di testimone alla direzione dell’orchestra tra “l’anziano” Thomas Pembridge (interpretato da Malcolm McDowell) e il giovane Rodrigo De Souza: un cambio generazionale di toni dal rigoroso e classico all’innovazione, pura sperimentazione musicale ad atteggiamenti sopra le righe divertentissimi in grado di conquistare in brevissimo tempo chiunque, e di scatenare l’ira e la gelosia del suo precursore .

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Il clima che si respira in questo telefilm è di leggerezza, ironia e di creatività e sinceramente ci scommetto quello che volete ma senza Bernal nella parte di Rodrigo sono convinta che non sarebbe mai stata la stessa cosa anche perché si presta talmente tanto nella parte dell’artista fuori dagli schemi che non so chi altro avrebbe potuto ricoprire quel ruolo.

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Non voglio dire niente di dettagliato relativo alla trama perché tutta la stagione dura così poco che c’è il rischio di svelare cose, basta provare a seguire un paio di episodi per farsi un’idea. Ho scritto tutto sto papiro per un semplicissimo motivo, cioè perché oggi è uscito il trailer della seconda stagione, che negli USA, su amazon video inizierà il 30 di dicembre e io sono una tossicodipendente felice perché a breve potrò avere 10 nuovi futuri “vecchi” episodi (in realtà non ho controllato, spero ce ne siano di più) con cui tenermi compagnia lungo tutto il 2016 perché ovviamente la prima stagione l’ho riguardata in loop.

Quindi boh, per concludere non pensavo l’avrei mai detto, ma grazie Letters To Juliet, perché forse senza di te non avrei mai scoperto questa ennesima droga seriale.

qui trovate il trailer della seconda stagione