Scompartimento n.6 – Hytti Nro 6 (Juho Kuosmanen – 2021)

Volevo parlare di questo film da tempo e forse con delle condizioni geopolitiche diverse da quelle attuali lo farei con meno tristezza addosso, anche perché visitare la Russia o quantomeno fare la transiberiana è uno dei miei progetti di vita mentre ora chissa quando si potrà fare di nuovo. Il viaggiare in treno anche per diverse ore è bellissimo. Mi è capitato spesso in Europa, ma mai per giorni. La Russia è un territorio talmente vasto che, se in vita tua hai avuto a che fare con la cultura di quel paese o la lingua, tra le varie cose non puoi non pensare al discorso dello spazio orizzontale ottocentesco e il fatto che in questo film il mezzo di trasporto sia la ferrovia è un po’ a suo modo la chiusura di un cerchio. Qui però non si va da Mosca a Vladivostok, ma si esplora il profondo nord spingendosi fino a Murmansk, al circolo polare artico, a pochi chilometri dal confine con la Finlandia.

Scompartimento n. 6 è un film diretto dal regista finlandese Juho Kuosmanen che ha vinto il gran premio della giuria al festival di Cannes 2021 ed è un road movie a tutti gli effetti.
È tratto dal libro omonimo (e con qualche differenza nella trama) della scrittrice finlandese Rosa Liskom, pubblicato da Iperborea.

La storia è ambientata negli anni 80 in Russia e facciamo subito la conoscenza di Laura (Seidi Haarla), una ragazza finlandese che studia a Mosca, ha una relazione con la sua professoressa Irina e frequenta ambienti intellettuali della capitale.
Nonostante le molte promesse disattese nel tempo dalla partner, inclusa quella di andare insieme a Murmansk per vedere i petroglifi, Laura decide di partire in solitaria intraprendendo un lunghissimo viaggio in treno dove si ritrova a condividere lo scompartimento con un ragazzo russo di nome Ljoha (Yuriy Borisov) che va nella sua stessa direzione, ma per lavoro.
I rapporti all’inizio sono a dir poco turbolenti, ma poi i due iniziano a conoscersi vuoi anche per lo spazio vitale limitato e claustrofobico in cui sono costretti a convivere. Poi qualcosa cambia dando vita a qualcosa di singolare.

Io questo film l’ho amato profondamente e lo metto senza troppi problemi sul mio personale podio del 2022 (anche se è un film del 2021). Si tratta di una storia d’amore non convenzionale, di quelle che appena capisci dove vogliono andare a parare è troppo tardi, sai già che quando usciranno i titoli di coda ti farà malissimo. Era abbastanza impossibile non affezionarsi ai protagonisti perché per la famosa legge non scritta dei poli opposti che si attraggono, gli attori sono stati fantastici perché sono riusciti a sottolineare tutta una serie di stati d’animo e dinamiche ritrovabili facilmente in alcune circostanze di vita, scavando nella psicologia di questi personaggi.

Scompartimento n. 6 trasuda nostalgia, ma anche speranza, ti fa ripensare agli incontri fortuiti con sconosciuti che però poi magari parlandoci ti fanno sentire a casa e ti sembra siano stati parte della tua vita da sempre, per poi salutarli e non rivederli mai più. Ti trasmette anche quella quella sensazione che non campeggia abbastanza frequentemente nelle pagine Instagram dei nerd linguistici tra le parole intraducibili e che Vladimir Nabokov chiamava Toska: ovvero una sorta di stato di vaga inquietudine, un senso di nostalgia o struggimento amoroso. Forse è troppo poco nota.

Ci tengo a dire che sento di meritarmi a tutti gli effetti il premio simbolico “buongiorno principessa” perché sono arrivata alla Notte degli Oscar 2022 dando per scontato che questo film fosse riuscito ad entrare a far parte della cinquina finale per la categoria di lingua straniera, dopo la nomination ai golden globes. Non chiedetemi perché, forse ne parlavano tutti entusiasti e lo vedevo menzionato ovunque. Beh, a visione terminata lo ero anch’io. Immaginate ora la delusione totale nel momento in cui ho aperto la lista dei nominati e sono caduta dal pero.
Non avrà vinto l’Oscar, ma ora la mia missione di quest’anno consisterà nel consigliarlo a chiunque.
Forse è anche meglio di una statuetta che poi prende polvere e non si pulisce nemmeno da sola. Chi ve lo fa fare?

Fresh (Mimi Cave – 2022)

I film non ben catalogabili sono spesso i migliori. Di commedie romantiche fatte bene non ce n’è molte in giro ultimanente (o forse sono io che non sto guardando nella direzione giusta), sono per lo più abituata a vedere i cosiddetti dramedy dove principalmente “soffrirai ma poi ne sarai felice, vedrai…” tanto per fare una citazione colta. Invece Fresh, esordio cinematografico della regista statunitense Mimi Cave presentato all’edizione 2022 del Sundance Film Festival e prodotto da Hulu (da noi reperibile su Disney+), è una rom-com horror o un soft thriller.
Faccio schifo a catalogarlo, ma forse è proprio questa difficoltà essa stessa un pregio.

Da sempre i film thriller, così come alcuni sottogeneri dell’horror, giocano con la psicologia dello spettatore e ogni periodo storico ha il suo ciclo che va a sporcarsi le mani con un aspetto specifico del quotidiano per far funzionare meglio la trama e colpire direttamente chi li guarda.
Non sono propriamente “sul pezzo” perché guardo molti meno thriller di quanto si pensi, ma non ricordo se qualcuno abbia fatto in precedenza film in senso stretto, sui generis, come Fresh.
Ne ricordo alcuni di potenzialmente simili, ampiamente pubblicizzati a inizio anni 2000, che trattavano le insidie del malefico mondo del web tipo Paura.com. Come dimenticare, poi, Il Cartaio di Dario Argento dove il tema erano i videopoker online? È divertente vedere come dopo tanto tempo sia toccato alle app per rimorchiare.
Fin dagli albori, le cosiddette Dating Communities non è che abbiano mai goduto di granché del mio interesse o apprezzamento, ma non le demonizzo, c’è una svariata mole di gente che le utilizza per diversi motivi, o anche solo perché stufa dell’approccio umano old school. Ognuno fa come gli pare, tanto se vogliono ti adescano pure su Facebook per molto meno.
Si sa che trovare la dolce metà con cui condividere il resto della vita sia già di suo un’impresa di una difficoltà titanica, ma anche solo trovare un partner meno impegnativo con cui passare del tempo comporta un dispiegamento di forze non per questo inferiore. Sono comunque dell’idea che sia tanta la probabilità di rimorchiare dissociati virtualmente quanto nella realtà e questo film è la dimostrazione.

Senza spoilerare troppo (anche perché con una storia del genere ridotta abbastanza all’osso è davvero difficile), Noa (interpretata da una bravissima Daisy Edgar-Jones) è una ragazza che si affida alle app di incontri per trovare l’anima gemella, ma non fa altro che passare da un caso umano all’altro senza molta fortuna, finché poi frustrata dai continui buchi nell’acqua e da messaggi di dubbia natura ricevuti da sconosciuti, una sera al supermercato conosce per caso Steve (Sebastian Stan) che, comportandosi in modo goffo e impacciato, riesce a strapparle un sorriso e il numero di telefono. All’inizio sembra tutto perfetto e idilliaco, ma dietro la patina troppo bella per essere vera si nasconde una realtà ben più oscura.

Fresh è particolarissimo, sia per le dinamiche sia per come è girato, anche perché non capisci cosa stai guardando fino a dopo circa trenta minuti di film. Poi io ho un problema con questo genere cinematografico perché a volte tendo a razionalizzare troppo le cose e finisce che queste storie non me le godo davvero per quello che sono, ma in questo caso ero abbastanza incuriosita da farmi scivolare addosso alcuni aspetti. È assolutamente imperdibile se avete apprezzato American Psycho perché ci sono dei fantastici siparietti musicali bizzarri dove è praticamente impossibile non pensare a Patrick Bateman, oppure a quel gioiellino di Hannibal di Bryan Fuller perché per l’appunto si parla di cannibalismo, ma c’è anche alta cucina (non si arriva mai al livello delle portate di Janice Poon, ma la fame ti viene e ti chiedi sempre cosa c’è che non va in te).

È un film intriso di humor nero che incolla allo schermo, poi c’è anche un po’ di girl power che qua non guasta, ma capisco dove volete andare a parare (anche meno dai).
La morale, come al solito, è men are trash, but sometimes girls too.
Questa non vuole essere una critica in negativo fine a sé stessa, in fondo il punto è capire come sviluppare un concetto. Per dire, capivo lo stesso senza frase a effetto e non mi serve l’aiutino, preferisco il detto non detto, il troppo stroppia e finite solo per appesantire la storia.
Il film, nonostante tutto, l’ho adorato perché è un’idea originale e ha un bel taglio che non fa perdere la narrazione per strada con inutili fronzoli tenendo conto che si tratta di serial killer. Per i film di questo genere il ritmo è una cosa vitale.

Le interpretazioni sono ottime. Non conoscevo Daisy Edgar-Jones (che a quanto pare hanno visto in Normal People tutti tranne me), ma mi ha fatto un’ottima impressione, devo vedere altro di suo.
Sebastian Stan con il ruolo di Steve fa un salto di livello notevole coi personaggi deprecabili rispetto ai villain interpretati in passato in horror di dubbia qualità (The Covenant è talmente brutto che fa il giro e ormai è da anni un guilty pleasure).
Per finire, ci ho messo un po’ a riconoscere Charlotte LeBon perché così algida e bionda era veramente un’altra persona, ma sono davvero stata contenta di trovarla nel film. Non sapevo ci fosse.

Premesso che mentre fissavo Sebastian Stan mi sono immaginata fatta a pezzi che manco in Dexter, non so come siano le abitudini negli USA, ma la cosa più sospetta di tutte per me è stato il reparto ortofrutta deserto. Quando mai nella vita? Girl, run!

“Oh the 90s”

Era il 1996, avevo undici anni e guardavo MTV quotidianamente. Non avevamo ancora Internet a casa e mi stavo iniziando a creare una cultura musicale grazie a quel canale. Beverly Hills e Baywatch erano i contenuti pomeridiani di Italia 1 del periodo che se non li guardavi “non eri nessuno”.

Ma dicevamo, guardavo MTV.
All’epoca, insieme a TMC2 (RIP mi mancherai per sempre) era la mia finestra internazionale gratuita sulla musica e grazie al cielo trasmetteva il 90% dei suoi contenuti in lingua originale sottotitolata. C’è sempre stato poco rock ma, con il glam che ormai apparteneva a tutti gli effetti agli anni 80, anche il lato mainstream di quella scena marchiata Seattle dopo la morte di Cobain si andava man mano spegnendo diventando “di nicchia” per cedere il posto ad altri generi e sottogeneri che successivamente avrebbero iniziato a farla da padrone. Regnava indiscusso il panorama dei videoclip delle boyband di fama mondiale e delle band pop-rock-punk e derivati ambientati in scenari balneari, si imponeva sempre di più l’immaginario più solare della Southern California, gli Spring Breakers, lo Star System a stelle e strisce patinatissimo.
Tra le tante cose, spesso a molti eventi erano presenti Pamela Anderson e Tommy Lee.
I Mötley Crüe, in senso stretto, li ho scoperti qualche anno più avanti, ma al di là di qualche canzone non ci ho mai stravisto.
Tommy Lee non mi è nemmeno mai stato particolarmente simpatico, Pamela Anderson, forse complice il suo personaggio in Baywatch, invece sì.
Ho anche il ricordo di questa sua comparsata in un video del 1999 dei Lit, band californiana di cui mi piacevano un paio di singoli e basta, ma poi chissà che fine han fatto.

Non sono mai stata appassionata di gossip in vita mia, l’ho sempre trovato noiosissimo e ho avuto anche problemi a ricostruire alcuni fatti mentre guardavo la serie. Non ricordo nemmeno quanto tempo siano stati insieme in totale tra gli svariati tira e molla continui e i figli, ma all’epoca lo scandalo del famigerato Sex Tape illegale era arrivato fino a noi, tanto che ne avevano parlato anche al tg. Ho questo ricordo insieme a quella notizia dove si erano tatuati con lo stesso ago e lei si era presa l’epatite, ma forse a pensarci la storia era già abbastanza avanti. In ogni caso la coppia Pamela Anderson e Tommy Lee all’epoca era troppo “gallina dalle uova d’oro” del gossip per essere ignorata dal nostro paese che comunque, ricordiamolo, ha sempre guardato agli USA patria del trash, come modello da seguire.
Nel bene o nel male la serie di Hulu, Pam & Tommy mi ha fatto fare un tuffo non indifferente nella mia adolescenza.
Tutto questo discorso per dire che in quel periodo, per quello che avevo visto, li ho sempre percepiti più come parte integrante della cronaca rosa internazionale che altro.

Dato che in questi mesi, fin dall’annuncio delle riprese, sui vari social ne ho lette di ogni, specifico la mia posizione a riguardo nel caso in cui anche qui ci fosse qualche inquisitore del web: quello che è successo a loro due è vergognoso. È stato un furto di materiale privato e intimo e non lo dovrebbe sperimentare nessuno nella vita, dal signor nessuno al personaggio famoso XYZ. Per onestà intellettuale bisogna dire che questo scandalo ha comunque fatto, suo malgrado, da apripista involontario ad altre realtà postume (infelici?) come una Paris Hilton o Kim Kardashian alla vera ricerca di pubblicità e che grazie anche a questo espediente ormai sdoganato (o forse potremmo azzardarci anche a dire socialmente accettato), hanno cercato di fatturare.
Detto ciò, questa serie è un prodotto di cattivo gusto perché una voce vicina a Pamela Anderson riferisce che non ha dato il consenso? Lei ha tutto il diritto ad essere contraria perché è la sua vita, non metto in dubbio sia un trauma ed ero preoccupata anche io perché è un argomento spinoso, ma dopo aver visto un altro film su un altro scandalo a stelle e strisce degli anni 90 di qualche anno fa (che ho adorato talmente tanto che ogni tanto lo riguardo) mi fidavo di chi c’era dietro alla telecamera e ora sono contenta che questa miniserie sia stata girata così.
Vederlo mi ha fatto sentire una persona orribile o mi qualifica come tale agli occhi della gente? No e onestamente non mi interessa. Mi sentirei così se avessi visto il video vero, ma non un prodotto di finzione come questo.

Craig Gillespie (già regista di I Tonya), Lake Bell e Gwyneth Horder-Payton hanno sceneggiato e romanzato un fatto di cronaca che è a tutti gli effetti paragonabile a una “crime story”. Si tratta di fatti narrati in un articolo di Rolling Stone del 2014 e ci sono degli elementi presi direttamente dal libro di Tommy Lee, “Tommyland”.


In totale la serie è composta da otto episodi: i primi due, in particolare, sono concentrati relativamente su Tommy e poi su Pamela con un tono singolare rispetto agli altri. Quindi capisco perché i primi tre siano stati fatti uscire insieme nella prima settimana e l’ho apprezzato perché guardandoli l’ho interpretato come un’intenzione di voler fare il giro largo per poi poter dare un tono più definito alla narrazione. Funziona, scorre con un bel ritmo e non si fa mancare battute taglienti e momenti ironici.
In questa miniserie non si va per mezzi termini, è totalmente concentrata sul furto e ciò che gli ruota intorno strettamente senza divagare troppo su altri aspetti collaterali della relazione turbolenta tra i due.
Offre al pubblico un’infarinatura rapida su cos’era l’ambiente del porno negli anni 90, alcune delle sue dinamiche controverse che, col senno di poi, fanno riflettere su cosa possa esserci in giro al giorno d’oggi.

Pamela Anderson e Tommy Lee, innamorati pazzi, si erano sposati dopo 4 giorni e noi vediamo esattamente questo: il passaggio dall’idillio di una relazione freschissima con lei all’apice della popolarità e in procinto di dare una svolta alla sua carriera attoriale, al degenero repentino dovuto al furto di una cassaforte contenente suo malgrado la VHS, da parte di Rand Gauthier, come vendetta per le umiliazioni subite da parte di Lee. Il tutto condito da una serie di flashback atti a contestualizzare il periodo e le singole storie dei protagonisti con tutte le ripercussioni e una serie di udienze con domande improponibili.

Una cosa indubbiamente apprezzabile sta nel fatto che sia stato dato più risalto alla figura di Pamela e al fattaccio affrontato dal suo punto di vista, con le sue reazioni e l’impatto che ha avuto sulla sua persona sul piano pubblico e privato.
Personalmente non l’ho trovato un prodotto irrispettoso, ma permette allo spettatore di empatizzare ancora di più. Forse è un prodotto che può rientrare a tratti nella categoria moralizzatrice, visti gli anni che stiamo vivendo, ma contemporaneamente in grado di mantenere le distanze e raccontare in modo oggettivo i fatti e spingere inevitabilmente chi guarda a porsi delle domande.

A conti fatti è un evento più che spiacevole, ma che ahimè ormai fa parte della storia dello showbiz per quanto malata sia. Credo che forse, invece, potrebbe essere un’ottima occasione per riflettere sulla natura di tutta una serie di meccanismi che, oggi, ormai sono parte integrante di quel che sta dietro le quinte di una cosiddetta scalata al successo, di presunte o tali, star hollywoodiane mascherati col nome di “step obbligatori” per i quali dover passare, che ormai sono documentati su alcuni siti di settore.
Si parla di come Internet abbia cambiato inevitabilmente le vite di alcuni, in un’epoca ancora ampiamente analogica che, vista con gli occhi di oggi, sembra lontanissima (e ci rende difficile credere che ci siamo passati anche noi) e del paradosso di come il voyeurismo sia riuscito ad offuscare carriere navigate o meno.

Vorrei soffermarmi un attimo sugli attori che mi hanno fatto un’impressione più che positiva.
Lily James interpreta Pamela Anderson. Sebastian Stan interpreta Tommy Lee. Seth Rogen è Rand Gauthier, colui che ha commesso il furto e Nick Offerman il suo complice in affari.
Ero molto confusa. L’ho trovato fin dal principio un casting a dir poco coraggioso e bizzarro, soprattutto per quanto riguarda Lily James e Sebastian Stan.

Premesso che non ho mai avuto dubbi riguardo le loro capacità attoriali perché in questi anni gli ho visto fare prodotti interessanti, le mie perplessità risiedevano nell’aspetto fisico.
Ho sempre grande fiducia nelle capacità del settore “trucco e parrucco” delle produzioni d’oltreoceano, ma il “materiale” di partenza era un po’ distante dal mio ideale di casting. Mi devo mordere la lingua perché han fatto un lavoro egregio, sono ancora piacevolmente stupita dalla somiglianza di Lily James che si è dovuta fare non so quante ore di sedute di make up. Sebastian Stan, tatuaggi finti a parte, è sempre stato troppo “in salute” per interpretare uno secchissimo come Tommy Lee, ma ha funzionato.
Entrambi meritano un applauso per questi ruoli, in ogni caso, perché denotano un desiderio di cambiare rotta in termini di progetti lavorativi e passare a storie che richiedono un livello di sforzo (Sebastian Stan ha imparato a suonare la batteria per la parte), e coraggio, ulteriore. Sono una fan felice.

Attendo impaziente i nuovi lavori di Craig Gillespie, quando verranno. Per il resto io rimango dell’idea che questo lavoro non sia più controverso di un qualsiasi crime drama pieno di dettagli che si trova sulle piattaforme.

Commento meno serio, ma non per questo meno importante e irrilevante: non gli è mai servito alcun “aiuto” esterno con la sottoscritta, ma non sapevo di aver bisogno di Sebastian Stan così poco vestito, tatuato e con i piercing di Tommy Lee. E soprattutto di vedergli suonare la batteria finché non l’ho visto. È stato bello. Stavo già da anni sotto un treno, abbattetemi.

Freaks Out (Gabriele Mainetti – 2021)

Nel titolo ho scritto 2021 ma doveva uscire un anno fa. L’attesa è stata più lunga del previsto, ma come si suol dire “it paid off”.
Anche io avrei dovuto scrivere subito questo articolo, ma la vita con la sua quotidianità s’è messa in mezzo.
E anche questo film fa parte della categoria “me lo sono perso a Venezia”, perché l’hanno letteralmente presentato lo stesso giorno in cui me ne sono tornata a casa. Il dispiacere è stato grande, ma che vogliamo farci?

Dopo l’enorme successo, il bagno di folla continuo e la pioggia di premi strameritati incassati qualche anno fa grazie a Lo Chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti si è dato da fare per stupirci ancora di più, in modo ben più teatrale di prima.
Troppa teatralità stroppia? In condizioni normali sì, ma solo se dietro non c’è la sostanza e qui invece ce n’è a volontà.
Confesso che avevo un gran terrore quando avevano annunciato questo lavoro, ma soprattutto sono grata a Mainetti per non aver ceduto ai sequel e quindi non aver fatto Lo Chiamavano Jeeg Robot 2 (magari poi accadrà lo stesso, ma preferisco così) perché come nella musica si sa che c’è il detto “il secondo disco è più difficile” se c’è dietro un gran successo nazional popolare, e a questo punto credo succeda anche per il cinema, ne sono certa, ma in questo caso ero anche abbastanza esaltata all’idea.
Freaks Out è… non so bene come definirlo.
È un film di genere italiano, ma un genere solo gli sta stretto.
Qualcuno si è lanciato in paragoni del tipo “abbiamo il nostro Bastardi Senza Gloria” e mi ci ritrovo abbastanza, ma diciamo che è un Bastardi Senza Gloria versione felliniana mischiato coi Fantastici 4, Balada Triste de Trompeta di Alex de la Iglesia e forse molto di più.
Poi, per correttezza, dovrei anche dire che non sono mai impazzita per i Fantastici 4, quindi dirò che questo film è come vorrei fossero i Fantastici 4. Ha senso? Non lo so, ma non mi importa.

I film di Mainetti sono singolari perché nonostante sfruttino degli espedienti narrativi che scavano nella fantascienza riescono a mantenere un tono “crudo” e reale e in questo caso preciso la messa in scena è davvero notevole perché si riesce ad amalgamare benissimo al contesto storico presentato.
Si passa dalla dimensione del circo itinerante e di borgata al circo di città, mischiando nel contempo temi sensibili come: il rastrellamento degli ebrei e altre minoranze, passando per i discorsi farneticanti del terzo Reich sull’Übermensch (il Superuomo di Nietzsche), arrivando al problema dell’accettazione del “diverso”.
Freaks Out è un film con tantissima carne al fuoco e volendo fare un discorso generale è difficilissimo tenere tutti questi elementi in perfetto equilibrio perché basta quel qualcosa in più a far fracassare tutto quanto, ma alla fine funziona alla perfezione.

I personaggi sono molto ben caratterizzati e la musica è a sua volta uno strumento narrativo che li tratteggia.

A inizio film abbiamo subito una panoramica molto suggestiva, ed anche esaustiva, di chi saranno “i nostri eroi”, introdotti da un ottimo Giorgio Tirabassi nei panni di Israel, intento a fare gli onori di casa.
Nel cast abbiamo un grande ritorno: Claudio Santamaria nei panni di Fulvio, un uomo affetto dalla sindrome di ipertricosi e con una forza fuori dal comune. Personaggio schivo e molto colto un po’ rassegnato alla sua natura.
Pietro Castellitto interpreta Cencio, un ragazzo albino che controlla gli insetti.
Aurora Giovinazzo è Matilde, una ragazza in grado di produrre elettricità con proprio corpo e che, di conseguenza, non può toccare nessuno senza fargli male.
Giancarlo Martini veste invece i panni di Mario, un uomo che riesce ad attrarre a sé i metalli.

Last but not least, una menzione speciale a Franz, il Villain del film che, pur avendo tutti i requisiti possibili per farsi odiare a morte, a priori, non si può. Interpretato da un fantastico Franz Rogowski che non avevo idea avesse una parte, ma è stata una sorpresa molto gradita (l’avevo visto mesi fa in Undine di Christian Petzold, che consiglio). E “tanta stima” per aver recitato in italiano.

Per quanto suoni banale dirlo io ho riso parecchio, ma ho anche pianto e in generale mi sono divertita tutto il tempo. Il film dura quasi 2 ore e mezzo, ma mi sono volate letteralmente e questo significa che una cosa è fatta come si deve.

Quindi, come per Jeeg Robot mi tocca ribadire l’ovvio, ma lo faccio volentieri.
Cioè, fondamentalmente devo dire ancora una volta che nel cinema italiano quando a qualcuno viene data la possibilità di osare e di fare un cinema un po’ più fuori dal comune riesce a fare cose straordinarie che potrebbero battersela a tutti gli effetti con, non dico le giga produzioni Marvel (e io sono fan dei film Marvel) ma comunque film di fantascienza di un certo livello, di quelli di medie dimensioni che ormai non si fanno più da un po’ di anni e che sono comunque degni.
In ogni caso seppur con un budget ridotto si può fare un cinema di genere di qualità di tutto rispetto in grado di giocarsela a tutti gli effetti fuori dai confini nazionali e non sfigurare minimamente.
Gabriele Mainetti e altri registi italiani stanno facendo un lavoro egregio con il nostro cinema, ma lui da qualche anno sta lasciando il segno con prodotti di intrattenimento fuori dagli schemi per il pubblico medio di questo paese e abbiamo bisogno di altri film come questo.

Sto diventando una fangirl di Gabriele Mainetti? Può darsi.
Arrendetevi.

Andate al cinema a vedere Freaks Out finché si può.

The Card Counter (Paul Schrader 2021)

Film in concorso a Venezia 78 che non ho potuto vedere là per una questione di tempismo sbagliato e soprattutto di mancanza di dono dell’ubiquità. Film che, tra l’altro, al festival è rimasto a mani vuote, ma che almeno per l’interpretazione avrebbe avuto concrete chances (e leggevo giornalisti che lo dicevano ben prima di me in quanto fan) e spero riuscirà a vincere qualcosa nel corso della stagione.

Paul Schrader regista è una mia lacuna che cercherò molto colpevolmente di colmare nel tempo e la trama di questo film (scritto e diretto da lui) è lineare e abbastanza semplice, la cosa davvero interessante sono i personaggi ritratti nelle loro complessità e la bravura degli attori nel dargli vita.

Entriamo subito in contatto con il protagonista interpretato da un fantastico Oscar Isaac, di cui scopriamo il nome, William Tell, solo più avanti. È un solitario, ha delle abitudini particolari e soprattutto macina kilometri su kilometri negli USA a caccia del prossimo Casinò.

È un reduce di guerra, è stato ad Abu Ghraib ed era tra i marines protagonisti dello scandalo internazionale che ha travolto l’esercito statunitense per aver torturato civili in carcere, e per questo motivo lui e i suoi compagni sono finiti dentro mentre il loro superiore no.

Scopriamo che William conta le carte per non pensare al suo passato ed è la sua unica fonte di sostentamento.

Con lo svilupparsi della vicenda troviamo altri personaggi che intrecciano il suo cammino e lo accompagnano mettendolo davanti a un bivio.

The Card Counter è un film privo di particolari artifici registici che possano far pensare a “oddio me lo porterò dietro per secoli” e ha un cast veramente ridotto all’osso.
La sua bellezza sta nella scrittura, nella complessità della caratterizzazione e nella miriade di dettagli e simboli.
È un thriller che a suo modo tratta di redenzione personale e riscatto e contiene un’enorme critica alla politica americana. Paul Schrader non la manda a dire.
Inoltre penso sia volutamente lento e il fatto che usi come espediente narrativo delle partite di poker non fa altro che dare una ulteriore chiave di lettura allo spettatore. Questa cosa me l’ha fatto inaspettatamente apprezzare forse più del previsto perché la vicenda è tutta un continuo “scoprire carte” un po’ alla volta.

Merita senza dubbio di essere visto e al momento non so se sia ancora in sala, ma se c’è andate.

Piccola postilla: bravi continuate a far lavorare Oscar Isaac e Willem Dafoe insieme che io sono felice.

Spencer (Pablo Larraìn – 2021)

Pablo Larraìn, dopo una serie di film (bellissimi) ambientati in Cile si è dato alla conquista di Hollywood. Il che è un bene, sono contenta, si merita il successo che sta avendo perché è un regista interessante, ma dopo il meraviglioso Jackie con protagonista Natalie Portman (in un’interpretazione da vedere e rivedere rigorosamente in lingua originale) ha deciso che non ne aveva abbastanza di First Ladies e affini e ha pensato di fare un film su Lady Diana.
Mi va anche bene perché lui ha un modo di raccontare particolare e non fa biopic classici, però poi si sa come funzionano queste cose si rischia di scadere nella retorica, poi sono anche passati una ventina di anni dalla morte di Diana Spencer e lei era una figura molto amata perché usciva dai canoni della famiglia reale britannica e ha cavalcato il gossip, senza contare la tragica fine.

Non ho mai avuto un’opinione netta su di lei, ero anche relativamente piccola quando è morta, non ho mai amato il gossip e la fascinazione che hanno molti nei confronti dei reali inglesi non mi ha mai sfiorata più di tanto. Diana comunque mi ha sempre dato l’idea di qualcuno incastrato in un mondo che non le apparteneva e mi è sempre spiaciuto un po’ per lei.
Però ripeto, moderatamente come quando appunto non sai esattamente cosa c’è dietro.
In ogni caso ne sentivo il bisogno di un’altra trasposizione su di lei? Sinceramente no.
E non lo dico nemmeno perché di recente c’è stata la stagione di The Crown con Emma Corrin a interpretarla perché la serie l’ho iniziata e abbandonata tempo addietro, quindi non so niente, mi sembra solo un argomento che si potrebbe anche evitare di ridare in pasto ai media in questo modo.

Un altro mio problema, comunque, è chi ha preso Pablo per interpretare Diana.

Non ho un problema con Kristen Stewart come persona, sono certa sia interessante e particolare, ma come attrice…

Ho letto che Larraìn l’ha scelta perché è una persona che ha vissuto da vicino l’assalto mediatico dei paparazzi e il peso del gossip in passato e quindi avrebbe potuto capire a dovere la psicologia che si celava dietro a un ruolo del genere.
Sì, ok, ma non c’è solo lei. Pablo porque? Yo te quiero, sono tua fan da anni, cosa ti ho fatto?
Il mio unico vero problema con la Kristen Stewart attrice è che in tutti i film in cui l’ho vista capisco che si sta sforzando. Soffre sempre, non l’ho mai vista davvero libera in un ruolo e mi manca la suspension of disbelief.
Stanislavskij non si è impossessato del mio corpo per poter dire una cosa del genere, ma è una cosa che semplicemente ho sempre notato. Non mi trasmette niente, se non noia e fatica.

Ho dunque per questo motivo trovato il film orrendo? No, è pur sempre un film di Larraìn e “la mano” si vede. Che poi la sua impronta autoriale è la cosa che mi ha convinta veramente a vederlo lo stesso (il fatto che fosse in coppia con Dune come doppia proiezione all’Arsenale a Venezia ammetto ha contribuito ulteriormente a farmi restare, non avevo niente da perdere e mi sono riposata altre due ore), ma ci sono state scene che ho amato tantissimo e altre che mi hanno fatto domandare “DAVVERO?”.

La storia si srotola su un arco temporale di tre giorni, il natale del 1991 a Sandringham House e vediamo una Lady D. sull’orlo del precipizio in pieno crollo psicologico e schiava della bulimia. Si può dire che era ormai una sorta di corpo estraneo a corte e si sentiva a suo agio solo coi figli, la servitù e la sua guardarobiera di corte, sua confidente.

Ciò che adoro dei film di Larraìn è che non sono mai come te li immagini, è come se si concentrasse su un aspetto specifico per poi riuscire a sviluppare tutta la narrazione intorno a quell’elemento. In questa circostanza non è chiaramente una narrazione tradizionale, piuttosto una discesa nella paranoia di una persona che non si sentiva parte integrante dell’ambiente che la circondava e il tutto è esasperato da una serie di sequenze vorticose e allucinazioni che permettono allo spettatore di entrare in diretto contatto col malessere della protagonista.
Quindi alla luce di questo dato che Kristen Stewart mi sembra sempre sofferente una storia simile dovrebbe intortarmi di più, no? Ni, me ne sono accorta lo stesso.

Non voglio esagerare ma se non fosse stato per il make up e la messa in piega forse sarebbe stato peggio e probabilmente sarò una voce fuori dal coro per tutte queste considerazioni, ma non mi interessa perché altrimenti non sarebbe la verità.

È una storia basata sul punto di vista interno di Diana dove tutta la famiglia reale è ostile nei suoi confronti e lo spettatore dovrebbe parteggiare per lei, quindi siete fan dichiarati della famiglia Windsor e in particolare della Regina forse non è il film per voi, ma chi può mai dirlo.
Io vi consiglio di vederlo lo stesso quando uscirà (anche se non so quando) perché è pur sempre un buon prodotto e lui un regista che si fa ricordare.
Se siete fan della Stewart ricordate che questa è solo un’opinione personale, non lasciatemi teste di cavallo nella mail, grazie.

Dune (Denis Villeneuve – 2021)

Come dicevo nel mio post precedente, sono stata un paio di giorni a Venezia 78 e la missione principale era trovare biglietti per Dune.
Non ho mai avuto la pretesa di andare alla prima mondiale col cast presente in Sala Grande e nemmeno ci ho provato, perché:
1. bello, ma costa una fetta di quella parte anatomica che tutti quanti abbiamo in fondo alla schiena;
2. bello, ma vuoi mettere il carnaio in biglietteria (sono passati due anni e devo ancora riprendermi dallo stress su ticketone per il biglietto dei Rammstein a Torino);
3. bello, ma saremmo state stravolte dal viaggio e bisognava vestirsi eleganti o quantomeno dare una parvenza di vita all’ingresso;
4. bello, ma come minimo avremmo trovato dei posti indegni data la capienza ridotta per il covid.

Alla fine l’organizzazione ci ha tolte automaticamente da ogni impaccio negando a tutti i comuni mortali la possibilità d’acquisto dei biglietti per la Sala Grande e mettendoli disponibili solo su invito a influencer e affini (poi c’è stata una polemica feroce anche su questo, ma lasciamo perdere).

Sì certo, mi sarebbe piaciuto vedere il cast, ma tanto per cominciare era tutto coperto all’esterno e ci sarebbe stata comunque gente piantata all’ingresso delle auto, poi il pensiero degli assembramenti e il rischio di contagio mi faceva passare la voglia di provare a stare lì e soprattutto di rimanere in mezzo alle fan urlanti di Chalamet o di Zendaya (non ho niente contro di loro, li trovo anche carini solo che il target è quello, inoltre I did my time e quindi non mi venite a scrivere che sono malmostosa o acida nei commenti il nostro era solo un desiderio di sopravvivenza) perché ho già letto a suo tempo cose fantastiche su twitter.

Abbiamo quindi optato a scatola chiusa per un’altra sala fin da subito e siamo riuscite a prendere, non senza palpitazioni e smadonnamenti vari, due biglietti per il Piccolo Arsenale.

Ora ci vuole una premessa. Una vera premessa.

Sono una tiepida fan di Dune e non ho letto i libri di Herbert (boni posate i forconi che sento già i vari “allora che ci sei andata a fare” in sottofondo), prima del remake di Villeneuve avevo visto solo il film di David Lynch e il documentario sul film mai nato di Jodorowsky (che ora vorrei vedere tantissimo anche solo per il fatto che sulla carta è assolutamente folle, ma nessuno riporterà in vita Salvador Dalì per fargli fare l’imperatore).
Ci tenevo a dirlo perché poi chissà che idea vi fate, però la mia amica che è fan incallita è uscita entusiasta e soddisfatta dal cinema quindi spero possa valere come prova del nove.

All’inizio se devo proprio essere onesta ero contraria all’idea di un remake perché, più che altro, l’avevo conosciuto come cult e so che in passato il lavoro fatto da Lynch non è stato particolarmente amato.
Il mio problema è che sento continuamente parlare di Remake, Reboot, Sequel, Prequel, Resurrection ecc da parte di Hollywood e onestamente sono abbastanza, passatemi il termine, “piallata” da tutto e tutti.
Il punto è che a volte leggo queste notizie e mi sembra di diventare la nemica giurata delle produzioni mainstream statunitensi a scatola chiusa e volte ho ragione, altre no.

Quindi, detto ciò, ammetto la sconfitta, uscita dalla sala dopo due ore e mezza il film di David Lynch in confronto appare inevitabilmente come una sorta di riassuntino affrettato. C’è anche da dire che di mio ho sempre fatto un po’ fatica a destreggiarmi coi dodicimila personaggi della trama e il tutto non mi ha mai aiutata molto però l’ho sempre apprezzato in quanto, appunto, Cult figlio del suo tempo e mi andava bene anche così.

Denis Villeneuve mi piace come regista nonostante nel tempo io non abbia apprezzato tutti i suoi lavori in egual misura, è che ha un limite secondo me: a volte mi sembra un po’ troppo dilatato nei tempi e in certi suoi lavori lo noto di più che in altri. In Dune fortunatamente questa cosa l’ho sentita poco, però almeno gli si può senza dubbio riconoscere il merito di aver svecchiato ampiamente il prodotto e poi in questo film ogni personaggio ha i suoi spazi e gli viene resa giustizia.
Fondamentalmente se non hai letto i libri fai sempre fatica a memorizzare i personaggi, ma meno.

Questa nuova versione, che potremmo chiamare direttamente prima parte, o primo film (Villeneuve dovrebbe poter iniziare a lavorare al secondo entro fine anno, speriamo) ha toni epici fin dall’inizio. L’ho trovato molto più cupo e solenne nella messa in scena rispetto alla versione dell’84 e considerato il fatto che la storia tratta giochi di potere tra casate, tradimenti e sotterfugi il tutto è reso a dovere. Questo Dune inoltre l’ho percepito come una enorme introduzione che si concentra un po’ di più sull’addestramento di Paul Atreides e il suo percorso di crescita personale, andando a colmare lacune eventuali.

In tale proposito vorrei aprire una parentesi sul casting (che la mia amica aveva inconsciamente fatto a suo tempo indovinando molti personaggi senza aver mai percepito un centesimo dalla warner, non scherzo, andava detto) che era ottimo.
Ho una predilezione per Stellan Skarsgård e ogni volta che lo vedo nominato penso “ok questo film sarà bello” e il suo Barone Harkonnen è meno visivamente urèndo di quello di Lynch, ma non per questo meno infame. Vabbè alla fine Stellan ha la specializzazione in personaggi deprecabili e gli si vuole bene per questo.



Chi bazzica questa pagina sa benissimo anche della mia predilezione per Oscar Isaac, quindi capite che non potevo non vedere questo film. Lui è ovunque ormai, è vero, però almeno mentre fa la qualunque fa il suo dovere benissimo.
In realtà oltre al film mi sta regalando anche siparietti comici insieme Josh Brolin da quando ha messo piede al Lido (sta, perché anche se ormai è finito tutto la mole di foto cretine dev’essere talmente alta da potermi tenere compagnia anche nei giorni a venire).

Timothee Chalamet è un Paul Atreides che funziona. Tempo fa ho letto gente che difendeva la sua scelta in contrapposizione a quella di Kyle MacLachlan in passato per una questione anagrafica, però in realtà se i calcoli non sono errati siamo lì, anche perché anagraficamente parlando si aggiravano entrambi intorno ai 24 o 25 anni.
Forse Chalamet figura meglio perché sembra più un ragazzino, probabilmente inganna di più e oggettivamente tutto il discorso dell’imparare a gestire i suoi poteri anche solo sull’apparenza rende di più.

Viene dato anche più spazio a Duncan Idaho e tutto sommato mi sono ricreduta un po’ di Jason Momoa nella parte. Lui mi sta simpaticissimo, ma non è che sia la mia prima scelta when it comes to acting skills.

Un attore di cui ho apprezzato in pieno la presenza e che si vede comunque poco è David Dastmalchian, nei panni di Piter de Vries. Lui penso che a questo punto si possa definire, a tutti gli effetti, un attore caratterista, fa sempre il sidekick o lo psicopatico, l’ho conosciuto in Prisoners sempre di Villeneuve ed è stato bello ritrovarlo qui.

Inoltre ho adorato i toni austeri di alcune scene a palazzo come per esempio quella con Charlotte Rampling.

Ovviamente poi ci sarebbe da aprire una parentesi gigante sugli effetti speciali, e insomma il paragone sulla qualità tra questo Dune del 2021 e quello del 1984 è impietosa quindi non mi pronuncerò a riguardo, ma anche solo lo scudo Holtzman fa un notevole salto di livello (vabbè ci voleva poco lo so, concedetemelo).

Gli Shai Hulud invece hanno un’entrata in scena che definire teatrale è poco. Visivamente devo dire che sì sono belli (per quanto lo si possa dire in relazione a quelle bestiole), danno l’idea di qualcosa di titanico e inquietante. Promossi.

Nel complesso l’ho trovato un film notevole che merita di essere rivisto (anche solo per le dinamiche) e che davvero spero possa vedere realizzati i capitoli successivi, ma presumo che data la mole di fan in attesa e pronta a fargli fare i big money sia abbastanza scontato.

E perdonatemi, ma questa non ha mai avuto la pretesa di essere una vera recensione del film con cognizione di causa, non so bene cosa ne sia uscito, alla fine ho pensato fosse più facile raccogliere impressioni personali.

Fuga a Venezia 78

Mi fa impressione scriverlo.
A dire il vero non ci credevo nemmeno una volta arrivata là, e invece…
Dunque, da quanti anni è che sogno di andare al festival di Venezia anche solo di passaggio? Fatemi fare due conti: due, cinque, dieci an.., TUTTA LA VITA.

In realtà non conta perché io a Venezia se potessi ci tornerei il più spesso possibile.
Festival a parte, è una città che mi rilassa e ho un progetto di vita fotografico da portare a termine, prima o poi.
Lo scrivo per me stessa come promemoria.

MA NON SIAMO QUI A PARLARE DI QUESTO.

È successo che io e la mia amica (grandissima appassionata di Dune e in primis dei libri di Herbert) da quando girava la notizia che forse ci sarebbe stata la possibilità remota di vedere il film al festival abbiamo iniziato uno scambio di messaggi su whatsapp sui generis tipo: “beh dai ci si va, con la pandemia ma si va”, “ci vacciniamo e con la seconda dose dovremmo essere a posto per agosto”, “vabbè non vedremo nessuno ma si va”, “oh senti, vendiamo un rene ma si va”.
Alla fine non abbiamo venduto un rene, né abbiamo visto qualche vip (vabbè ok, abbiamo visto Diego della Palma a Rialto, avrei preferito Oscar Isaac), abbiamo solo credo esaurito la dose di culo per l’anno 2021, ma è andato tutto bene.

In ordine: abbiamo trovato i biglietti per Dune, Spencer e i primi due episodi di Scenes from a Marriage mentre mezzo mondo bestemmiava il sistema di prenotazione online, abbiamo trovato un alloggio in una posizione abbastanza comoda e abbiamo perfino trovato la coincidenza del treno a Verona al ritorno nonostante il ritardo, quindi temo che ora cadrà un meteorite sul nord Italia.

In ogni caso, due anime in pena prive di accredito che girovagavano per il Lido e che ci sono rimaste davvero troppo poco tempo, ma che alla fine si sono divertite lo stesso e che adesso sono attaccate a raiplay a piangere.

Magari farò altri post più specifici con i film che ho visto, che è meglio.

Ma quanto è bello il festival di Venezia? Tanto.
Fosse stato per me sarei rimasta a vedere molti più film, quest’anno il programma è ancora più interessante del precedente.
Voglio vedere assolutamente The Card Counter, The Lost Daughter, Freaks Out, America Latina, Qui Rido Io e The Last Duel.
Ci devo tornare assolutamente, tre giorni sono stati assolutamente NIENTE.

Oscar però un giorno potevi anche perderti per le calli mentre ci perdevamo anche noi… non mi vuoi bene.

FEAR STREET 1994 – 1978 – 1666 (Leigh Janak – 2021)

L’estate per me è la stagione del disimpegno per eccellenza e soprattutto dei film horror disimpegnati.
Riesco a guardare (quasi) di tutto temprata dalla programmazione, spesso discutibile, di Notte Horror dei bei tempi andati su Mediaset e i classici me li tengo per ottobre.
Va bene dai, qualche volta è successo di scovare cose carine anche durante quella rassegna televisiva.

Tempo fa mi chiedevo che fine avesse fatto R.L. Stine.
Dovete sapere che la mia infanzia l’ha in parte plagiata (o plasmata) lui con la collana Goosebumps, da noi “Piccoli Brividi”, che negli anni novanta inondava lo scaffale libri per ragazzi del supermercato.

Perché sto parlando di due cose che sembrano buttate lì a caso? Perché c’è un fil rouge, sottile che le accomuna.

Netflix quest’estate mi ha fatto fare un salto nel passato, unendo le cose. Mi riferisco ovviamente a come ho percepito io il prodotto, in modo altamente soggettivo.
R.L. Stine, prima della fortunatissima serie di libri precedentemente menzionata ne ha scritta un’altra, che mi risulti mai uscita in Italia, chiamata Fear Street, iniziata nel 1989 e composta da ulteriori spin-off.
Io, ignara di tutto, ero non so bene per quale ragione convintissima che Fear Street fosse una miniserie e quindi sono rimasta spiazzata nel ritrovarmi tre film.

È nientemeno che un teen horror strapieno di citazioni di cultura pop sui generis, un po’ operazione nostalgia come Stranger Things (dove tra l’altro compaiono Maya Hawke e Sadie Sink), ma si tratta di un autentico slasher paranormale e questo lo fa salire di livello già a scatola chiusa.

Tutti e tre i capitolo sono scritti, diretti e prodotti dalla regista statunitense Leigh Janak, che avevo gia visto all’opera in passato alle prese con un altro horror paranormale chiamato Honeymoon. Interessante, ma non abbastanza per i miei gusti.

Ma tornando a Fear Street, la storia si sviluppa in tre atti, ciascuno ambientato in tre periodi storici diversi nella cittadina statunitense di Shadyside: famigerata culla dei serial killer. Si va a ritroso nel tempo partendo dal capitolo ambientato nel 1994, poi nel 1978 e nel 1666 dove un gruppo di ragazzi del liceo cercano di annullare una profezia che tiene sotto scacco gli abitanti di Shadyside.

La storia parte bene, ma il primo capitolo l’ho trovato debole in confronto agli altri due. Ci ho trovato delle forzature e notato alcuni cliché, però li perdono perché dovevano buttare le basi per tutto il resto. È stata una dimostrazione di fiducia che poi è stata ripagata. Nonostante queste considerazioni il film si lascia vedere, è pieno di colpi di scena e diverte.

Il secondo film credo sia stato il mio preferito di tutti, un po’ per quella “legge non scritta” che se tutto parte come una trilogia fin dal principio il secondo film è il collante vero e, o manda avanti la baracca, o è un macello totale. Si respira quell’aria di leggenda metropolitana e probabilmente è anche l’ambientazione in un campo estivo che si presta particolarmente alla riuscita della messa in scena.

Il terzo film, non voglio esagerare, ma discorsi da captain obvious a parte dato il setting da caccia alle streghe di gran parte del capitolo, l’ho trovato molto sulle corde di The VVitch di Eggers.
Prima di urlare all’eresia mi spiego meglio: sono due cose ben diverse, io mi riferisco al fatto che il senso di inquietudine che pervade il film di Eggers l’ho ritrovato anche qui, moderatamente, e mi ha piacevolmente stupita.

L’operazione nostalgia risulta ben riuscita e sicuramente non sarà un capolavoro, ma mi sembra a tutti gli effetti un piccolo Cult di intrattenimento di genere. Io ho dovuto aspettare tre settimane per vedere tutto perché usciva un film a settimana, ma una maratona di un giorno è fattibile a tutti gli effetti e ammetto che ci sto pensando. Di sicuro è un ottimo stratagemma per sfuggire ai 40 gradi di agosto.

Compleanni ultracentenari

In ritardo di un giorno (mi devo sempre distinguere) ci tenevo a fare gli auguri al caro amico di una vita.
Colui che a prescindere dal mood ha sempre una storia da raccontarti: riflessiva, frivola, impegnata (odio questo termine con tutta me stessa, ma merita di stare in questa lista), cafona, di supereroi, muta, in technicolor, in bianco e nero, su pellicola, in digitale, in 3D (RIP non ci mancherai a meno che tu non sia in hd), drammatica, di fantascienza ecc… IL CINEMA.

Quest’anno più che mai, viste le restrizioni, mi manca tantissimo la sala e il correre fuori di casa nel weekend per andare al cinema.
Sono un po’ moralmente smontata all’idea di tutti i posticipi in tabellone e ai film che magari avremmo potuto già vedere in condizioni normali.
Il mio 2020 doveva essere finalmente l’anno di Black Widow tra le tante cose e, mi viene in mente, Dune di cui non sono mai stata particolarmente fan e non sentivo il bisogno di un remake, ma il trailer era interessante.
Di conseguenza mi sono ritrovata più volte a pensare a tutti quei film che in vita mia mi sarebbe piaciuto vedere per la prima volta in sala e invece per ragioni svariate ho potuto recuperare solo in home video oppure in tv.
Sia chiaro, questa cosa non per questo li invalida, ma gli toglie quel certo non so che

Non è una classifica, sono solo alcuni di quelli che mi vengono in mente in ordine sparso, ma io penso avrei dato un braccio per vedere in sala:

L’arca Russa di Aleksandr Sokurov

Tre secoli di storia della Russia in un unico piano sequenza all’interno dell’Ermitage sul grande schermo e nel buio della sala non sono minimamente paragonabili al televisore.

Rebecca di Alfred Hitchcock

La fotografia è pazzesca.

Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci

L’Odio di Mathieu Kassovitz

Anche in questo caso, io sempre di parte per la fotografia.

Natural Born Killers di Oliver Stone

Il film-videoclip per eccellenza dove penso sarei uscita dalla sala drogatissima per il montaggio, ma sono certa ne sarebbe valsa la pena. Ringraziamo Quentin Tarantino per le sue doti di storyteller.

Suspiria di Dario Argento

Sicuramente ne sto dimenticando qualcuno, ma come dicevo qualche riga fa è solo un estratto.
Intanto, buon centoventicinquesimo compleanno cinema, portiamo un po’ di pazienza e speriamo di rivederci presto dove meglio compete.