Freaks Out (Gabriele Mainetti – 2021)

Nel titolo ho scritto 2021 ma doveva uscire un anno fa. L’attesa è stata più lunga del previsto, ma come si suol dire “it paid off”.
Anche io avrei dovuto scrivere subito questo articolo, ma la vita con la sua quotidianità s’è messa in mezzo.
E anche questo film fa parte della categoria “me lo sono perso a Venezia”, perché l’hanno letteralmente presentato lo stesso giorno in cui me ne sono tornata a casa. Il dispiacere è stato grande, ma che vogliamo farci?

Dopo l’enorme successo, il bagno di folla continuo e la pioggia di premi strameritati incassati qualche anno fa grazie a Lo Chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti si è dato da fare per stupirci ancora di più, in modo ben più teatrale di prima.
Troppa teatralità stroppia? In condizioni normali sì, ma solo se dietro non c’è la sostanza e qui invece ce n’è a volontà.
Confesso che avevo un gran terrore quando avevano annunciato questo lavoro, ma soprattutto sono grata a Mainetti per non aver ceduto ai sequel e quindi non aver fatto Lo Chiamavano Jeeg Robot 2 (magari poi accadrà lo stesso, ma preferisco così) perché come nella musica si sa che c’è il detto “il secondo disco è più difficile” se c’è dietro un gran successo nazional popolare, e a questo punto credo succeda anche per il cinema, ne sono certa, ma in questo caso ero anche abbastanza esaltata all’idea.
Freaks Out è… non so bene come definirlo.
È un film di genere italiano, ma un genere solo gli sta stretto.
Qualcuno si è lanciato in paragoni del tipo “abbiamo il nostro Bastardi Senza Gloria” e mi ci ritrovo abbastanza, ma diciamo che è un Bastardi Senza Gloria versione felliniana mischiato coi Fantastici 4, Balada Triste de Trompeta di Alex de la Iglesia e forse molto di più.
Poi, per correttezza, dovrei anche dire che non sono mai impazzita per i Fantastici 4, quindi dirò che questo film è come vorrei fossero i Fantastici 4. Ha senso? Non lo so, ma non mi importa.

I film di Mainetti sono singolari perché nonostante sfruttino degli espedienti narrativi che scavano nella fantascienza riescono a mantenere un tono “crudo” e reale e in questo caso preciso la messa in scena è davvero notevole perché si riesce ad amalgamare benissimo al contesto storico presentato.
Si passa dalla dimensione del circo itinerante e di borgata al circo di città, mischiando nel contempo temi sensibili come: il rastrellamento degli ebrei e altre minoranze, passando per i discorsi farneticanti del terzo Reich sull’Übermensch (il Superuomo di Nietzsche), arrivando al problema dell’accettazione del “diverso”.
Freaks Out è un film con tantissima carne al fuoco e volendo fare un discorso generale è difficilissimo tenere tutti questi elementi in perfetto equilibrio perché basta quel qualcosa in più a far fracassare tutto quanto, ma alla fine funziona alla perfezione.

I personaggi sono molto ben caratterizzati e la musica è a sua volta uno strumento narrativo che li tratteggia.

A inizio film abbiamo subito una panoramica molto suggestiva, ed anche esaustiva, di chi saranno “i nostri eroi”, introdotti da un ottimo Giorgio Tirabassi nei panni di Israel, intento a fare gli onori di casa.
Nel cast abbiamo un grande ritorno: Claudio Santamaria nei panni di Fulvio, un uomo affetto dalla sindrome di ipertricosi e con una forza fuori dal comune. Personaggio schivo e molto colto un po’ rassegnato alla sua natura.
Pietro Castellitto interpreta Cencio, un ragazzo albino che controlla gli insetti.
Aurora Giovinazzo è Matilde, una ragazza in grado di produrre elettricità con proprio corpo e che, di conseguenza, non può toccare nessuno senza fargli male.
Giancarlo Martini veste invece i panni di Mario, un uomo che riesce ad attrarre a sé i metalli.

Last but not least, una menzione speciale a Franz, il Villain del film che, pur avendo tutti i requisiti possibili per farsi odiare a morte, a priori, non si può. Interpretato da un fantastico Franz Rogowski che non avevo idea avesse una parte, ma è stata una sorpresa molto gradita (l’avevo visto mesi fa in Undine di Christian Petzold, che consiglio). E “tanta stima” per aver recitato in italiano.

Per quanto suoni banale dirlo io ho riso parecchio, ma ho anche pianto e in generale mi sono divertita tutto il tempo. Il film dura quasi 2 ore e mezzo, ma mi sono volate letteralmente e questo significa che una cosa è fatta come si deve.

Quindi, come per Jeeg Robot mi tocca ribadire l’ovvio, ma lo faccio volentieri.
Cioè, fondamentalmente devo dire ancora una volta che nel cinema italiano quando a qualcuno viene data la possibilità di osare e di fare un cinema un po’ più fuori dal comune riesce a fare cose straordinarie che potrebbero battersela a tutti gli effetti con, non dico le giga produzioni Marvel (e io sono fan dei film Marvel) ma comunque film di fantascienza di un certo livello, di quelli di medie dimensioni che ormai non si fanno più da un po’ di anni e che sono comunque degni.
In ogni caso seppur con un budget ridotto si può fare un cinema di genere di qualità di tutto rispetto in grado di giocarsela a tutti gli effetti fuori dai confini nazionali e non sfigurare minimamente.
Gabriele Mainetti e altri registi italiani stanno facendo un lavoro egregio con il nostro cinema, ma lui da qualche anno sta lasciando il segno con prodotti di intrattenimento fuori dagli schemi per il pubblico medio di questo paese e abbiamo bisogno di altri film come questo.

Sto diventando una fangirl di Gabriele Mainetti? Può darsi.
Arrendetevi.

Andate al cinema a vedere Freaks Out finché si può.

The Card Counter (Paul Schrader 2021)

Film in concorso a Venezia 78 che non ho potuto vedere là per una questione di tempismo sbagliato e soprattutto di mancanza di dono dell’ubiquità. Film che, tra l’altro, al festival è rimasto a mani vuote, ma che almeno per l’interpretazione avrebbe avuto concrete chances (e leggevo giornalisti che lo dicevano ben prima di me in quanto fan) e spero riuscirà a vincere qualcosa nel corso della stagione.

Paul Schrader regista è una mia lacuna che cercherò molto colpevolmente di colmare nel tempo e la trama di questo film (scritto e diretto da lui) è lineare e abbastanza semplice, la cosa davvero interessante sono i personaggi ritratti nelle loro complessità e la bravura degli attori nel dargli vita.

Entriamo subito in contatto con il protagonista interpretato da un fantastico Oscar Isaac, di cui scopriamo il nome, William Tell, solo più avanti. È un solitario, ha delle abitudini particolari e soprattutto macina kilometri su kilometri negli USA a caccia del prossimo Casinò.

È un reduce di guerra, è stato ad Abu Ghraib ed era tra i marines protagonisti dello scandalo internazionale che ha travolto l’esercito statunitense per aver torturato civili in carcere, e per questo motivo lui e i suoi compagni sono finiti dentro mentre il loro superiore no.

Scopriamo che William conta le carte per non pensare al suo passato ed è la sua unica fonte di sostentamento.

Con lo svilupparsi della vicenda troviamo altri personaggi che intrecciano il suo cammino e lo accompagnano mettendolo davanti a un bivio.

The Card Counter è un film privo di particolari artifici registici che possano far pensare a “oddio me lo porterò dietro per secoli” e ha un cast veramente ridotto all’osso.
La sua bellezza sta nella scrittura, nella complessità della caratterizzazione e nella miriade di dettagli e simboli.
È un thriller che a suo modo tratta di redenzione personale e riscatto e contiene un’enorme critica alla politica americana. Paul Schrader non la manda a dire.
Inoltre penso sia volutamente lento e il fatto che usi come espediente narrativo delle partite di poker non fa altro che dare una ulteriore chiave di lettura allo spettatore. Questa cosa me l’ha fatto inaspettatamente apprezzare forse più del previsto perché la vicenda è tutta un continuo “scoprire carte” un po’ alla volta.

Merita senza dubbio di essere visto e al momento non so se sia ancora in sala, ma se c’è andate.

Piccola postilla: bravi continuate a far lavorare Oscar Isaac e Willem Dafoe insieme che io sono felice.

Spencer (Pablo Larraìn – 2021)

Pablo Larraìn, dopo una serie di film (bellissimi) ambientati in Cile si è dato alla conquista di Hollywood. Il che è un bene, sono contenta, si merita il successo che sta avendo perché è un regista interessante, ma dopo il meraviglioso Jackie con protagonista Natalie Portman (in un’interpretazione da vedere e rivedere rigorosamente in lingua originale) ha deciso che non ne aveva abbastanza di First Ladies e affini e ha pensato di fare un film su Lady Diana.
Mi va anche bene perché lui ha un modo di raccontare particolare e non fa biopic classici, però poi si sa come funzionano queste cose si rischia di scadere nella retorica, poi sono anche passati una ventina di anni dalla morte di Diana Spencer e lei era una figura molto amata perché usciva dai canoni della famiglia reale britannica e ha cavalcato il gossip, senza contare la tragica fine.

Non ho mai avuto un’opinione netta su di lei, ero anche relativamente piccola quando è morta, non ho mai amato il gossip e la fascinazione che hanno molti nei confronti dei reali inglesi non mi ha mai sfiorata più di tanto. Diana comunque mi ha sempre dato l’idea di qualcuno incastrato in un mondo che non le apparteneva e mi è sempre spiaciuto un po’ per lei.
Però ripeto, moderatamente come quando appunto non sai esattamente cosa c’è dietro.
In ogni caso ne sentivo il bisogno di un’altra trasposizione su di lei? Sinceramente no.
E non lo dico nemmeno perché di recente c’è stata la stagione di The Crown con Emma Corrin a interpretarla perché la serie l’ho iniziata e abbandonata tempo addietro, quindi non so niente, mi sembra solo un argomento che si potrebbe anche evitare di ridare in pasto ai media in questo modo.

Un altro mio problema, comunque, è chi ha preso Pablo per interpretare Diana.

Non ho un problema con Kristen Stewart come persona, sono certa sia interessante e particolare, ma come attrice…

Ho letto che Larraìn l’ha scelta perché è una persona che ha vissuto da vicino l’assalto mediatico dei paparazzi e il peso del gossip in passato e quindi avrebbe potuto capire a dovere la psicologia che si celava dietro a un ruolo del genere.
Sì, ok, ma non c’è solo lei. Pablo porque? Yo te quiero, sono tua fan da anni, cosa ti ho fatto?
Il mio unico vero problema con la Kristen Stewart attrice è che in tutti i film in cui l’ho vista capisco che si sta sforzando. Soffre sempre, non l’ho mai vista davvero libera in un ruolo e mi manca la suspension of disbelief.
Stanislavskij non si è impossessato del mio corpo per poter dire una cosa del genere, ma è una cosa che semplicemente ho sempre notato. Non mi trasmette niente, se non noia e fatica.

Ho dunque per questo motivo trovato il film orrendo? No, è pur sempre un film di Larraìn e “la mano” si vede. Che poi la sua impronta autoriale è la cosa che mi ha convinta veramente a vederlo lo stesso (il fatto che fosse in coppia con Dune come doppia proiezione all’Arsenale a Venezia ammetto ha contribuito ulteriormente a farmi restare, non avevo niente da perdere e mi sono riposata altre due ore), ma ci sono state scene che ho amato tantissimo e altre che mi hanno fatto domandare “DAVVERO?”.

La storia si srotola su un arco temporale di tre giorni, il natale del 1991 a Sandringham House e vediamo una Lady D. sull’orlo del precipizio in pieno crollo psicologico e schiava della bulimia. Si può dire che era ormai una sorta di corpo estraneo a corte e si sentiva a suo agio solo coi figli, la servitù e la sua guardarobiera di corte, sua confidente.

Ciò che adoro dei film di Larraìn è che non sono mai come te li immagini, è come se si concentrasse su un aspetto specifico per poi riuscire a sviluppare tutta la narrazione intorno a quell’elemento. In questa circostanza non è chiaramente una narrazione tradizionale, piuttosto una discesa nella paranoia di una persona che non si sentiva parte integrante dell’ambiente che la circondava e il tutto è esasperato da una serie di sequenze vorticose e allucinazioni che permettono allo spettatore di entrare in diretto contatto col malessere della protagonista.
Quindi alla luce di questo dato che Kristen Stewart mi sembra sempre sofferente una storia simile dovrebbe intortarmi di più, no? Ni, me ne sono accorta lo stesso.

Non voglio esagerare ma se non fosse stato per il make up e la messa in piega forse sarebbe stato peggio e probabilmente sarò una voce fuori dal coro per tutte queste considerazioni, ma non mi interessa perché altrimenti non sarebbe la verità.

È una storia basata sul punto di vista interno di Diana dove tutta la famiglia reale è ostile nei suoi confronti e lo spettatore dovrebbe parteggiare per lei, quindi siete fan dichiarati della famiglia Windsor e in particolare della Regina forse non è il film per voi, ma chi può mai dirlo.
Io vi consiglio di vederlo lo stesso quando uscirà (anche se non so quando) perché è pur sempre un buon prodotto e lui un regista che si fa ricordare.
Se siete fan della Stewart ricordate che questa è solo un’opinione personale, non lasciatemi teste di cavallo nella mail, grazie.

Dune (Denis Villeneuve – 2021)

Come dicevo nel mio post precedente, sono stata un paio di giorni a Venezia 78 e la missione principale era trovare biglietti per Dune.
Non ho mai avuto la pretesa di andare alla prima mondiale col cast presente in Sala Grande e nemmeno ci ho provato, perché:
1. bello, ma costa una fetta di quella parte anatomica che tutti quanti abbiamo in fondo alla schiena;
2. bello, ma vuoi mettere il carnaio in biglietteria (sono passati due anni e devo ancora riprendermi dallo stress su ticketone per il biglietto dei Rammstein a Torino);
3. bello, ma saremmo state stravolte dal viaggio e bisognava vestirsi eleganti o quantomeno dare una parvenza di vita all’ingresso;
4. bello, ma come minimo avremmo trovato dei posti indegni data la capienza ridotta per il covid.

Alla fine l’organizzazione ci ha tolte automaticamente da ogni impaccio negando a tutti i comuni mortali la possibilità d’acquisto dei biglietti per la Sala Grande e mettendoli disponibili solo su invito a influencer e affini (poi c’è stata una polemica feroce anche su questo, ma lasciamo perdere).

Sì certo, mi sarebbe piaciuto vedere il cast, ma tanto per cominciare era tutto coperto all’esterno e ci sarebbe stata comunque gente piantata all’ingresso delle auto, poi il pensiero degli assembramenti e il rischio di contagio mi faceva passare la voglia di provare a stare lì e soprattutto di rimanere in mezzo alle fan urlanti di Chalamet o di Zendaya (non ho niente contro di loro, li trovo anche carini solo che il target è quello, inoltre I did my time e quindi non mi venite a scrivere che sono malmostosa o acida nei commenti il nostro era solo un desiderio di sopravvivenza) perché ho già letto a suo tempo cose fantastiche su twitter.

Abbiamo quindi optato a scatola chiusa per un’altra sala fin da subito e siamo riuscite a prendere, non senza palpitazioni e smadonnamenti vari, due biglietti per il Piccolo Arsenale.

Ora ci vuole una premessa. Una vera premessa.

Sono una tiepida fan di Dune e non ho letto i libri di Herbert (boni posate i forconi che sento già i vari “allora che ci sei andata a fare” in sottofondo), prima del remake di Villeneuve avevo visto solo il film di David Lynch e il documentario sul film mai nato di Jodorowsky (che ora vorrei vedere tantissimo anche solo per il fatto che sulla carta è assolutamente folle, ma nessuno riporterà in vita Salvador Dalì per fargli fare l’imperatore).
Ci tenevo a dirlo perché poi chissà che idea vi fate, però la mia amica che è fan incallita è uscita entusiasta e soddisfatta dal cinema quindi spero possa valere come prova del nove.

All’inizio se devo proprio essere onesta ero contraria all’idea di un remake perché, più che altro, l’avevo conosciuto come cult e so che in passato il lavoro fatto da Lynch non è stato particolarmente amato.
Il mio problema è che sento continuamente parlare di Remake, Reboot, Sequel, Prequel, Resurrection ecc da parte di Hollywood e onestamente sono abbastanza, passatemi il termine, “piallata” da tutto e tutti.
Il punto è che a volte leggo queste notizie e mi sembra di diventare la nemica giurata delle produzioni mainstream statunitensi a scatola chiusa e volte ho ragione, altre no.

Quindi, detto ciò, ammetto la sconfitta, uscita dalla sala dopo due ore e mezza il film di David Lynch in confronto appare inevitabilmente come una sorta di riassuntino affrettato. C’è anche da dire che di mio ho sempre fatto un po’ fatica a destreggiarmi coi dodicimila personaggi della trama e il tutto non mi ha mai aiutata molto però l’ho sempre apprezzato in quanto, appunto, Cult figlio del suo tempo e mi andava bene anche così.

Denis Villeneuve mi piace come regista nonostante nel tempo io non abbia apprezzato tutti i suoi lavori in egual misura, è che ha un limite secondo me: a volte mi sembra un po’ troppo dilatato nei tempi e in certi suoi lavori lo noto di più che in altri. In Dune fortunatamente questa cosa l’ho sentita poco, però almeno gli si può senza dubbio riconoscere il merito di aver svecchiato ampiamente il prodotto e poi in questo film ogni personaggio ha i suoi spazi e gli viene resa giustizia.
Fondamentalmente se non hai letto i libri fai sempre fatica a memorizzare i personaggi, ma meno.

Questa nuova versione, che potremmo chiamare direttamente prima parte, o primo film (Villeneuve dovrebbe poter iniziare a lavorare al secondo entro fine anno, speriamo) ha toni epici fin dall’inizio. L’ho trovato molto più cupo e solenne nella messa in scena rispetto alla versione dell’84 e considerato il fatto che la storia tratta giochi di potere tra casate, tradimenti e sotterfugi il tutto è reso a dovere. Questo Dune inoltre l’ho percepito come una enorme introduzione che si concentra un po’ di più sull’addestramento di Paul Atreides e il suo percorso di crescita personale, andando a colmare lacune eventuali.

In tale proposito vorrei aprire una parentesi sul casting (che la mia amica aveva inconsciamente fatto a suo tempo indovinando molti personaggi senza aver mai percepito un centesimo dalla warner, non scherzo, andava detto) che era ottimo.
Ho una predilezione per Stellan Skarsgård e ogni volta che lo vedo nominato penso “ok questo film sarà bello” e il suo Barone Harkonnen è meno visivamente urèndo di quello di Lynch, ma non per questo meno infame. Vabbè alla fine Stellan ha la specializzazione in personaggi deprecabili e gli si vuole bene per questo.



Chi bazzica questa pagina sa benissimo anche della mia predilezione per Oscar Isaac, quindi capite che non potevo non vedere questo film. Lui è ovunque ormai, è vero, però almeno mentre fa la qualunque fa il suo dovere benissimo.
In realtà oltre al film mi sta regalando anche siparietti comici insieme Josh Brolin da quando ha messo piede al Lido (sta, perché anche se ormai è finito tutto la mole di foto cretine dev’essere talmente alta da potermi tenere compagnia anche nei giorni a venire).

Timothee Chalamet è un Paul Atreides che funziona. Tempo fa ho letto gente che difendeva la sua scelta in contrapposizione a quella di Kyle MacLachlan in passato per una questione anagrafica, però in realtà se i calcoli non sono errati siamo lì, anche perché anagraficamente parlando si aggiravano entrambi intorno ai 24 o 25 anni.
Forse Chalamet figura meglio perché sembra più un ragazzino, probabilmente inganna di più e oggettivamente tutto il discorso dell’imparare a gestire i suoi poteri anche solo sull’apparenza rende di più.

Viene dato anche più spazio a Duncan Idaho e tutto sommato mi sono ricreduta un po’ di Jason Momoa nella parte. Lui mi sta simpaticissimo, ma non è che sia la mia prima scelta when it comes to acting skills.

Un attore di cui ho apprezzato in pieno la presenza e che si vede comunque poco è David Dastmalchian, nei panni di Piter de Vries. Lui penso che a questo punto si possa definire, a tutti gli effetti, un attore caratterista, fa sempre il sidekick o lo psicopatico, l’ho conosciuto in Prisoners sempre di Villeneuve ed è stato bello ritrovarlo qui.

Inoltre ho adorato i toni austeri di alcune scene a palazzo come per esempio quella con Charlotte Rampling.

Ovviamente poi ci sarebbe da aprire una parentesi gigante sugli effetti speciali, e insomma il paragone sulla qualità tra questo Dune del 2021 e quello del 1984 è impietosa quindi non mi pronuncerò a riguardo, ma anche solo lo scudo Holtzman fa un notevole salto di livello (vabbè ci voleva poco lo so, concedetemelo).

Gli Shai Hulud invece hanno un’entrata in scena che definire teatrale è poco. Visivamente devo dire che sì sono belli (per quanto lo si possa dire in relazione a quelle bestiole), danno l’idea di qualcosa di titanico e inquietante. Promossi.

Nel complesso l’ho trovato un film notevole che merita di essere rivisto (anche solo per le dinamiche) e che davvero spero possa vedere realizzati i capitoli successivi, ma presumo che data la mole di fan in attesa e pronta a fargli fare i big money sia abbastanza scontato.

E perdonatemi, ma questa non ha mai avuto la pretesa di essere una vera recensione del film con cognizione di causa, non so bene cosa ne sia uscito, alla fine ho pensato fosse più facile raccogliere impressioni personali.

Fuga a Venezia 78

Mi fa impressione scriverlo.
A dire il vero non ci credevo nemmeno una volta arrivata là, e invece…
Dunque, da quanti anni è che sogno di andare al festival di Venezia anche solo di passaggio? Fatemi fare due conti: due, cinque, dieci an.., TUTTA LA VITA.

In realtà non conta perché io a Venezia se potessi ci tornerei il più spesso possibile.
Festival a parte, è una città che mi rilassa e ho un progetto di vita fotografico da portare a termine, prima o poi.
Lo scrivo per me stessa come promemoria.

MA NON SIAMO QUI A PARLARE DI QUESTO.

È successo che io e la mia amica (grandissima appassionata di Dune e in primis dei libri di Herbert) da quando girava la notizia che forse ci sarebbe stata la possibilità remota di vedere il film al festival abbiamo iniziato uno scambio di messaggi su whatsapp sui generis tipo: “beh dai ci si va, con la pandemia ma si va”, “ci vacciniamo e con la seconda dose dovremmo essere a posto per agosto”, “vabbè non vedremo nessuno ma si va”, “oh senti, vendiamo un rene ma si va”.
Alla fine non abbiamo venduto un rene, né abbiamo visto qualche vip (vabbè ok, abbiamo visto Diego della Palma a Rialto, avrei preferito Oscar Isaac), abbiamo solo credo esaurito la dose di culo per l’anno 2021, ma è andato tutto bene.

In ordine: abbiamo trovato i biglietti per Dune, Spencer e i primi due episodi di Scenes from a Marriage mentre mezzo mondo bestemmiava il sistema di prenotazione online, abbiamo trovato un alloggio in una posizione abbastanza comoda e abbiamo perfino trovato la coincidenza del treno a Verona al ritorno nonostante il ritardo, quindi temo che ora cadrà un meteorite sul nord Italia.

In ogni caso, due anime in pena prive di accredito che girovagavano per il Lido e che ci sono rimaste davvero troppo poco tempo, ma che alla fine si sono divertite lo stesso e che adesso sono attaccate a raiplay a piangere.

Magari farò altri post più specifici con i film che ho visto, che è meglio.

Ma quanto è bello il festival di Venezia? Tanto.
Fosse stato per me sarei rimasta a vedere molti più film, quest’anno il programma è ancora più interessante del precedente.
Voglio vedere assolutamente The Card Counter, The Lost Daughter, Freaks Out, America Latina, Qui Rido Io e The Last Duel.
Ci devo tornare assolutamente, tre giorni sono stati assolutamente NIENTE.

Oscar però un giorno potevi anche perderti per le calli mentre ci perdevamo anche noi… non mi vuoi bene.

FEAR STREET 1994 – 1978 – 1666 (Leigh Janak – 2021)

L’estate per me è la stagione del disimpegno per eccellenza e soprattutto dei film horror disimpegnati.
Riesco a guardare (quasi) di tutto temprata dalla programmazione, spesso discutibile, di Notte Horror dei bei tempi andati su Mediaset e i classici me li tengo per ottobre.
Va bene dai, qualche volta è successo di scovare cose carine anche durante quella rassegna televisiva.

Tempo fa mi chiedevo che fine avesse fatto R.L. Stine.
Dovete sapere che la mia infanzia l’ha in parte plagiata (o plasmata) lui con la collana Goosebumps, da noi “Piccoli Brividi”, che negli anni novanta inondava lo scaffale libri per ragazzi del supermercato.

Perché sto parlando di due cose che sembrano buttate lì a caso? Perché c’è un fil rouge, sottile che le accomuna.

Netflix quest’estate mi ha fatto fare un salto nel passato, unendo le cose. Mi riferisco ovviamente a come ho percepito io il prodotto, in modo altamente soggettivo.
R.L. Stine, prima della fortunatissima serie di libri precedentemente menzionata ne ha scritta un’altra, che mi risulti mai uscita in Italia, chiamata Fear Street, iniziata nel 1989 e composta da ulteriori spin-off.
Io, ignara di tutto, ero non so bene per quale ragione convintissima che Fear Street fosse una miniserie e quindi sono rimasta spiazzata nel ritrovarmi tre film.

È nientemeno che un teen horror strapieno di citazioni di cultura pop sui generis, un po’ operazione nostalgia come Stranger Things (dove tra l’altro compaiono Maya Hawke e Sadie Sink), ma si tratta di un autentico slasher paranormale e questo lo fa salire di livello già a scatola chiusa.

Tutti e tre i capitolo sono scritti, diretti e prodotti dalla regista statunitense Leigh Janak, che avevo gia visto all’opera in passato alle prese con un altro horror paranormale chiamato Honeymoon. Interessante, ma non abbastanza per i miei gusti.

Ma tornando a Fear Street, la storia si sviluppa in tre atti, ciascuno ambientato in tre periodi storici diversi nella cittadina statunitense di Shadyside: famigerata culla dei serial killer. Si va a ritroso nel tempo partendo dal capitolo ambientato nel 1994, poi nel 1978 e nel 1666 dove un gruppo di ragazzi del liceo cercano di annullare una profezia che tiene sotto scacco gli abitanti di Shadyside.

La storia parte bene, ma il primo capitolo l’ho trovato debole in confronto agli altri due. Ci ho trovato delle forzature e notato alcuni cliché, però li perdono perché dovevano buttare le basi per tutto il resto. È stata una dimostrazione di fiducia che poi è stata ripagata. Nonostante queste considerazioni il film si lascia vedere, è pieno di colpi di scena e diverte.

Il secondo film credo sia stato il mio preferito di tutti, un po’ per quella “legge non scritta” che se tutto parte come una trilogia fin dal principio il secondo film è il collante vero e, o manda avanti la baracca, o è un macello totale. Si respira quell’aria di leggenda metropolitana e probabilmente è anche l’ambientazione in un campo estivo che si presta particolarmente alla riuscita della messa in scena.

Il terzo film, non voglio esagerare, ma discorsi da captain obvious a parte dato il setting da caccia alle streghe di gran parte del capitolo, l’ho trovato molto sulle corde di The VVitch di Eggers.
Prima di urlare all’eresia mi spiego meglio: sono due cose ben diverse, io mi riferisco al fatto che il senso di inquietudine che pervade il film di Eggers l’ho ritrovato anche qui, moderatamente, e mi ha piacevolmente stupita.

L’operazione nostalgia risulta ben riuscita e sicuramente non sarà un capolavoro, ma mi sembra a tutti gli effetti un piccolo Cult di intrattenimento di genere. Io ho dovuto aspettare tre settimane per vedere tutto perché usciva un film a settimana, ma una maratona di un giorno è fattibile a tutti gli effetti e ammetto che ci sto pensando. Di sicuro è un ottimo stratagemma per sfuggire ai 40 gradi di agosto.

Compleanni ultracentenari

In ritardo di un giorno (mi devo sempre distinguere) ci tenevo a fare gli auguri al caro amico di una vita.
Colui che a prescindere dal mood ha sempre una storia da raccontarti: riflessiva, frivola, impegnata (odio questo termine con tutta me stessa, ma merita di stare in questa lista), cafona, di supereroi, muta, in technicolor, in bianco e nero, su pellicola, in digitale, in 3D (RIP non ci mancherai a meno che tu non sia in hd), drammatica, di fantascienza ecc… IL CINEMA.

Quest’anno più che mai, viste le restrizioni, mi manca tantissimo la sala e il correre fuori di casa nel weekend per andare al cinema.
Sono un po’ moralmente smontata all’idea di tutti i posticipi in tabellone e ai film che magari avremmo potuto già vedere in condizioni normali.
Il mio 2020 doveva essere finalmente l’anno di Black Widow tra le tante cose e, mi viene in mente, Dune di cui non sono mai stata particolarmente fan e non sentivo il bisogno di un remake, ma il trailer era interessante.
Di conseguenza mi sono ritrovata più volte a pensare a tutti quei film che in vita mia mi sarebbe piaciuto vedere per la prima volta in sala e invece per ragioni svariate ho potuto recuperare solo in home video oppure in tv.
Sia chiaro, questa cosa non per questo li invalida, ma gli toglie quel certo non so che

Non è una classifica, sono solo alcuni di quelli che mi vengono in mente in ordine sparso, ma io penso avrei dato un braccio per vedere in sala:

L’arca Russa di Aleksandr Sokurov

Tre secoli di storia della Russia in un unico piano sequenza all’interno dell’Ermitage sul grande schermo e nel buio della sala non sono minimamente paragonabili al televisore.

Rebecca di Alfred Hitchcock

La fotografia è pazzesca.

Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci

L’Odio di Mathieu Kassovitz

Anche in questo caso, io sempre di parte per la fotografia.

Natural Born Killers di Oliver Stone

Il film-videoclip per eccellenza dove penso sarei uscita dalla sala drogatissima per il montaggio, ma sono certa ne sarebbe valsa la pena. Ringraziamo Quentin Tarantino per le sue doti di storyteller.

Suspiria di Dario Argento

Sicuramente ne sto dimenticando qualcuno, ma come dicevo qualche riga fa è solo un estratto.
Intanto, buon centoventicinquesimo compleanno cinema, portiamo un po’ di pazienza e speriamo di rivederci presto dove meglio compete.

Nobody knows I’m Here (Gaspar Antillo – 2020)

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A dimostrazione che i servizi di streaming ci stanno salvando l’intrattenimento nel 2020, Netflix di recente ci ha fatto un altro regalo. Oltre alla serie di cortometraggi “Homemade” prodotti da FABULA Production di proprietà dei fratelli Larraìn, sempre grazie a loro è uscito anche anche il primo lungometraggio del regista cileno Gaspar Antillo, vincitore del premio Best Narrative Director al Tribeca Film Festival di quest’anno.

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Nobody Knows I’m Here (titolo originale Nadie sabe que estoy aquì) ci racconta la storia di Memo, interpretato da un bravissimo Jorge Garcia.
Memo è un adulto, ormai ex cantante dotatissimo ed ex quasi-teen idol, che da piccolo  inseguiva semplicemente un sogno e poi gli è stato sottratto.
Traumatizzato ed esasperato dagli eventi e dalla vita nello show business degli anni 80 si è ritirato a vita privata su un’isola, lontano da tutto e da tutti insieme a suo zio (interpretato da Luis Gnecco).
Dopo anni di isolamento un evento scuote la quotidianità di Memo e qualcosa improvvisamente cambia a causa dell’incontro con una donna che lo esporrà suo malgrado al pubblico e tutto questo porterà a un susseguirsi di eventi.
Quella presentata dal film è una storia tristissima dove si affronta il discorso del lato oscuro, meschino e anche puramente monetario della fama in senso stretto.
Si parla della mercificazione di un talento e della sua spersonalizzazione per beceri canoni estetici che semplicemente non vendono.
È praticamente impossibile non “fare il tifo” per Memo, ma è un film che non cade mai nel pietismo, affronta una serie di fatti e critica l’industria dello spettacolo.

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La fotografia è notevole, si vede un alternarsi di toni freddi e saturi per il presente e la quotidianità ad altri caldi per i flashback e i momenti più onirici dove si trova spazio anche il glitter.
Il tutto orchestrato benissimo in funzione alla trama.

Dura un’ora e mezza, quindi non è nemmeno considerabile come eccessivamente “lungo”, se non sapete cosa guardare è una buona opzione.

“Gib mir die Hand, ich bau dir ein Schloss aus Sand, irgendwie, irgendwo, irgendwann…”

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Oggi siamo (al plurale, sì, io e la mia forza di volontà) quì per tentare un’impresa, possibilmente senza inerpicarci in cose piu grosse di noi. Siamo quì per  cercare di parlare in modo vagamente intelligente di una serie tv geniale che ho terminato di vedere una manciata di giorni fa e non so bene come fare perché mi sembra di giocare a una mega partita di shangai con le informazioni: “questa cosa non la posso dire perché sennò devo dire quest’altra cosa, idem questa, idem l’altra..”
Sono assolutamente convinta sia più facile capirla che parlarne.

Praticamente, nel dicembre 2017 Netflix ha caricato sul proprio catalogo la serie tedesca DARK, co-creata da Baran Bo Odar e Jantje Friese e credo li ringrazierò per sempre.
Ora, essendo io una una persona semplice che si fa attirare con poco, all’epoca avevo posato gli occhi sul banner pubblicitario e mi continuava ad apparire insieme a You Spin Me Right Round dei Dead or Alive che partiva in automatico. Diciamo che sono come una gazza, però al contrario: a me attira tutto ciò che è sinistro.

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Mi sono dedicata al pilot ignara di tutto e senza nemmeno informarmi un minimo di che razza di casino mi sarei trovata davanti, per pura scelta, e ho fatto benissimo perché è stato doppiamente bello.
Nota personale: credo sia ad oggi l’unico modo per godersi la visione al 100%.
Questo è uno dei casi più palesi di telefilm che sicuramente farà la storia della serialità e giuro che se potessi farlo mi cancellerei di corsa la memoria per poterlo riguardare da capo e lasciarmi stupire di nuovo.

Dark è qualcosa che davvero non aspetti, sembra il classico telefilm fantascientifico che calca terreni già esplorati ma poi sul più bello mi sono scappati una serie di “vabbè ma non vorranno mica fare… oddio l’han fatto davvero” diverse volte e non riuscivo a smettere di guardare perché ero troppo curiosa di sapere come ne sarebbero usciti.
C’è ben poco da fare, gli devi star dietro e lasciarti guidare nel buco nero.
Dall’uscita della prima stagione a oggi ho guardato e riguardato le stagioni più volte di proposito per tenere la mente fresca e assicurarmi di poter seguire meglio il tutto.
Beh in tutto questo tempo posso ammettere con molta sincerità di non avere mai avuto l’impressione di ritrovarmi a vedere episodi riempitivi, fasi di stallo o sequenze poco omogenee, al contrario invece gli autori sono riusciti nonostante tutto a mantenere un certo ritmo e coerenza. Già solo per lo sforzo e la quantità di contenuti messi sul piatto lo ritengo un miracolo.
Più che un telefilm lo definirei un’esperienza.

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La vicenda si sviluppa su tre stagioni nel complesso e la scrittura regge bene.
La cosa che rende Dark una serie a dir poco ambiziosa è il fatto di voler andare oltre il concetto del passato presente e futuro, esplorando altre dimensioni e riuscendoci senza mai scadere nella banalità.

Facciamo conoscenza con la cittadina di Winden (peccato che in realtà non esista, ci avrei fatto volentieri una gita) e i suoi abitanti.
Che poi Winden a vederlo è un paesello abbastanza anonimo, di provincia, uno di quei posti ordinari in cui non succede mai nulla ma se succede se ne parla per tempi immemori, ma non per questo privo di segreti.
Praticamente una Twin Peaks tedesca a tutti gli effetti, ma con molti più effetti speciali.

Il fulcro che muove gli eventi è l’improvvisa scomparsa di alcuni bambini e l’altrettanto misterioso ritrovamento di cadaveri unito al verificarsi di altri eventi singolari.
Noi spettatori inconsapevoli ci troviamo nostro malgrado, catapultati fin dal primo episodio in un punto non ben preciso della narrazione, solo che non ce ne rendiamo ancora conto, ci penserà il progressivo susseguirsi degli eventi a farci provare l’ebbrezza dello straniamento con un caleidoscopio di déjà vu, parallelismi, differenze e collegamenti.
Un lavoro mastodontico di ricerca di particolari che incolla allo schermo alla ricerca di indizi e lascia poco spazio all’immaginazione.

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Impossibile inoltre non affezionarsi ai personaggi, forse ad alcuni più che ad altri, ma bene o male una volta identificato il peso di ciascuno nella storia ci si lega abbastanza (ok no per uno proprio non riesco, nonostante la buona volontà).

Un altro aspetto che fa guadagnare ulteriori punti e che con me in generale non cade mai in secondo piano parlando di audiovisivi è la colonna sonora che spazia dal materiale anni 80 alla roba più recente e sperimentale della musica mitteleuropea che qualche anima santa ha tentato di raccogliere in una playlist su spotify facilmente raggiungibile.

Per chi tra di voi non ha mai visto Dark, sappiate che vi invidio da morire perché non dovete aspettare l’uscita di una nuova stagione e non credete a tutti quelli che dicono che non si capisce niente, basta un po’ di attenzione.
Io sono ancora in una dimensione strana a cavallo tra il malinconico, l’esaltato e il cuore spezzato, tutto insieme perché mi sono “scofanata” tutta la terza stagione in un weekend e sì, ok, bello, ma adesso trovatemela un’altra serie televisiva così nell’immediato.

 

La Casa de Quarantena

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Oggi mi sento di inaugurare una nuova sottocategoria del blog con un nome sobrio, qualcosa come “io e le mie idee del cazzo” perché si presta al 100% alla causa.

Dopo aver ignorato, all’inizio con un po’ di tiepida perplessità e successivamente con un po’ di esasperazione a causa della massiccia sovraesposizione mediatica e mercificazione nauseabonda di quella canzone bellissima che è Bella Ciao (che i remix e l’uso improprio ancora mi causano un cringe cosmico e non mi passerà mai) la serie spagnola La Casa di Carta, circa un anno fa (ma forse di più) gli addetti al casting hanno pensato di aggiungere al cast Rodrigo de la Serna.

Beh insomma, a quel punto mi sono sentita toccata sul personale perché continuavo a non essere veramente interessata alla serie, ma iniziavo ad accusarne la nostalgia perché non lo vedevo in un film da secoli (e ci sarebbero stati i sottotitoli!) ma non ho ceduto.

In ogni caso: AFFRONTO.

Recentemente è andata in onda la quarta stagione e avevo anche trovato orde di spoiler su twitter, per non parlare di pezzi di episodi. A quel punto avevo un briciolo di più il tarlo di fare un tentativo, ma avevo paura di non aver fatto sufficientemente parkour con i tweet della gente che non tagga nemmeno la propria madre.

La settimana scorsa ero, in primis distrutta dalla seconda stagione bellissima di After Life e avevo bisogno di qualcosa di allegro, ma soprattutto per seconda cosa ero pienissima di tutte le macchinazioni e gombloddi legati all’ultimo decreto legislativo per la fase due su ogni social, quindi ho acceso netflix e ho ceduto.

Ho iniziato a vedere la Casa di Carta.
(o meglio, ho iniziato e finito di vedere La Casa di Carta)

E niente, boh, è stato come ricadere nella tossicodipendenza da serie tv dei bei tempi di The Americans. Ho visto quattro stagioni in una settimana e ora non so più che fare della mia vita.

Sono pronta ad ammettere le mie colpe.

La Casa di Carta è un prodotto divertente, decisamente sopra le righe che non saprei nemmeno bene classificare perché è tante cose diverse tutte insieme.
Forse dramedy è il termine che gli si avvicina di più anche se a un certo punto ho deciso che è una telenovela ignorante a tutti gli effetti che ti incolla allo schermo, velata di trash (non guardatemi male, è vero e se negate mentite) ma di quello che si lascia guardare perché è trash casinista.
È una serie strapiena di colpi di scena che temevo a un certo punto fossero pure fin troppi (mi è successo in passato, lo dico proprio perché come in questa circostanza guardavo un episodio dietro l’altro e non ce la stavo facendo più) con personaggi ben caratterizzati che in realtà si scoprono un po’ alla volta andando avanti con la narrazione e che colpiscono ai fianchi quando meno te l’aspetti, quindi non puoi non affezionartici.
Inoltre, considerata la genesi e la storia travagliata del prodotto a tutto tondo, non so come abbiano poi fatto a recuperarlo, ridargli vita nuova e mantenere un così alto livello anche nella terza e nella quarta stagione, ma ce l’hanno fatta e bisogna fargli un applauso.

È un prodotto talmente esagerato e incasinato che non saprei nemmeno da che parte iniziare a parlarne nel dettaglio perché oltre a dire che un gruppo di ladri professionisti con nomi di città, reclutati da El Profesor (Alvaro Morte) occupano la zecca di Spagna facendo ostaggi per stampare milioni su milioni di Euro, si rischia concretamente lo spoiler.
E nonostante io possa essere abbastanza presuntuosamente convinta di essere ormai una delle poche anime candide svegliatesi nel 2020 a vedere La Casa di Carta sono abbastanza sicura che ce ne siano altrettante che non sono ancora cadute nella tela del ragno.

Io voglio la quinta stagione, adesso.
Fate sparire il coronavirus che a sto punto chissà quando torneranno tutti sul set.
Nessuno mi ridarà indietro i neuroni che ho perso in sette giorni e men che meno il tempo passato a cercare i video di Pedro Alonso perché è l’ennesimo “problema” che ho vinto e io non parlo spagnolo ma qualcosa capisco.

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dove si compra?

Rodrigo è colpa tua.

tenor

No